San Pietro statua in piazza San Pietro a Roma
San Pietro statua in piazza San Pietro a Roma

 

 

di Miguel Cuartero Samperi

 

Per una particolare coincidenza che non possiamo evitare di sottolineare, è proprio nel periodo dedicato alla Preghiera per l’unità dei cristiani che si diffonde la notizia di quello che possiamo chiamare uno “strappo”, una dolorosa lacerazione, all’interno della Chiesa Cattolica.

Mi riferisco all’iniziativa di mons. Carlo Maria Viganò – già Nunzio Apostolico di Sua Santità negli Stati Uniti d’America – di fondare un seminario per la formazione di nuovi sacerdoti, nel territorio italiano, nello specifico all’interno della Diocesi di Viterbo, nel Lazio.

La notizia è rilevante perché, benché siano diversi anni che mons. Viganò combatte la sua personale battaglia contro papa Francesco attraverso interviste, libri, conferenze, dichiarazioni e comunicati, il fatto di aprire un nuovo seminario cambia radicalmente le cose e radicalizza la sua posizione. Dopo aver fondato l’associazione Exurge Domine dedicata al “sostegno e all’aiuto materiale di chierici, religiosi e laici consacrati che versino in condizioni di particolare difficoltà economica e logistiche” e a difendere la tradizione e la liturgia tradizionale, l’iniziativa del vescovo è ora quella di “creare una struttura di vita clericale in comune secondo i principi e la dottrina tradizionale”. Il primo obbiettivo è quello di accogliere sacerdoti e religiosi “fatti oggetto delle epurazioni bergogliane”, ma anche quello di formare i seminaristi per prepararli a ricevere gli ordini sacri. In altre parole un nuovo seminario che non gode di autorizzazione del Vescovo locale e si pone in aperta opposizione alle autorità ecclesiastiche competenti. A questo scopo sono iniziati i lavori di restauro di un antico convento, l’eremo della Palanzana, al fine di aprire il Collegium Traditionis. La vita comune – si legge nel comunicato online – sarà scandita dalla celebrazione comune della divina Liturgia, l’impostazione sarà ispirata “ai dettami della riforma voluta da San Carlo Borromeo in applicazione ai decreti del Concilio di Trento”.

In questi giorni la Diocesi di Viterbo ha preso le distanze dall’iniziativa di mons. Viganò chiarendo che i sacerdoti e religiosi presenti nell’eremo «non sono incardinati nella Diocesi di Viterbo». Mentre invita i fedeli a vigilare affinché «nessuno si lasci coinvolgere nelle scelte di chi tende a minare l’unità del Corpo ecclesiale».

È quindi in concomitanza con la Settimana di Preghiera per l’unità dei Cristiani che la comunità cattolica subisce una ferita destinata ad allargarsi col passare del tempo. Sono infatti molti i fedeli, in particolare i giovani, che in questi ultimi anni stanno scoprendo la celebrazione della Santa Messa nel rito tradizionale che precede la riforma liturgica del Concilio Vaticano II, lo testimonia l’impennata di vendite del “Messale Romano Quotidiano” – edito in Italia dalle Edizioni Piane – strumento indispensabile per poter seguire la Santa Messa nel Rito Latino, così come il Liber Usualis che contiene tutti i canti liturgici della Tradizione in lingua latina.

Tra questi non sono pochi quelli che hanno deciso di seguire i consigli e i proclami di mons. Viganò che considera papa Francesco un “usurpatore”. Non solo sacerdoti, ma anche intere famiglie e molti, molti giovani cattolici. Complice la durissima stretta del papa Francesco contro la Messa Tradizionale, che papa Benedetto aveva in qualche modo “liberalizzato” col Motu Proprio Summorum Pontificum del 2007 al fine di «giungere ad una riconciliazione interna nel seno della Chiesa» (Benedetto XVI, Lettera  in occasione della pubblicazione di S.P.).

Infatti, nel 2021, con la promulgazione del Motu Proprio Traditionis Custodes, Francesco ha fatto decadere le decisioni di Benedetto XVI e «abrogato tutte le norme, le istruzioni e le concessioni» precedenti che animavano “divisioni” all’interno della Chiesa (si noti come ambedue i Pontefici abbiano messo in cima alle loro preoccupazioni l’unità della Chiesa pur applicando decisioni opposte).

La ferma opposizione alla Messa in Latino da parte di papa Francesco ha (per una eterogenesi dei fini) provocato l’effetto contrario ossia un aumento della devozione e dell’onore nei confronti della Messa nel rito Romano. Tutto ciò con l’aggravante di acuire l’acredine verso la sua persona da parte di molti fedeli che oggi ascoltano volentieri chi ha voltato le spalle al Papa.

Ma perché parlare della liturgia e della Messa in Latino? Perché benché si dica che la goccia che ha fatto traboccare il vaso sia la pubblicazione della controversa Dichiarazione Fiducia Supplicans, è nella liturgia che si è giocata la grande battaglia post-conciliare che ha portato allo scisma di un altro vescovo, il francese mons. Marcel François Lefebvre che rifiutò la riforma liturgica del Concilio Vaticano II. Bisogna considerare che la riforma fu una vera e propria rivoluzione: il cambio fu drastico e non riguardò solamente la lingua della celebrazione, ma la sua intera struttura e, in parte, il suo profondo significato teologico. Lefebvre accusò il Concilio di cedere al modernismo e al protestantesimo e criticò aspramente l’ecumenismo proposto dai documenti conciliari.

Ribellatosi al Concilio, nel 1970 Lefebvre fondò una fraternità sacerdotale che intitolò Pio X per mantenere viva la liturgia tradizionale di Pio V ed eresse ad Econe, Svizzera, il primo seminario della comunità. Nonostante i tentativi di mediazione del Vaticano (di Ratzinger in prima persona) Lefebvre decise di ordinare 4 vescovi per continuare la sua opera e guidare oggi la comunità. Così si consumò lo scisma lefebvriano che ancora oggi ferisce la comunione nella Chiesa cattolica.

Con l’erezione di un seminario, nacque lo scisma dei lefebvriani. Per questo la notizia della fondazione di un seminario da parte di mons. Viganò rappresenta un duro colpo all’unità e alla comunione nella Chiesa cattolica. Se il ruolo del pastore è quello di raccogliere e radunare il gregge disperso, chi disperde e divide non può dire di aver adempiuto al suo compito e al suo ufficio. I Papi hanno questa grande responsabilità così come i singoli vescovi. Ma anche i fedeli di ogni condizione devono, nelle loro possibilità, lavorare per preservare l’unità e la comunione. Perché questa è la volontà del “pastore supremo” che, prima di consegnare la sua vita, ha pregato affinché tutti siano uno.

Per questo motivo la notizia addolora, al di là delle responsabilità dei singoli protagonisti e degli errori commessi da ambedue le parti nel non mettere al primo posto l’unità della Chiesa. È facile voler prendere parte scegliendo a chi dare ragione e chi seguire, ma in questo caso, al di là delle questioni e degli argomenti, ciò che rimane è che bisogna rimanere nella Chiesa, senza scappare, senza allontanarsi. Perché, come afferma Sant’Ambrogio Ubi Petrus ibi Ecclesia, «dove è Pietro, ivi è la Chiesa» (sant’Ambrogio, Expositio in Ps., XL, § 30) e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa (Mt 16,18).

 


Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente le opinioni del responsabile di questo blog. I contributi pubblicati su questo blog hanno il solo scopo di alimentare un civile e amichevole confronto volto ad approfondire la realtà.


 

Sostieni il Blog di Sabino Paciolla

 





 

 

Facebook Comments