Papa San Giovanni Paolo II

 

 

di Mattia Spanò

 

L’innesco sono state le fumose dichiarazioni di Pietro Orlandi, l’irrequieto fratello di Emanuela, la ragazza scomparsa a Roma nel 1983, secondo il quale papa Wojtyla era solito uscire dal Vaticano in compagnia di due monsignori polacchi, “certo non per andare a benedire le case”.

Vista l’enorme eco, dapprima Orlandi ha ritrattato, poi ritrattato la ritrattazione dichiarandosi pronto a fare i “nomi”.

Papa Francesco, tre giorni dopo l’esplosione del “Wojtyla Gate”, ha segnato a dito le “illazioni offensive ed infondate” contro il papa polacco.

È spuntata anche un’intervista non recentissima, apparsa sul blog Notte Criminale, a tal Marcello Neroni, ottuagenario amico del contabile della banda della Magliana Renatino De Pedis, secondo il quale Wojtyla se “le metteva nel letto in Vaticano o non so dove, due alla volta”.

Ragazze? Bambine? Prostitute? Non viene detto, e non ha nessuna importanza.

Qualche rapida considerazione all’apparenza accessoria. Ogni giorno in Italia scompaiono in media 67 persone, di cui ben 47 sono minori o bambini. Circa 24.000 persone all’anno, di cui 17.000 mila bambini. In 40 anni, significa più o meno un milione di persone scomparse, di cui quasi 700.000 bambini o ragazzi.

Limitandoci a quelle scomparse e mai ritrovate, dal 1974 ad oggi sono più di 63.000, che corrisponde in media ponderata a circa il 5% del totale. Una città di media grandezza scomparsa nel nulla. Fra i paesi che raccolgono dati affidabili in materia, l’Italia occupa un triste posto di rilievo.

Nessuna di queste ha avuto la minima parte di eco mediatica che hanno avuto i casi Orlandi o, per citarne un altro, Pipitone. Ma il caso Orlandi è nettamente il preferito dalla stampa.

Un mese prima di Emanuela, scomparve a Roma Mirella Gregori. I due rapimenti sono stati messi in relazione ma nessuno parla mai del caso Gregori, forse perché la ragazza non era cittadina vaticana. Per inciso: Emanuela stessa scomparve a Roma, dove in prevalenza svolgeva la sua vita ordinaria.

Seconda considerazione. Osservando la vicenda per così dire a volo d’uccello, si nota un’impressionante mole di pettegolezzi, chiacchiere e reported speech, a fronte di scarsissimi fatti certi.

La recente riapertura del caso Orlandi voluta dal Vaticano – pare da papa Francesco stesso e dal cardinal Parolin con impegno particolare – funge da contesto a questa grandinata di voci confidenziali. Visto il tempo trascorso e il fatto che si tratta giocoforza di una rogatoria internazionale, non bisogna sprecare facile ottimismo sull’esito ma, come si è visto e si vede, queste “inchieste” che indagano “verità inconfessabili e sepolte” hanno il merito di sparare nel mucchio, confondendo l’opinione pubblica invece di informarla.

Perfino il procuratore a capo delle indagini, il Promotore di Giustizia professor Alessandro Diddi, si premura di rilasciare interviste dico-non-dico, vedo-non-vedo. “Il mondo ci guarda”, pare abbia affermato. Come no: ci guarda e trattiene il fiato, tanta è l’ansia di giustizia e verità.

Sono obbligato a scrivere una brutta cosa. L’opinione pubblica – addirittura quella mondiale – a mio modestissimo giudizio se ne infischia del caso Orlandi, adottando il profilo d’attenzione signora con bigodini dalla parrucchiera. Ma questo gli attori di questa triste speculazione lo sanno perfettamente: le sparate servono per lo più ad attizzare la brace dell’indifferenza.

