Statua San Paolo nella Basilica di San Paolo fuori le Mura in Roma (foto Sabino Paciolla)
Statua San Paolo nella Basilica di San Paolo fuori le Mura in Roma (foto Sabino Paciolla)

 

 

di Fabio Vessillifero

 

  1. Il Rapporto Canonistico e la sovversione dell’architettura ecclesiale

La pubblicazione del Rapporto Finale della Commissione Canonistica del Sinodo sulla Sinodalità — redatto d’intesa con il Dicastero per i Testi Legislativi a partire dai lavori delle Assemblee del 2023 e 2024 — rappresenta l’esito emblematico di una deriva che, anziché sviluppare l’eredità del Concilio Ecumenico Vaticano II, ne intacca le fondamenta medesime. Il documento, firmato dal vescovo Filippo Iannone (coordinatore della commissione) e dal cardinale Gianfranco Ghirlanda (gesuita), articola una revisione radicale del diritto della Chiesa su tre orizzonti temporali: un breve periodo dedicato a modifiche immediate del Codice di diritto canonico latino, un medio periodo volto all’emanazione di nuove Istruzioni insieme ai Dicasteri competenti, e un lungo periodo che prospetta la riscrittura complessiva sia del Codice latino sia del Codice delle Chiese Orientali. Entrando nel merito delle proposte immediate, il Rapporto interviene su tre direttrici sostanziali. In primo luogo, richiede la modifica di una vasta serie di canoni — tra cui i canoni 145, 204, 208, 212, 228, 230, 275, 476, 483, 749, 1112, 1421 e 1425 — per sancire la capacità dei laici, uomini e donne, di esercitare uffici, incarichi e ministeri anche nell’ambito del governo ecclesiastico e dell’amministrazione della giustizia. In secondo luogo, il testo altera la composizione dei Concili e delle assemblee diocesane: equipara il numero dei laici a quello dei membri di diritto (come i Vescovi), elimina la clausola che limitava il loro parere a un voto “solamente consultivo” e riduce l’autorità di controllo di Roma sulle Conferenze Episcopali, concedendo ad esempio ai laici di assistere ai matrimoni senza la preventiva licenza della Santa Sede. In terzo luogo, impone la ristrutturazione degli organismi di partecipazione diocesani e parrocchiali — modificando tra gli altri i canoni 127, 399, 461, 463, 466, 473, 493, 495, 500, 511, 512, 514, 536 e 537 — e introduce una nuova norma specifica vincolata al principio di rendicontazione e trasparenza (accountability). Sotto la copertura di questo formale adeguamento burocratico e procedurale, volto a garantire la corresponsabilità e la cosiddetta trasformazione missionaria, si consuma in realtà il tentativo di ridefinire l’architettura costitutiva della Chiesa, intaccando l’equilibrio stesso dell’ordinamento canonico e la sua origine divina. 

  1. Lo scontro frontale con Lumen Gentium 21: scissione funzionalistica tra potestà d’ordine e munus regendi

L’operazione canonica in atto trova il suo perno nella pretesa di scindere la potestà d’ordine dalla potestà di giurisdizione, consentendo l’attribuzione di funzioni di governo effettivo a fedeli non ordinati. La Commissione Canonistica giunge infatti ad affermare apertamente che la formula del Codice che limita la consultazione laicale a un voto «”solamente consultivo” (tantum consultivum), deve essere riesaminata per eliminare possibili ambiguità», tentando di sfumare il confine tra processo consultivo ed esercizio della deliberazione decisionale (pag. 19 colonna di sinistra). Questa impostazione pretende di trattare il munus regendi come una funzione amministrativa delegabile mediante mandato canonico o potestà vicaria, separandolo dal fondamento sacramentale. Tale scissione riduce il ministero pastorale a un’infrastruttura burocratica e manageriale, minando alla radice l’unità ontologica degli uffici sacerdotali e trattando l’autorità ecclesiastica alla stregua di una carica politica o aziendale trasferibile ad libitum. 

