Di seguito segnalo all’attenzione e alla riflessione dei lettori di questo blog l’articolo scritto da Larry Chapp, pubblicato su National Catholic Register. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella traduzione da me curata.

 

Papa Benedetto XVI

 

Il 19 aprile ricorre il ventesimo anniversario dell’elezione di Benedetto XVI.
E mentre la sua elezione a papa dopo la morte di Giovanni Paolo II ha sorpreso ben pochi all’interno della Chiesa, scommetterei che nessuno avrebbe immaginato che il suo pontificato sarebbe terminato con la prima rinuncia papale in secoli. Purtroppo, per molti osservatori occasionali che conoscono poco della carriera completa di Joseph Ratzinger al di là dei meme mediatici sul “cardinale Panzer”, la sua rinuncia al papato sembra essere l’aspetto più memorabile di lui.
Pertanto, spetta a noi che abbiamo a cuore l’opera della sua vita fare ogni sforzo affinché la sua eredità sia correttamente compresa come una delle figure ecclesiali più significative degli ultimi 75 anni. E quando dico “significativa”, intendo in senso positivo.
Permettetemi di iniziare con una semplice affermazione sulla virtù più profonda e caratteristica di Ratzinger, che servirà da filo conduttore per queste riflessioni. Questa virtù è il suo senso di obbedienza al Signore in uno spirito di profonda umiltà. Questo aspetto essenziale per comprendere la sua eredità è spesso ignorato a favore di analisi che si concentrano sulle sue costruzioni teologiche, come se la sua teologia potesse essere separata dalla sua vita di fede cristiana, che l’ha animata. E non fraintendete: Joseph Ratzinger era prima di tutto, e in modo profondamente determinante, un credente: un credente nella centralità di Cristo Signore e nella sua Chiesa come mediatrice sacramentale nel tempo e nello spazio del suo Signore.

Da giovane sacerdote, Ratzinger non desiderava altro che vivere la vita di uno studioso che avrebbe messo il suo intelletto al servizio della pastorale delle anime affidategli. Dotato di un intelletto brillante e capiente, voleva mettere questo dono al servizio della Chiesa come teologo. Ma ben presto fu chiamato al Concilio Vaticano II come peritus (consulente teologico), poi fu nominato vescovo e infine cardinale. Non cercò nessuna di queste responsabilità, ma le accettò con umiltà obbediente.
Papa Giovanni Paolo II gli chiese ripetutamente di assumere la guida della Congregazione per la Dottrina della Fede (CDF), ma Ratzinger rifiutò sistematicamente, poiché riteneva che il suo ruolo di vescovo nella fucina teologica della Germania fosse più urgente dal punto di vista pastorale. Inoltre, non era sicuro di essere la persona più adatta per un incarico così complesso dal punto di vista amministrativo, nel clima febbrile degli intrighi curiali e delle lotte intestine tra ecclesiastici ambiziosi. Ma Giovanni Paolo II insistette – alcuni direbbero che insistette con forza – e il cardinale Ratzinger ancora una volta mise da parte i propri desideri per obbedienza alla Chiesa. E questa obbedienza gli costò cara, poiché nel suo nuovo ruolo fu regolarmente attaccato – spesso in modo feroce e manifestamente ingiusto – e fu dipinto da molti nell’ambiente accademico come un malvagio repressore della libertà teologica nella Chiesa.
Nonostante l’apparente stoicismo di Ratzinger di fronte a questi attacchi, essi devono averlo ferito profondamente, poiché era lui stesso un uomo di lettere profondamente impegnato nel dialogo e nel dibattito accademico. Ma capiva che la Chiesa non è un’università, né un’infinita società di dibattito dove ogni verità dell’apparato dottrinale della Chiesa è aperta a continue rivisitazioni. Comprendeva la natura ecclesiale della teologia cattolica e, quindi, che la vocazione di un teologo cattolico è quella di essere umile e obbediente alle verità della Rivelazione.
Il suo mandato alla guida della CDF deve essere ricordato in questo contesto storico. Nell’era postconciliare, vediamo una Chiesa in profondo tumulto teologico e confusione. Questo tumulto e questa confusione non erano caratterizzati solo dai dibattiti antiquati tra gesuiti, domenicani e francescani su varie questioni, come nelle epoche precedenti. Si trattava invece di una Chiesa impegnata in una lotta mortale per la propria identità più profonda, con molti dei suoi dogmi centrali – ad esempio, la divinità di Cristo e la sua necessità per la salvezza – messi in discussione se non addirittura negati.

