Martirio di Santo Stefano, (Paolo Uccello, 1435 circa, Duomo di Prato) Persecuzione dei cristiani
Martirio di Santo Stefano, Paolo Uccello, 1435 circa, Duomo di Prato

 

 

Fin dalle sue origini la Chiesa non ha mai cercato l’accordo con il mondo!

 

C’è un nemico del Popolo, dall’inizio alla fine del mondo: Satana, ovvero la menzogna e la discordia, come dice san Giacomo: «Poiché dove c’è gelosia e spirito di contesa c’è disordine e ogni sorta di cattive azioni. […] Da che cosa derivano le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che combattono nelle vostre membra? Bramate e non riuscite a possedere e uccidete; invidiate e non riuscite a ottenere; combattete e fate guerra! Non avete, perché non chiedete. Chiedete e non ottenete perché chiedete male, per spendere per i vostri piaceri. Gente infedele! Non sapete che amare il mondo è odiare Dio?».

Se Cristo è un avvenimento presente, Lo incontriamo tutti i giorni; eppure non ce ne accorgiamo, perché siamo distratti. Lo incontriamo tutti i giorni, Egli intercetta la nostra strada e ci dice: «Amico!». Ma, accanto a qualche commosso riconoscimento e a un’emozione non chiara, che la maggior parte degli uomini hanno nel sentire la parola Gesù Cristo, c’è oggi una ostilità a Lui che non c’è mai stata, se non nei primissimi tempi, quando Lo crocifissero, quando Lo uccisero nei suoi martiri, quando Lo proscrissero nei suoi testimoni dei primi secoli. È una ostilità così generalizzata, alimentata e prodotta sistematicamente, così sostenuta teoricamente, che il nostro adattamento a essa, quotidianamente, senza che ce ne accorgiamo, è il segno della nostra distrazione. E se ce ne accorgiamo – ma questo è peggio – facciamo finta di non sentire, di non vedere, non crediamo che abbia importanza. 

«Ma sembra che qualcosa sia accaduto che non è mai accaduto prima: sebbene non si sappia quando, o perché, o come, o dove. Gli uomini hanno abbandonato Dio non per altri dèi, dicono, ma per nessun dio; e questo non era mai accaduto prima.  Che gli uomini negassero gli dèi e adorassero gli dèi, professando innanzitutto la Ragione. E poi il Denaro, il Potere, e ciò che chiamano Vita, o Razza, o Dialettica. La Chiesa ripudiata, la torre abbattuta, le campane capovolte, cosa possiamo fare se non restare con le mani vuote e le palme aperte rivolte verso l’alto in un’età che avanza all’indietro, progressivamente?» (T.S.Eliot, Cori da “La Rocca”).

Péguy, con la sua sensibilità di grande poeta e di grande uomo di fede, fa questa osservazione:

«Per la prima volta, per la prima volta dopo Gesù, noi abbiamo visto, sotto i nostri occhi, noi stiamo per vedere un nuovo mondo sorgere, se non una città; una società nuova formarsi, se non una città: la società moderna, il mondo moderno. Un mondo, una società costituirsi o, almeno, assemblarsi, ingrandirsi, dopo Gesù, senza Gesù. E ciò che  più tremendo, amico mio, non bisogna negarlo, è che ci sono riusciti. Quello che dà alla vostra generazione, amico mio, alla vostra generazione e al tempo in cui noi viviamo una importanza capitale, è ciò che pone voi a una svolta unica nella storia del mondo, nel trascorrere della storia del mondo, è ciò che vi pone in una situazione tragica, unica. Voi siete i primi. Voi siete i primi dei moderni, voi siete i primi di fronte ai quali, davanti a cui, sotto i cui occhi si sia fatto, e che voi stessi avete fatto, questa singolare opera, questa instaurazione del mondo moderno e questo stabilirsi del governo del partito intellettuale nel mondo moderno».

Per la prima volta, da quando Gesù è venuto, il mondo non è più cristiano. L’uomo che ha rifiutato Gesù, l’uomo che, quando Lazzaro è balzato dalla tomba, è corso dai nemici di Gesù ad accusarlo, quest’uomo è riuscito a creare un mondo e una società senza Cristo; ci è riuscito con la nostra connivenza, con la nostra collaborazione. Il problema tremendo è che il nostro è un mondo – una società – senza Cristo: famiglia, scuola, lavoro, vita e creazioni sociali, governi dei popoli, guerre e paci, senza Cristo. Paolo VI, con parola enigmatica, disse un mercoledì di luglio in un famoso discorso: 

«Dov’è il «Popolo di Dio», del quale tanto si è parlato, e tuttora si parla, dov’è? Questa entità etnica sui generis, che si distingue e si qualifica per il suo carattere religioso e messianico, sacerdotale e profetico, se volete, che tutto converge verso Cristo come suo centro focale, e che tutto da Cristo deriva? Com’è compaginato? Com’è caratterizzato? Com’è organizzato? Come esercita la sua missione ideale e tonificante nella società nella quale è immerso? Bene sappiamo che il Popolo di Dio ha ora, storicamente, un nome a tutti più familiare: è la Chiesa; la Chiesa amata, fino al sangue, da Cristo, suo mistico Corpo, sua opera in via di costruzione perenne; la nostra Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica; ebbene, chi davvero la conosce, la vive? Chi possiede quel sensus ecclesiae, cioè quella coscienza di appartenere a una società speciale, soprannaturale, che fa corpo vivo con Cristo, suo capo, e che forma appunto con Lui quel totus Christus, quella comunione unitaria in Cristo dell’umanità, che costituisce il grande disegno dell’amore di Dio verso di noi, e da cui dipende la nostra salvezza?».