Questa impostazione si pone in aperto e irreconciliabile contrasto con la Costituzione dogmatica Lumen Gentium, in particolare con il numero 21, che rappresenta una conquista teologica inestimabile e irreversibile della Chiesa contemporanea. Il testo conciliare afferma in modo solenne che «con la consacrazione episcopale viene conferita la pienezza del sacramento dell’ordine, quella cioè che dalla consuetudine liturgica della Chiesa e dalla voce dei santi Padri viene chiamata sommo sacerdozio, realtà totale del sacro ministero», precisando immediatamente che «la consacrazione episcopale conferisce pure, con l’ufficio di santificare, gli uffici di insegnare e di governare». Lumen Gentium sancisce così l’unità indissolubile dei tria munera, affermando che le funzioni di insegnamento e di governo «per loro natura, non possono essere esercitate se non nella comunione gerarchica col capo e con le membra del collegio». I Padri conciliari rammentano inoltre che è la consacrazione sacramentale a fare in modo che i Vescovi «in modo eminente e visibile tengano il posto dello stesso Cristo maestro, pastore e pontefice, e agiscano in sua persona», perché è mediante l’imposizione delle mani che «è data la grazia dello Spirito Santo ed è impresso il sacro carattere, in modo che i vescovi, in veste distinta e visibile, sostengono le parti dello stesso Cristo». Non si tratta di una mera opzione disciplinare, ma di un approfondimento dottrinale di straordinaria densità che esprime direttamente la volontà e il pensiero stesso di Cristo sulla struttura del Suo Corpo Mistico dal quale non è più possibile prescindere senza cadere nell’arbitrio. 

  1. La clericalizzazione del laicato e il tradimento della sua vera vocazione

Sotto il pretesto di promuovere un’inclusione democratica e una maggiore corresponsabilità ecclesiale, l’attribuzione di uffici di governo e di giurisdizione ai fedeli non ordinati produce nei fatti l’esito opposto e paradossale di una sistematica clericalizzazione dei laici. Anziché riconoscere, promuovere e custodire la vocazione propria, specifica e multiforme del laicato — che il Concilio Vaticano II, in Lumen Gentium 31, definisce chiaramente affermando che «per loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio» —, il progressismo modernista riduce il laico a un mero funzionario della burocrazia ecclesiastica. Il decreto conciliare Apostolicam Actuositatem (nn. 2-7) ribadisce con forza che l’apostolato laicale trae la sua origine e la sua efficacia direttamente dall’unione con Cristo, avendo come campo proprio l’animazione cristiana dell’ordine temporale, la cultura, l’economia, le arti e le istituzioni politiche. Apostolicam Actuositatem (n. 7) specifica infatti che «l’ordine temporale è da instaurare in modo che, salvaguardandone integralmente le leggi proprie, esso sia reso conforme ai principi superiori della vita cristiana […] I laici devono assumere il rinnovamento dell’ordine temporale come proprio compito». Imbrigliando i battezzati nelle maglie degli organismi curiali, delle commissioni permanenti e della gestione burocratica degli uffici sacri, si consuma un grave misconoscimento della secolarità come cifra teologica insostituibile del laicato. Si assiste così a una triste ed estraniante inversione delle parti: mentre i Pastori abbandonano l’esercizio solerte del loro munus regendi e la cura diretta delle anime per trasformarsi in manager di processi, i laici vengono distolti dal loro specifico e nativo compito di lievito evangelico nell’ordinamento secolare per essere clericalizzati ed assimilati alle dinamiche di palazzo della burocrazia diocesana e romana, privando sia la Chiesa della sua struttura divina, sia il mondo dell’autentica e insostituibile testimonianza laicale.

 

