Lorenzo Lotto, Sacra famiglia, 1533, Accademia Carrara, Bergamo
Lorenzo Lotto, Sacra famiglia, 1533, Accademia Carrara, Bergamo

 

 

di Alberto Strumia

 

 

Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe (Anno B)

(Gen 15,1-6; 21,1-3; Sal 104; Eb 11,8.11-12.17-19; Lc 2,22-40)

 

La domenica che segue la solennità del Natale, come sappiamo, è dedicata alla Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe o “Sacra Famiglia”, secondo la dizione di un tempo.

Le letture della liturgia di quest’anno ci suggeriscono due “categorie teologiche” di estrema importanza per la vita cristiana, nella nostra “condizione terrena”.

1 – La prima è identificata alla parola “promessa”.

– Nella prima lettura Abramo riceve da Dio la “promessa” di dare vita ad un intero “popolo”, potenzialmente numeroso come l’umanità intera, se gli uomini vorranno fidarsi di Lui, e comunque sempre presente anche solo in un piccolo “resto”. L’Alleanza stabilita da Dio con l’umanità inizia con questa “promessa” fatta ad Abramo, nella quale egli ripone la sua piena fiducia («Egli credette al Signore»). La stessa lettura spiega come la fede di Abramo non fu una “fede senza ragioni” (“fideismo”), ma una fede ben fondata sui “motivi di credibilità razionali” che Dio offrì ad Abramo rispondendo alle sue domande, volte a comprendere il piano del Signore. Il dialogo che intercorre tra Abramo e il Signore ce lo documenta.

– La seconda lettura, aiuta a comprendere la prima, descrivendo la “dinamica della fede”, che si gioca tutta in un alternarsi di “promessa”, “atto di fede” e “compimento”. Il “provare” a “dare credito” ad una prima “promessa”, perché viene da Dio (addirittura, inizialmente, anche solo nell’ipotesi che venga da Dio, per la fiducia prestata ad un credente che la prospetta con la sua testimonianza), porta come conseguenza il “compiersi” di ciò che Dio ha promesso («Il Signore visitò Sara, come aveva detto, e fece a Sara come aveva promesso»). Un “compimento” che avviene nei tempi e nei modi previsti da Dio, che vanno ben al di là di quanto noi avremmo potuto immaginare («“Ecco, a me non hai dato discendenza e un mio domestico sarà mio erede”. Ed ecco, gli fu rivolta questa parola dal Signore: “Non sarà costui il tuo erede, ma uno nato da te sarà il tuo erede”»).

La constatazione del “compiersi” della prima “promessa”, convince ad avere ancora “più fede” nei confronti delle “promesse” che seguiranno la prima, che si compiranno ulteriormente. In questo “gioco” che vede alternarsi “promessa” e “compimento” aumenta la fede e la vita cristiana diviene “esperienza”. È ciò che la tradizione chiama “vita spirituale”. Abbiamo bisogno di ritrovare lo “spessore antropologico” di tutto questo, che un malinteso modo di intendere il cristianesimo ha ridotto, nella mentalità di quasi tutti, a qualcosa di disincarnato e lasciato a chi può permettersi di recitare la parte del “devoto” con la testa tra le nuvole!

Quasi fugacemente, poi, questa seconda lettura, tratta dalla Lettera agli Ebrei, aggiunge, riferendosi alla fede di Abramo: «Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia». Possiamo domandarci che cosa c’entra la “giustizia” in tutto questo? Qui non si parla né di poveri, di emarginati, di migranti o di solidarietà umanitaria!

Per comprenderlo basta ritornare alla questione del “peccato originale” (oggi regolarmente censurata perché non viene capita nel suo vero significato). IL “peccato originale” è la “rottura della giustizia” nel rapporto dell’uomo con Dio.

Quando l’uomo, su suggerimento di Satana (“tentazione”) vuole svincolarsi dalle “leggi” (“Comandamenti”), posti dal Creatore nella sua “natura umana”, egli perde il “giusto modo” di vivere la propria esistenza. Quando l’uomo ritorna ad affidarsi a Dio Creatore, egli torna a fare la “cosa giusta”, verso Dio e verso se stesso. Per questo l’atto di fede di Abramo (come di ogni altro essere umano) viene ad essere un atto di “giustizia”.