Un giudizio che tornò incalzante qualche anno più tardi:

«C’è un grande turbamento in questo momento nel mondo e nella Chiesa, e ciò che è in questione è la fede. Capita ora che mi ripeta la frase oscura di Gesù nel Vangelo di san Luca: «Quando il Figlio dell’uomo ritornerà, troverà ancora la fede sulla terra?». Capita che escano dei libri in cui la fede è in ritirata su punti importanti, che gli episcopati tacciano, che non si trovino strani questi libri. Questo, secondo me, è strano. Rileggo talvolta il Vangelo della fine dei tempi e constato che in questo momento emergono alcuni segni di questa  fine. Siamo prossimi alla fine? Questo non lo sapremo mai. Occorre tenersi sempre pronti, ma tutto può durare ancora molto a lungo. Ciò che mi colpisce, quando considero il mondo cattolico, è che all’interno del cattolicesimo sembra talvolta predominare un pensiero di tipo non-cattolico, e può avvenire che questo pensiero non cattolico all’interno del cattolicesimo diventi domani il più forte. Ma esso non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa. Bisogna che sussista un piccolo gregge, per quanto piccolo esso sia».

Il ritornello di uno dei Responsori più belli di Tomás Luis de Victoria per la Settimana Santa, Eram quasi agnus, dice: «Consilium fecerunt inimici mei / adversum me, dicentes: / Venite, mittamus lignum in panem eius, / et eradamus eum de terra viventium» («Tennero consiglio i miei nemici, dicendo contro di me: Venite, mettiamo veleno nel suo pane così da strapparlo dalla terra dei viventi»). Questa è la definizione di che cosa sia l’odio della società che non Lo accetta, che non Lo condivide, che non Lo riconosce, che è ostile a Lui. 

Parlare di un odio a Cristo non è una esagerazione. È uno dei temi più addolorati e gridati da Gesù nell’ultimo discorso prima di morire. Questo odio qualifica la storia umana: è come il risultato permanente che la ferita misteriosa del peccato originale lascia nel tempo umano. Esso si articola e diventa concreto giorno per giorno, attraverso tutti i poteri, come possibilità enormemente cattiva e menzognera: è il potere infatti che riassume e personifica questa possibilità, le dà vita, intelligenza e armi, ne fa un progetto iniquo. In tale odio, attraverso tutti i poteri (dal potere politico al potere economico), si articola l’azione del padre della menzogna, come disse Gesù ai Farisei parlando di Satana. L’odio a Lui è il tema necessario per ogni potere che non tragga la sua origine consapevole, umile e drammatica, dall’obbedienza al potere supremo del Padre che fa tutte le cose, dall’obbedienza al destino di vittoria e di gloria che è il destino dell’uomo Cristo, giustizia di Dio, nome che segna il senso del disegno dell’universo e della storia. 

Non è per pessimismo che si dicono queste cose. Ma se Gesù ha detto: «Come il mondo ha odiato me, così odierà voi», noi non siamo solo responsabili dell’odio a Cristo, ma siamo anche, in quanto Suo popolo, vittime dell’odio del mondo (come quando alcuni non possono trovare posto nelle università o nelle scuole o altri non sono recepiti da una industria o da una struttura di lavoro perché cattolici)

L’ultimo capillare di questo odio a Cristo è il nostro io, dimentico e indifferente. Il terminale più interessante, più decisivo, è in me, in noi, nella nostra mente e nel nostro cuore. Il rifiuto comincia lì, la dimenticanza è generata e coltivata lì, l’assenza e l’inospitalità si induriscono lì: in noi, in me. È un odio non necessariamente espresso in modo clamoroso, ma vissuto come estraneità palesemente confortata e alimentata. Anche una  famiglia «cristianissima» può vivere da mattina a sera non da cristiana. Per essere non cristiani non è necessario ammazzare o andare contro tutti i dieci comandamenti di colpo: è l’assenza di Cristo che rende tali. L’assenza di Cristo è l’assenza della sua vita. Questo tende a produrre un’indifferenza rispetto alla realtà che diventa assenza di responsabilità verso l’esistenza personale e collettiva: diventa una amoralità. L’esito di ciò consiste nell’arrendersi a chi grida di più, a chi ha più potere. Ma tale indifferenza rispetto alla realtà ha come origine l’indifferenza rispetto alla esperienza della fede, perché è attraverso essa che Dio urge l’animo e ci chiama a una responsabilità. Così la vita si perde nella confusione in cui tutto diventa lecito e in cui tutto diventa nemico. Si produce un aumento della sofferenza che si esaurisce nella ribellione o nel cinismo, invece di ridestarci a una collaborazione per ricostruire un popolo. 

 

Luigi Giussani, “Generare tracce nella storia del mondo”

 

 

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