Pau Donés

Pau Donés

 

di Miguel Cuartero Samperi

 

Tutto ciò che tu mi dai è molto di più di ciò che chiedo.  Tutto ciò che mi dai è ciò di cui ora ho bisogno.

Tutto ciò che tu mi dai non credo di meritarlo. Per tutto ciò che mi dai ti sarò per sempre grato.

Quindi grazie per esserci. Per la tua amicizia e la tua compagnia. Sei ciò che di meglio la vita mi abbia regalato.

Per tutto ciò che ho ricevuto, essere qui vale la pena. Grazie a te ho continuato a remare contro la corrente.

Per tutto ciò che ho ricevuto, ora so che non sono solo.

Ora ho te, amico mio, mio tesoro.

Quindi grazie per esserci. Per la tua amicizia e la tua compagnia. Sei ciò che di meglio la vita  mi abbia regalato.

Tutto ti darò, per la tua qualità, per la tua allegria.

Mi hai aiutato a riprendermi, a superarmi giorno per giorno.

Tutto ti darò, sei stato la mia migliore medicina.

Tutto ti darò, tutto ciò che chiederai.

Tutto ciò che mi dai, è molto di più di ciò che non ti ho mai chiesto.

Tutto ciò che mi dai, è molto di più di quello che ho meritato.

 


 

Con queste parole si è congedato dai suoi cari, dai fan e da questa vita il chitarrista e cantante Pau Donés, leader dei Jarabe de Palo, uno dei cantautori spagnoli più conosciuti degli ultimi 25 anni. Pau è morto il 9 giugno all’età di 53 anni a causa di un cancro al colon con cui combatteva dal 2015. A dare la notizia è la sua famiglia che ringrazia il personale medico mentre chiede “il massimo rispetto e intimità in questi tempi difficili”.

La notizia ha commosso molti fan, non soltanto in Spagna ma in tutto il mondo dove il cantante si era fatto conoscere grazie ai successi planetari come La Flaca, Depende, Grita, Agua e Bonito. Canzoni che hanno accompagnato e fatto sognare una generazione nel passaggio di millennio e nei primi anni del duemila.

Nel 2017, per i suoi 50 anni, ha dato alle stampe una raccolta di memorie “50 palos y no dejo de soñar”. Non una biografia, ha affermato, ma una conversazione intima. Perché “le biografie puzzano di morte”. Niente lamentele o malinconia perché “questo è un libro ottimista”, come la musica di Jarabe de Palo, come la filosofia che ha guidato la vita di Pau.

 

Manoscritto de “La flaca” (foto El Mundo)

Manoscritto de “La flaca” (foto El Mundo)

 

È proprio questo ottimismo che ha caratterizzato, non solo la musica, ma anche la parte più buia della vita di Pau Donés. Dall’annuncio della sua terribile malattia in un video in cui lui stesso incoraggiava e tranquillizzava il suo pubblico, alle numerose sessioni di chemioterapia che lo hanno consumato fino a renderlo irriconoscibile a chi lo ricordava in carne, con barba e capelli lunghi e incolti.

Una vita difficile, segnata dalla dislessia e dal suicidio della madre quando aveva quindici anni. Abbandonata la fede cristiana dei genitori si dichiara ateo, subisce il fascino del comunismo (“La flaca” nasce durante un viaggio a Cuba) e vive dissolutamente assaporando gli eccessi della droga e del sesso, come racconta nel suo libro. Ma Pau ha una marcia in più, il suo carattere forte e il suo umorismo lo fanno rialzare anche nei momenti più difficili. Nel 1996 trova il successo e da quel momento diventa un artista di fama internazionale vendendo milioni di dischi, ricevendo riconoscimenti e duettando coi migliori interpreti del mondo musicale. In Italia canta con l’amico Jovanotti, con Nicolò Fabi e coi Modà (“Come un pittore”).