Ma anche in questo caso è semplicemente storicamente inesatto descrivere il suo mandato alla CDF come segnato dalla repressione inquisitoria. Come possono testimoniare coloro che fanno parte della corporazione teologica, è assurdo affermare che i teologi cattolici di quell’epoca lavorassero in condizioni simili a quelle di un gulag ecclesiale, con teologi progressisti che perdevano la carriera e erano costretti a nascondere le loro opinioni. La realtà è esattamente l’opposto: l’accademia teologica continuò a essere il parco giochi dei teologi liberali, con i teologi di Communio (come me) o i tomisti di stretta osservanza considerati reazionari della peggior specie.
Ciononostante, Ratzinger continuò il suo compito con dignità e modestia, riservando le sue ammonizioni più severe solo agli esempi più eclatanti di eterodossia. E sebbene abbia mosso alcune critiche moderate alla teologia della liberazione, tali critiche erano mosse con l’intento di epurare tali teologie dalla loro visione marxista della lotta di classe nelle relazioni sociali umane, senza «mettere a tacere» o reprimere il movimento nel suo complesso.
Il periodo di Ratzinger alla guida della CDF è stato invece indicativo della sua umiltà obbediente. Quanto sarebbe stato facile per lui, e quanto dolore avrebbe potuto evitare, se avesse semplicemente adottato un atteggiamento di tolleranza infinita verso tutte le opinioni presenti nella Chiesa! Se Ratzinger fosse stato un accademico orgoglioso e preoccupato della sua «reputazione», avrebbe scelto la via della lode mondana per la sua «nobile apertura» alle ultime mode teologiche. Ma come «umile servitore nella vigna del Signore», come si descrisse dopo la sua elezione, sapeva quale croce avrebbe dovuto portare per amore della verità. Era la croce di essere dipinto come un ecclesiastico ignominioso che «temeva» il cambiamento e quindi «reprimeva» qualsiasi punto di vista diverso dal proprio.
Infine, non credo sia un grande segreto che Ratzinger non abbia mai voluto diventare papa. Sono certo che alla morte di Papa Giovanni Paolo II, ormai anziano, non desiderasse altro che ritirarsi in una piccola casa bavarese piena di libri, gatti, schnitzel e pasticcini, dove poter tornare a scrivere senza interruzioni.

Ma lo Spirito Santo aveva altri piani, e Ratzinger ancora una volta si sottomise umilmente all’obbedienza al servizio della Chiesa come Benedetto XVI. La sua eredità come papa include la creazione degli ordinariati per gli ex anglicani e il suo tentativo di rinnovamento liturgico attraverso la Summorum Pontificum. Comprende anche bellissime encicliche sulla fede, la speranza e la carità, le sue riflessioni sugli apostoli e la sua magistrale narrazione della vita di Cristo nei volumi intitolati Gesù di Nazareth. Queste opere si aggiungono agli innumerevoli saggi teologici e libri che aveva scritto prima di diventare papa.
E poi è arrivata la sua rinuncia. Per me è stata una devastazione interiore, che non ho capito. Ma col senno di poi, è un esempio calzante dell’umiltà che ha caratterizzato tutta la sua vita. Non è stata, come alcuni hanno troppo frettolosamente ipotizzato, una “fuga dai lupi” dettata dalla paura. È stato invece un profondo atto di caritatevole umiltà, con cui ha riconosciuto che il bene della Chiesa sarebbe stato meglio servito dalle sue dimissioni. Perché c’erano, e ci sono, dei “lupi” nella Chiesa. E Benedetto XVI capiva che per combatterli era necessario un papa più giovane e vigoroso, all’apice delle sue capacità e dei suoi doni.
Forse ha sbagliato a dimettersi. Forse, a livello strategico, in base a puri calcoli utilitaristici, non è stata la mossa migliore. Forse ha creato un precedente negativo. Persone ragionevoli possono non essere d’accordo su queste cose, credo.
Ma ciò che spero e prego è che almeno tutti possiamo concordare sul fatto che la sua decisione è stata il frutto della stessa umile obbedienza al Signore Gesù Cristo che ha contraddistinto tutta la sua vita.

Larry Chapp

 


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