Lorenzetti: allegoria del buon governo (Siena, Palazzo del Governo)
Lorenzetti: allegoria del buon governo (Siena, Palazzo del Governo)

 

 

di Daniele Trabucco

 

Il 25 agosto la Chiesa ricorda San Luigi IX di Francia, Re e Confessore (Festa liturgica di III classe (bianco) secondo le rubriche del 1960). Patrono della tradizione francescana secolare, Luigi IX non appartiene soltanto alla storia della santità cristiana, perché nella sua figura emerge con particolare nettezza una concezione del potere che obbliga ancora oggi a interrogarsi non semplicemente su chi debba governare, quanto su ciò che rende giusto il governare stesso.

È qui che il confronto con la politica contemporanea deve essere collocato, evitando tanto la nostalgia quanto il moralismo, poiché la questione non consiste nel contrapporre un Re santo a politici meno virtuosi, ma nel comprendere due modi profondamente diversi di pensare l’autorità. Nel primo, il potere riceve la propria misura da un bene che non produce e che proprio per questo può giudicarlo, mentre, nel secondo, il potere tende progressivamente a cercare la propria misura nella capacità di ottenere consenso, conservare stabilità, occupare lo spazio pubblico e trasformare la decisione in legittimazione di se stessa.

Luigi IX appartiene al primo orizzonte. La sua regalità non nasceva dall’idea che il sovrano fosse il vertice di una volontà finalmente libera da ogni limite, bensí dalla convinzione che quanto più alta è la funzione esercitata tanto maggiore deve essere l’obbligo di rispondere a ciò che non dipende da chi governa. Il punto decisivo non è, dunque, che il Re possieda una forza superiore, ma che riconosca una misura superiore alla propria forza, poiché se il giusto dipendesse interamente dalla volontà di chi decide, nessuna decisione potrebbe essere detta ingiusta se non in rapporto a una volontà più potente.

Proprio qui il problema politico diventa inevitabilmente teoretico, dal momento che ogni concezione dell’autorità presuppone una concezione del bene. Se il bene, infatti, è qualcosa che la ragione può riconoscere nella realtà, allora la volontà non è sovrana in senso assoluto e il potere può essere giudicato dalla conformità a un ordine che lo precede. Se, viceversa, il bene coincide con ciò che viene voluto, approvato o imposto, allora la politica perde progressivamente ogni misura esterna a se stessa e finisce per confondere la legittimità con il successo della decisione.

Machiavelli diventa importante esattamente a questo livello, non come semplice maestro di astuzia, ma come colui che rende visibile una razionalità politica capace di separare l’efficacia dell’azione dalla bontà del fine. Il problema che da allora attraversa la modernità non consiste tanto nell’avere scoperto che il potere deve essere efficace, quanto nell’avere progressivamente reso pensabile un’efficacia che possa bastare a se stessa. Quando questa logica incontra la democrazia “liquida” di massa, il consenso acquista una centralità inevitabile e tuttavia ambigua, perché esso è indispensabile per stabilire chi debba governare, ma non può per questo stabilire che cosa sia giusto. È precisamente questa distinzione che oggi tende a indebolirsi.

Il politico contemporaneo può possedere una straordinaria capacità di leggere gli umori collettivi, anticipare reazioni, selezionare linguaggi, costruire alleanze e trasformare ogni evento in occasione di posizionamento, e proprio questa acutezza mostra il suo limite quando non è più accompagnata da una comprensione del fine. L’intelligenza politica si restringe, allora, fino a diventare intelligenza del consenso, nella quale il problema non è più quale bene debba essere perseguito, bensí quale scelta possa essere accettata, comunicata e convertita in vantaggio. La differenza tra prudenza e scaltrezza si manifesta esattamente qui, perché entrambe possono conoscere i mezzi, mentre soltanto la prima sa collocarli dentro un ordine dei fini.

Una politica che conosca perfettamente come conquistare il consenso, ma non sappia più dire a quale bene quel consenso debba essere ordinato, può risultare estremamente sofisticata sul piano della tecnica e insieme sorprendentemente povera sul piano della ragione politica, in quanto governa le reazioni degli uomini senza riuscire più a indicare verso che cosa gli uomini dovrebbero essere condotti. San Luigi IX rappresenta l’idea opposta, non perché ignorasse la concretezza, il conflitto o la necessità della decisione, ma perché li comprendeva dentro un ordine nel quale il potere non coincideva con il proprio esercizio. La corona era grande proprio perché non era assoluta e l’autorità poteva elevarsi al di sopra della forza soltanto riconoscendo che la forza, da sola, non genera giustizia. In questo senso il limite non è ciò che impoverisce il potere, quanto ciò che gli impedisce di degenerare in dominio.

Da qui deriva anche la distanza dai politicanti del presente, soprattutto da coloro che sembrano possedere un’acutissima intelligenza delle convenienze e una comprensione sempre più debole della sostanza politica. Il problema non è che siano incapaci, perché spesso sono capacissimi, né che non sappiano esercitare il potere, perché talvolta lo esercitano con notevole abilità. Il problema nasce quando la loro capacità non riconosce altro criterio se non la propria riuscita, perché a quel punto il successo non è più un mezzo mediante il quale realizzare il bene comune.

La festa di Luigi IX acquista, allora, un significato che supera largamente la figura del sovrano medievale, poiché ripropone la domanda che ogni politica dovrebbe temere e custodire nello stesso tempo, vale a dire se il potere sia chiamato a produrre il proprio criterio oppure a rispondere a una verità che non dipende da esso. Nel primo caso l’autorità rischia continuamente di identificarsi con la capacità di ottenere obbedienza. Nel secondo, il governare conserva una dignità propriamente umana, perché chi comanda sa che il proprio potere è autentico soltanto finché rimane giudicabile da qualcosa che non può conquistare, manipolare o sottoporre al consenso.

 


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