Prof. Claudio Risé, scrittore, giornalista, docente universitario e psicoterapeuta

Prof. Claudio Risé, scrittore, giornalista, docente universitario e psicoterapeuta

 

di Lucia Comelli

 

Lo scrittore e psicanalista junghiano Claudio Risé, in un articolo comparso ieri sul quotidiano La Verità[1], fornisce un’interessante interpretazione del disegno di legge Zan: una sorta di pericolosa sintesi tra l’ideologia gender e ‘l’ossessione normopatica’, cioè la foga progressista di codificare le regole del comportamento sessuale ritenute corrette. La normopatia, è infatti “la malattia più pericolosa della società politicamente corretta”: essa detesta “le profondità e le ambivalenze dell’essere umano”, che si costruisce in un processo lungo quanto la vita stessa, e rifiuta “la libertà del sentire personale” che vuol ricondurre al ‘pensiero unico’.

Questa ossessione per il controllo della sessualità umana nasce “assieme all’ideologia Lgbt” nel college della ricca borghesia bianca americana (dove si formò Judith Butler, con la sua Teoria del genere): entrambe “non tollerano la ricerca interiore, lo sviluppo, il cambiamento”: cioè l’investigazione “spirituale e psicologica della propria verità ed identità”. Non c’è nessuna donna, nessun maschio – sostiene la Butler nel suo libro Disfare il genere: femminile e maschile sono solo recitazioni, performance teatrali.

In questo modo “si evita la fatica di ‘diventare se stessi’” e, identificandosi “con le proprie pratiche sessuali”, ci si riduce ad oggetti “normati dalle regole proposte dalla società e dai poteri del momento”. Le istituzioni stesse, invece di educare l’individuo a riconoscere la propria vocazione e a portarla nel mondo, tendono a disciplinarlo secondo le suddette regole. Così, sono nate le “procedure”, “i librettini con le norme che gli studenti dei college americani devono seguire nei loro incontri”, divenute in “seguito pilastri di tutto il politicamente corretto”: secondo tali direttive, il maschio, ancor oggi, deve chiedere nei vari momenti dell’incontro: “Ti posso prendere la mano”?, “Posso accarezzarti il braccio”?… E a lei tocca assentire o rifiutare. Da allora il corteggiamento non può più scostarsi dal previsto copione, pena l’espulsione dal college, o – nella società – l’incorrere in molteplici reati e punizioni.

L’ultima espressione, in Italia, di questa mania per le regole, è il ddl Zan. Come mai – si chiede Risé – essa “va ora a frugare nelle differenze della sessualità e degli atteggiamenti verso di esse”, anziché occuparsi di uno qualsiasi dei numerosi e più pressanti problemi esistenti nel Paese?

Il fatto è che proprio sulla differenza sessuale e sull’attrazione e incontro tra l’uomo e donna si fonda l’umanità e la sua differenza dalle altre forme della natura. Lì è la chiave di tutto, società e potere compresi. Maschile e femminile, antiquati che siano, hanno nella vita e nella storia umana un peso è un significato del tutto unico: l’attrazione e diversità fra loro e costitutiva non solo dell’umanità, ma della sua aspirazione ad andare più in alto, a trascendersi. Il libro biblico Genesi ne parla fin dall’inizio: “e Dio creò l’uomo a sua immagine… Maschio e femmina li creò” (Genesi 27). La differenza sessuale è alla base dell’umanità, ma è anche ciò che l’uomo e la donna condividono con l’immagine della totalità divina, che possiede entrambi gli aspetti.

Non si tratta insomma solo “di questioni burocratiche e di stato civile”, ma anche “dei contenuti esistenziali e trascendenti dell’umano”. Secondo l’antropologia ebraico-cristiana, l’incontro tra

uomo e donna è al centro dell’intera vita e spiritualità, ma per la cultura materialista in cui siamo immersi, questo è lo scandalo della sessualità: che il benessere dell’umano sia legato al rapporto con Dio, nel quale sono compresenti maschile e femminile, entrambi indispensabili alla piena realizzazione dell’esistenza.

Ecco allora che lo Stato si impegna a fondo per separarli, mentre uno Stato laico dovrebbe limitarsi a tutelare la libertà di ogni cittadino, senza occuparsi delle diversità sessuali. Ma è proprio qui l’aspetto più illiberale e discriminatorio del ddl Zan: “la volontà di sanzionare penalmente le convinzioni religiose dell’antropologia cristiana, in quanto difformi dall’invasiva normatività LGBT”.

Un’ideologia, quest’ultima, che arbitrariamente “separa e frammenta l’umanità”, a seconda delle sue diverse propensioni nella sfera affettiva e sessuale. Così, in nome della non discriminazione, “il silenzioso ascolto di sé dell’adolescente in rispettosa attesa della propria “chiamata” sessuale” potrebbe venir interrotto magari a scuolada una richiesta pubblica a dichiararsi. “I contenuti profondi delle persone, preziosi e fragili, vanno difesi dal cinismo spettacolare delle mode sessuali e delle loro ansie di potere e di conferma”.

Lo Stato tuteli la libertà di tutti: “chi ha fantasia di punizione e rivalsa verso la donna e l’uomo, i due protagonisti della storia umana”, non dovrebbe portarle in Parlamento, ma dall’analista.

 

[1] Claudio Risè, Il ddl Zan elimina l’uomo e la donna per legge. L’obiettivo finale: punire l’uomo e la donna, La Verità, 9 agosto 2020.

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