Costa Diadema

 

 

di Stefania Marasco

 

In questi giorni folli ed oscuri da pandemia poco altro si può fare, a parte leggere, saltellare di social in social, di chat in chat, da una telefonata ad una video-chiamata, per cercare di vincere la crescente insofferenza da reclusione forzata.

Saltellando qui e là, mi è capitato di imbattermi in un articolo che mi ha fatto venire i brividi: Costa Diadema bloccata in mezzo al mare, 1225 membri d’equipaggio di una nave battente bandiera italiana, di una compagnia di navigazione che ha fatto la storia del turismo non solo in Italia ma nel mondo intero, rifiutata dai porti di Gioia Tauro, Napoli (me ne vergogno da napoletana!) e Civitavecchia. 80 persone bisognose di assistenza medica, respinte per paura.

Scrivo oggi, dopo giorni di meditazione, perché è di ieri la notizia che Diadema è stata accolta nel porto di Piombino, finalmente. Il sindaco Ferrari, interpellato dal ministro De Micheli, ha dato il permesso di attracco dichiarando di sentirlo come dovere, il dovere di accogliere persone in difficoltà, bisognose di cure, chiedendo ovviamente la garanzia che la cittadinanza piombinese non fosse messa a rischio neppure per un minuto. Un caso a lieto fine, questo, ma che dovrebbe aprire una riflessione doverosa. In questo momento, in mezzo al mare, in navigazione solitaria, ci sono decine di navi, appartenenti non solo a Costa (che ha in ballo in condizioni analoghe altre navi) ma praticamente a tutte le compagnie del comparto: Princess, Royal Caribbean, Viking…per nominarne giusto qualcuna.

Domando a chi mi sta leggendo: avete mai pensato per un secondo a questi lavoratori? Vi siete chiesti che ne sia di loro? È di qualche giorno fa lo sfogo di una marittima siciliana che è stata fatta scendere dal treno sulla quale era in viaggio a causa delle decisioni – perdonatemi, decisamente discutibili dal mio punto di vista – del sindaco di Messina Cateno De Luca, che ha blindato la Sicilia, impedendo ad anima viva di attraversare lo stretto. Per quanto possa capire la paura del sindaco, non posso non chiedermi: dove sono l’equilibrio, il discernimento? Si può abbandonare letteralmente per strada un cittadino, che sbarca dopo aver finito il proprio duro lavoro, privandolo della possibilità di tornare a casa propria?!? Sono assolutamente indignata, per usare un educato eufemismo!

Vi starete domandando perché fra tutte le notizie raccolte in questi giorni di delirio questa proprio mi abbia urtato tanto. Ve lo spiego subito.

Se avete dato un’occhiata alla mia biografia saprete che ho lavorato per circa 8 anni nel mondo delle crociere, per due prominenti compagnie. Appartengo alla gente del mare, anche se non navigo più, ed in questi giorni non posso non pensare ai tanti amici che in questo momento stanno vivendo questa pandemia tra le paratie di questi “villaggi turistici galleggianti” come tante volte ho sentito definire le navi da crociera. Li sto seguendo dalle pagine di FB, vedo le foto ed i video che postano per mostrare al mondo, alle loro famiglie, dove sono, cosa stanno facendo, come stanno affrontando la situazione, assistiti solo dalle compagnie, che stanno dimostrando di conoscere bene il valore dei loro equipaggi, mentre i porti li respingono sistematicamente per paura, loro che non avrebbero senso di esistere senza navi, senza passeggeri ma, soprattutto, senza equipaggi. Chiedetelo alle nostre “Repubbliche Marinare”, a Napoli e Trieste, Cagliari e Palermo, Livorno e Savona, per nominare solo qualcuno dei nostri svariati porti di Paese circondato per ¾ dal mare. Chiedetelo alle Filippine, intere loro famiglie costituiscono parte degli equipaggi in giro per il mondo. Chiedetelo a qualsiasi Paese che abbia almeno un porto tra le proprie città.