Nell’agosto del 2015 accoglie con serietà ma con accettazione la sua malattia, senza nascondere al pubblico la sua situazione e la sua debolezza. Da quel momento capisce che deve “vivere il presente con urgenza”, con intensità, perché il futuro non esiste, non ci appartiene, “la vita è un regalo” e ha una scadenza. Non pensa costantemente alla malattia e alla morte ma accoglie il cancro come una occasione per fermarsi e concentrarsi sull’essenziale. Pensa a vivere il tempo ancora a disposizione, perché, come afferma nella sua ultima canzone, “essere qui vale la pena” e che tutto quello che si ha è più di quello che meritiamo. Certo, la paura della morte attanaglia tutti, ma certe volte – afferma Pau – abbiamo paura di vivere, mentre nella vita non bisogna avere paura.

L’umorismo con cui ha affrontato il cancro ha sollevato coloro che seguivano passo dopo passo l’iter della malattia (che lui chiama “granchio”). Come quando si è fatto fotografare in chemio col costume da bagno (perché chiamato di sorpresa mentre era al mare); come quando, dato per morto da un macabra fake news, ha risposto con un video per smentire le voci con una canzone (“non sanno quello che dicono…”), come quando affermava “pensavo che morire fosse più figo”. Pau, però, rifiuta ogni ipocrisia e respinge un titolo apparso su un giornale che, parlando di lui, afferma “Il cancro mi ha fatto felice”. Non è così, dice, «nessuno può essere felice di avere un cancro», che è «una gran rottura di cogl*i…».

Dopo due anni lontano dai palcoscenici, per dedicarsi alla famiglia e alla musica, nel 2017 è tornato a programmare concerti. Nel 2018 torna in Italia. «Il cancro non è mio nemico, non determina la mia vita», «ho subito messo le cose in chiaro: “Se vieni con me, allora tu devi fare la mia vita”».

Il suo ultimo singolo “Todo lo que tu me das” anticipa il decimo disco della band spagnola intitolato “Tragas o escupes” (inghiotti o sputa) che uscirà a settembre. Caricato due settimane fa sull’account ufficiale Youtube di Jarabe de Palo, il singolo ha totalizzato più di un milione di visite in una settimana e superato i cinque milioni di visualizzazioni nella seconda settimana. Il singolo è un inno di ringraziamento a tutti coloro che sono stati vicini al cantautore in questi tempi duri di malattia. In particolare alla figlia Sara, 16 anni, grande amore della sua vita. Una sorta di testamento spirituale che non fa che confermare l’atteggiamento di fiducia e di speranza con cui Pau ha affrontato la malattia.

Una nota di Pau Donés ha accompagnato il lancio del suo singolo: «Siamo abituati a venire ascoltati piuttosto che ascoltare. Ci piace molto chiedere e ricevere, molto di più che dare; e raramente diamo senza sperare nulla in cambio. Ultimamente a me è successo tutto il contrario: ho ricevuto molto senza chiedere né sperare nulla. Cose buone, molto buone: tenerezza, affetto, rispetto, amore, da gente che conoscevo e da persone che non conoscevo. Molti erano, come dice il mio amico Mikel Erentxun, “amici sconosciuti” che con le loro parole di conforto mi hanno fatto superare momenti difficili».

Così termina il suo libro: «Ho goduto della metà della mia vita e mi dispongo a vivere il poco tempo che mi rimane al massimo, senza mezze misure e fino a che il mio corpo abbia forza. E quando non ce la farà più… “Ciao, a presto, e nessuno ci toglierà ciò che abbiamo vissuto” (que nos quiten lo bailao).

Così ci lascia Pau Donés che nonostante le sofferenze e i dolori della vita, fino all’ultimo ha cantato che la vita vale la pena di essere vissuta con gratitudine e vitalità.

Di fronte a una grave malattia o a una grande sofferenza solo la fede o determinate doti caratteriali possono sostenere lo spirito di un uomo. Non risulta che Pau Donés avesse fede in Dio, non lo ha mai manifestato ed ha piuttosto ammesso il contrario, ma era dotato di una forza interiore che lo ha spinto a reagire e ad andare avanti fino all’ultimo momento della sua vita. Questo gli fa onore. Da credenti speriamo che Dio lo accolga benigno e gli mostri il suo volto, affinché possa conoscere la causa di tutto ciò che lui ha amato, l’origine dell’amore che ha cantato (in tutte le sue sfaccettature), colui che ha promesso di asciugare ogni lacrima. E che in cielo possa continuare la festa.

(se il video qui sotto non si apre fate il refresh di questa pagina o cliccate qui)

 

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fonte:  testa del serpente

 

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