– Nel Vangelo vediamo Maria e Giuseppe che compiono anch’essi un atto di “giustizia” nel presentare il neonato Bambino Gesù al Tempio «per presentarlo al Signore – come è scritto nella Legge del Signore». Seguire la «Legge del Signore» – e non il proprio arbitrario “capriccio”, come si fa oggi, cadendo nell’illusione di Satana che fa ritenere di poter essere noi i “creatori” di noi stessi – è la “cosa giusta” da fare per stare bene con noi stessi, con gli altri e con Dio. Maria e Giuseppe fecero la “cosagiusta”. Il frutto di questa “cosa giusta” saranno, per loro, ben trent’anni di “vita buona” nell’“intimità” con Gesù, il Signore, nella Famiglia di Nazaret. A questa scuola della “familiarità con Cristo” si impara e si riceve quella “solidità umana” che consente di affrontare anche il tempo della Passione e della Croce («anche a te una spada trafiggerà l’anima»), in vista della Risurrezione.

2 – La seconda parola è appunto “intimità”, l’“intimità” della vita della Sacra Famiglia. L’infanzia di Gesù e la Sua giovinezza, fino alla maturità umana dei trent’anni, prima della Sua vita pubblica, sono protette dal segreto dell’“intimità” della Famiglia («Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la Legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nazaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di Lui»).

Da quel momento tutto verrà custodito segretamente come lo sarà, nel tabernacolo, la “presenza reale” di Cristo nel Sacramento dell’Eucaristia, fino a quando esisterà la Chiesa sulla terra. L’Eternità, dopo la morte e la risurrezione, sarà per noi come l’inizio della “vita pubblica” del Signore, quando vedremo la Sua divinità esplicitamente, nella Gloria.

Oggi, come in ogni tempo della storia dell’umanità, se vuole vivere con la pace nel cuore, come il vecchio Simeone («Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola») e la profetessa Anna, l’umanità intera ha bisogno di ritornare a “capire” che la pace e il bene “non si fabbricano” combattendo contro la “Legge del Signore” (sistematicamente capovolta nelle leggi degli stati), non si ottengono facendo di tutto per cancellare ciò che ricorda questo Bambino, la Sua nascita, la Sua Santa Famiglia (anche imponendo tempi e modo per celebrare la Messa della Natività nella notte di Natale, o vietandola del tutto). Così facendo l’umanità finisce solo per cadere e rovinarsi  definitivamente con le proprie mani («Egli è qui per la caduta [rovina, nella vecchia traduzione] … di molti», Vangelo). Lo Stato non ha il diritto di violare l’“intimità” della famiglia, di proporre come modelli accettabili delle sue adulterazioni, di legittimare la sua provvisorietà, di negare la dignità della vita umana.

Forse occorreranno altre prove (simili alle piaghe d’Egitto) difficili per l’umanità, perché almeno una parte di essa impari la lezione.

In questi giorni, come nell’“intimità” della Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe, non mancano, però, quei fedeli che custodiscono

– la vera dignità delle loro persone come create e amate da Dio;

– la loro famiglia nel Sacramento del Matrimonio;

– la loro anima in Grazia, mediante la frequentazione dei Sacramenti validamente e lecitamente celebrati (pur con le crescenti difficoltà che questo può comportare, fino alla persecuzione).

Alla Santa Famiglia rivolgiamo una preghiera costante perché coloro che vogliono vivere secondo la Verità di Cristo, siano sostenuti dalla Grazia del Signore e quanti hanno preso altre strade siano convinti, almeno dalle conseguenze negative che devastano la società e la vita personale, ad interrogarsi sulle loro vere cause. In particolare quanti, nella Chiesa di questi nostri anni, hanno preso ad insegnare a seguire la follia del figlio prodigo, ritornino presto in se stessi e come lui, ammettano i loro errori e li correggano al più presto.

Bologna, 27 dicembre 2020

 

Alberto Strumia, sacerdote, teologo, già docente ordinario di fisica-matematica presso le università di Bologna e Bari. 

fonte: albertostrumia.it

 

 

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