Un lettore, già conosciuto dai lettori di questo blog, mi ha inviato questo interessate contributo. 

 

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Victor Manuel Fernandez, Arcivescovo

 

Molte osservazioni sono state fatte sulla utilità della Dichiarazione del Dicastero per la Dottrina della Fede “Dignitas infinita circa la dignità umana”. Il mio intento è quello di evidenziare una angolazione che finora non era stata messa a fuoco ma che ritengo sia stata proprio la principale motivazione dell’autore.

Nella Presentazione troviamo la fonte del titolo conferito alla Dichiarazione. L’autore lo riconduce a parole di Giovanni Paolo II:

«Tale dignità di tutti gli esseri umani può, infatti, essere intesa come “infinita” (dignitas infinita), così come san Giovanni Paolo II affermò[1]»

[1] S. Giovanni Paolo II, Angelus con i disabili nella Chiesa Cattedrale di Osnabrück (16 novembre 1980): Insegnamenti III/2 (1980), 1232.

«Insieme con tutti voi fra poco loderemo Dio e lo ringrazieremo per il grande dono del suo amore. Questo amore è il fondamento della vostra speranza e del vostro coraggio di vivere. Dio ci ha mostrato con Gesù Cristo in maniera insuperabile come egli ama ciascun uomo e gli conferisce con ciò una dignità infinita.»

Quelle stesse parole di Giovanni Paolo II [141] vengono riprese al Punto 6, per riportarle insieme alla citazione di Evangelii Gaudium che le richiama[9]:

«Confessare un Padre che ama infinitamente ciascun essere umano implica scoprire che «con ciò stesso gli conferisce una dignità infinita».141 Confessare che il Figlio di Dio ha assunto la nostra carne umana significa che ogni persona umana è stata elevata al cuore stesso di Dio

[9] Francesco, Esort. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 178: AAS 105 (2013), 1094, che cita S. Giovanni Paolo II, Angelus con i disabili nella Chiesa Cattedrale di Osnabrück (16 novembre 1980): Insegnamenti III/2 (1980), 1232.

L’autore insiste nel generalizzare (ciascun essere umano, ogni persona umana) lasciando intendere che quella condizione privilegiata, che Dio ha conferito all’essere umano, resti tale per sempre, a prescindere dalla volontà creaturale.

Nel Punto 7 troviamo una più esplicita descrizione del concetto appena accennato: troviamo infatti una suddivisione della dignità dell’uomo in più categorie. Viene identificata una “dignità morale” che può essere persa dall’uomo e una “dignità ontologica” che resterebbe tale per sempre, prescindendo dalle scelte individuali:

«Il senso più importante è quello legato alla dignità ontologica che compete alla persona in quanto tale per il solo fatto di esistere e di essere voluta, creata e amata da Dio. Questa dignità non può mai essere cancellata […]. Quando si parla di dignità morale ci si riferisce, invece, all’esercizio della libertà da parte della creatura umana. Quest’ultima, pur dotata di coscienza, resta sempre aperta alla possibilità di agire contro di essa. […] la distinzione qui introdotta ci aiuta a discernere proprio tra l’aspetto della dignità morale che può essere di fatto “perduta” e l’aspetto della dignità ontologica che non può mai essere annullata.»

Al Punto 19 l’autore fa riferimento alla Gaudium et Spes per ribadire la tesi secondo la quale la dignità dell’uomo non possa “mai essere perduta”:

«Gesù Cristo ha confermato che ogni essere umano possiede una dignità inestimabile, per il solo fatto di appartenere alla stessa comunità umana e che questa dignità non può mai essere perduta.[31]»

[31] Siccome «con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes (7 dicembre 1965), n. 22: AAS 58 (1966), 1042), la dignità di ogni uomo ci viene rivelata da Cristo nella sua pienezza.

In verità il n. 22 di Gaudium et Spes non afferma che «questa dignità non può mai essere perduta», anzi, dice proprio che è era stata perduta e che con la Redenzione ci è stata restituita: una dinamica che implica la possibilità che il libero arbitrio la possa far perdere ancora, con il rischio di perderla per l’eternità.

La mancanza di limitazioni delle affermazioni sopra evidenziate alle vicende terrene, lascia intendere che le stesse abbiano valore assoluto e, quindi, valide anche oltre la morte. Se fosse invece proprio quest’ultima la giusta interpretazione (che ritengo molto verosimile) è doveroso evidenziare che in tutta la Dichiarazione Dignitas infinita non ci sono indicazioni sulla necessità che l’uomo accetti il dono di Dio per renderlo efficace. Siamo dunque costretti a riallacciarci alle critiche più volte rivolte a questo Pontificato: per la sua “voluta” ambiguità sull’esistenza o meno del pericolo della dannazione eterna.

Dall’analisi sopra esposta risulta infatti che, nel redigere questa Dichiarazione, il Dicastero per la Dottrina della Fede, per incarico del Papa, abbia perseguito proprio l’obiettivo di predisporre un ulteriore “ponte” verso una negazione della possibilità che l’uomo possa, a causa del cattivo uso del suo libero arbitrio, finire all’Inferno: una dignità infinita ne implicherebbe la sussistenza, a prescindere dalle decisioni individuali, anche dopo la morte e in perpetuo: risultando, quindi, incompatibile la condanna all’Inferno di un essere umano dotato di “dignità infinita”.

Gennaro Pacca

 


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