Per giunta, non tutte le occasioni per farlo sono uguali. Per dirne una, a titolo di esempio. Nel 2013 papa Francesco incontrò la prima volta Pietro Orlandi e sua madre, e disse loro che Emanuela stava “in cielo”. Era il 18 marzo 2013, cinque giorni dopo l’elezione di Bergoglio. Come faccia, o come possa, un papa appena eletto fare un’affermazione del genere con tanta sicurezza non ha sollevato nemmeno un grammo del polverone alzato dalle pesantissime insinuazioni su papa Giovanni Paolo II. Eppure, l’occasione era persino più ghiotta.

Certo non si può torchiare un papa vivente sottoponendolo ad interrogatorio, come fece per fiction Lino Banfi ne “Il Commissario Lo Gatto” (gustosissimo l’incipit). Molto meglio prendersela con un papa morto: anche avesse qualcosa da dire, non potrebbe farlo, lasciando a noi i ghirigori da salotto buono ma cinico.

Mi sembra, sul piano generale, di poter trarre due conclusioni da questa vicenda – e per la verità da quasi tutte le vicende che trovano asilo e riparo sui media.

La prima è la volontà di cancellare il passato denigrandone gli autori, vale a dire gli uomini che hanno vissuto prima di noi.

La seconda è che la vera vittima di queste prodezze è la verità. Sia quella particolare che quella universale.

Papa Wojtyla, vale ricordarlo, è stato l’autore della “teologia del corpo”, un lavoro che ha obiettivamente gettato una luce nuova non soltanto sulla sessualità umana, ma su tutta la condizione materiale dell’esistenza.

Cosa ne sarebbe di tale corpus teologico se nel 2023 si venisse a sapere che l’autore per primo ha violato le sue conclusioni? Basta il semplice sospetto, la diceria, l’allusione velenosa, a scatenare la damnatio memoriae.

La gente, oberata di informazioni per lo più negative e denigratorie, è pervenuta ad una forma raffinatissima di indifferenza tanto al male quanto al bene. Non è interessata alla verità, ma a delle conclusioni purché siano.

Ottenute quelle cancella tutto ciò che riguarda non solo il presunto male, ma l’autore e tutto ciò che ha fatto e detto. La gente non pensa, si limita a ruminare il pensiero ricevuto, il quale inevitabilmente esce in altra forma dal foro opposto al cavo orale.

Non pensando, non capisce e soprattutto non perdona, non vaglia niente e nulla trattiene di ciò che vale. Non ha certezze, né morali, né spirituali, né fattuali.

Pensiamo ciò che viene da altri pensato, crediamo ciò che altri credono, riponiamo fiducia in chi ce la estorce con la violenza. Ci rifiutiamo di fare i conti con la realtà, che talvolta è cruda e crudele, ma lo è incomparabilmente meno della menzogna.

In questa brutta, bruttissima storia della povera Emanuela, l’unica cosa che non viene detta, l’unico mistero che viene taciuto è il fatto che siamo tutti Emanuela Orlandi: destinati a scomparire, o magari essere salvati. Questa salvezza viene ossessivamente obliterata. Contenti loro, infelici noi.

Se c’è qualcuno convinto che ritrovato il corpo di Emanuela, o addirittura Emanuela viva, e accertate davvero tutte le responsabilità scovando e punendo i colpevoli anche post-mortem, cambierebbe un solo atomo del quadro generale, costui è un povero sciocco.

La verità su Emanuela Orlandi non si saprà mai, perché la menzogna è così umana, così redditizia. Fino al giorno del Giusto Giudice, che presto o tardi arriva per tutti. Quel giorno, non sono sicuro che ognuno di noi sarà così terribilmente impaziente di conoscere tutta la verità, o non pietirà piuttosto l’estremo favore divino: essere lasciato a cullarsi nelle sue sciocchezze. Temo sarà accontentato.

 


Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente le opinioni del responsabile di questo blog. Sono ben accolti la discussione qualificata e il dibattito amichevole.


 

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