  1. Il paradosso del progressismo modernista e l’anacronistico regresso preconciliare

La pretesa di superare il dato conciliare attraverso la scorciatoia della “potestà vicaria” — teorizzata da testi recenti come la costituzione Praedicate Evangelium (II, Principi e criteri 5) approvata da Bergoglio, secondo cui qualunque potestà di governo non proviene dalla consacrazione, ma dalla missione canonica — o della rigenerazione procedurale non costituisce uno sviluppo omogeneo della dottrina, ma un vero e proprio trucco dialettico volto a consolidare innanzitutto una prassi amministrativa difforme. La strategia del fatto compiuto rivela un paradosso stridente ed eclatante: il progressismo modernista, pur sbandierando l’esigenza del rinnovamento, dell’apertura e del futuro, si ritrova costretto a riesumare e impiegare proprio le categorie di pensiero preconciliari e decretalistiche per snaturare la costituzione divina della Chiesa. Si compie così un cortocircuito concettuale per cui, pur di smantellare il legame ontologico tra consacrazione e governo, i riformatori ripescano l’impianto della scolastica decadente che scindeva artificialmente la potestas ordinis dalla potestas iurisdictionis, trattando la giurisdizione come un mero potere amministrativo concedibile per delega burocratica anche a prescindere dal sacramento dell’Ordine. Questo spregiudicato uso strumentale di uno schema preconciliare, ormai superato dalla riflessione conciliare, serve a giustificare l’attribuzione del governo ecclesiastico ai laici, scavalcando e azzerando a ritroso la conquista teologica di Lumen Gentium. Una volta creata l’abitudine sociale e assuefatta la sensibilità pastorale del Popolo di Dio a questa finzione giuridica, il processo giunge inevitabilmente a mutare i contenuti stessi della Fede, trasformando l’anomalia in norma dottrinale e scardinando dall’interno il  Depositum Fidei; un ripiegamento anacronistico e contraddittorio che il fedele cattolico, consapevole della lezione del Concilio, non può più in alcun modo accettare né avallare.

  1. Il modernismo ecclesiastico, lo Zeitgeist e l’esito della protestantizzazione

L’ideologia che muove questo smantellamento non è un vago o ingenuo progressismo pastorale, ma la forma più subdola e pervasiva del modernismo ecclesiastico. Il modernismo opera un’inversione metodologica radicale, asservendo la Rivelazione e la Verità immutabile del dogma all’asservimento cieco verso lo Zeitgeist, lo “spirito del tempo”. Questa categoria, mutuata dall’idealismo filosofico di Hegel e dalla dialettica del processo storicistico, concepisce la verità non come una manifestazione metafisica e trascendente data una volta per tutte nel Deposito della Fede, bensì come un divenire immanente e storicamente condizionato, in cui l’evento e il mutamento sociale plasmano la coscienza. Il progressismo modernista fa acriticamente riferimento a questo armamentario filosofico del tutto obsoleto e ormai logorato, pretendendo di giustificare l’involuzione della Fede attraverso categorie storicistiche ormai prive di qualsiasi tenuta speculativa. Ciononostante, questa operazione anacronistica riesce a imporsi grazie all’alleanza organica con i media ufficiali dell’informazione ecclesiale, i quali offrono una cassa di risonanza ideologica e un plauso incondizionato a ogni cedimento della Chiesa verso il pensiero unico. L’esito inevitabile di questo asservimento alle mode culturali e alla dialettica immanentista è la completa protestantizzazione della Chiesa Cattolica, la quale, smarrendo la propria natura sacramentale e gerarchica per inseguire lo Zeitgeist, si riduce a un’assemblea orizzontale priva di autorità oggettiva e divinamente fondata.

La spinta alla protestantizzazione produce una rovinosa frammentazione teologico-culturale all’interno della compagine ecclesiale. Sotto il pretesto del decentramento e della valorizzazione delle istanze locali, la Chiesa si sfilaccia in un pulviscolo di interpretazioni disciplinari e dottrinali tra loro contraddittorie. Questa perdita di unità dottrinale non genera alcuna autentica liberazione, ma priva la Chiesa di ogni capacità di resistenza culturale e spirituale di fronte alle ideologie dominanti, rendendola una struttura debole e priva di identità.

Una Chiesa così frammentata e privatizzata della propria trascendenza diventa uno strumento idealmente manipolabile dalle forze e dalle influenze dei poteri forti che dominano a livello mondiale, non solo a livello economico e politico, ma anche culturale attraverso media, università e centri di ricerca. La perdita del rigore metafisico e della dimensione sacramentale lascia campo libero all’invasione delle logiche di mercato, dove l’uomo viene ridotto a mero individuo flessibile e sradicato. L’abbattimento delle verità oggettive e delle strutture stabili della Fede spiana la strada all’omologazione globale, privando l’umanità dell’ultimo baluardo spirituale in grado di contestare l’assolutismo economico.

 


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