La gente del mare nell’immaginario collettivo è composta da inquieti incapaci di stare fermi, che vivono vite divertenti e spensierate, “una donna in ogni porto”, niente radici, niente impegni. Niente di più falso. La gente di mare sono uomini e donne che si sacrificano per mesi, lontano da casa, per “sbarcare il lunario”, per dar da mangiare alle proprie famiglie e magari anche a quelle dei propri fratelli, per dare futuro a figli che in Paesi magari disagiati non avrebbero grosse opportunità di studio. Sono padri che magari vedono per la prima volta un figlio neonato attraverso la webcam di un pc in un internet point di St. Maarten e piangono di gioia e di dolore nello stesso tempo; madri che hanno lasciato i propri figli con i genitori e magari navigano su navi diverse dai loro sposi; giovani in cerca di avventure che scoprono molto presto cosa voglia dire avere sulle spalle la responsabilità non solo propria ma di colleghi e passeggeri, avendo abbracciato una vita a metà strada tra il militare ed il professionale. Eh sì, perché magari sono partiti con l’idea di fare i camerieri, di fare tanti soldi, e poi hanno scoperto che, oltre a sgobbare anche per 17 ore al giorno in turni, gli toccano le esercitazioni d’emergenza, l’ “In Port Manning” (ovvero il “turno di guardia” in porto, mentre i tuoi colleghi escono a cena e vanno in un meraviglioso ristorantino di tapas o all’Hard Rock Cafè di Puerto Rico, oppure ti tocca esibirti in uno spettacolo per gli ospiti americani che non amano andare in giro di sera tardi e tu vorresti solo andare ad esplorare San Pietroburgo durante una overnight!) ed anche se sono adulti fatti devono osservare più regole di quante mamma gli abbia mai imposto!

Quando accadde la sciagura assurda della Concordia la mia indignazione raggiunse limiti inimmaginabili nel sentire con quanta ignoranza i mass media parlassero della gente del mare. Come poteva essere che una lancia di salvataggio fosse pilotata da un cameriere! Ci fosse stato uno che si sia disturbato di trovarla quella risposta! Non è difficile scoprire che i filippini, per fare un esempio, prima di poter imbarcare fanno tantissimi corsi, tra cui quello di pilotaggio delle lance di salvataggio, e che, quindi, il ruolo in caso di emergenza nulla c’entra con il lavoro svolto a bordo. Quanto disprezzo ho letto, quanta faciloneria, quanta ignoranza! Un intero comparto infamato per il “peccato” di un solo uomo. Una crisi economica innescata che ha portato tanti tagli agli equipaggi, agli stipendi, tanti stravolgimenti, ed incollato il bollino infamante su un’intera categoria: “incompetenti”, “faciloni”, “poco professionali”. Beh, ho navigato abbastanza da poter smentire tutto questo. Ho avuto la benedizione di dividere imbarchi anche molto lunghi con gente meravigliosa di ogni nazionalità, colore, credo religioso; ho avuto la benedizione di dividere lavoro e vita con gente straordinaria per competenza, professionalità ed umanità; ho avuto la benedizione di trovare amici veri, fidati, che ancora oggi fanno parte della mia vita; ho avuto la benedizione, guardando il mondo attraverso gli occhi della gente del mare, di ampliare i miei orizzonti, il mio cuore, la mia anima stessa. Ed infine, quello che forse conta di più, sono viva perché quando ho cominciato a soffrire di angina a causa di una grave ostruzione coronarica mi trovavo a San Pietroburgo ed è grazie alla mia compagnia dell’epoca che sono stata assistita in un ottimo centro medico e trasferita in un ospedale di prim’ordine per l’angioplastica che mi ha salvato dall’infarto.

Questa mia riflessione vuole essere un grande abbraccio al tutta la gente del mare, in particolare a quella che oggi il coronavirus sta isolando tra le paratie delle decine di navi che solcano i mari di questa nostra terra, ma anche a tutta quella che domani la crisi economica inevitabile tratterrà a terra per chissà quanto tempo, magari in condizioni disperate, quelle di contratti non sempre equi e giusti, convenienti fintanto che la rotazione d’imbarco è regolare, tragici se si resta a terra. Che il Signore vi protegga e sostenga, che le vostre compagnie sappiano proteggere la vostra salute ma anche il vostro futuro lavorativo e che i sindaci terrorizzati di tutto il mondo sappiano trattarvi da persone e non solo da “possibili veicoli di contagio”.

Doveroso per me, a conclusione di questo mio scritto, abbracciare virtualmente tutta la mia cara città di Piombino, mia casa di adozione, che nel gesto del suo sindaco ha dimostrato, ancora una volta, di sapere accogliere il suo prossimo. Grazie a nome di chi non avrà modo di dirvelo di persona da qualcuno che, finché vivrà, apparterrà sempre al mare ed alla sua gente.

 

Facebook Comments
image_print
1