Palestina
Palestina

 

 

di Mattia Spanò

 

Nella richiesta del governo israeliano alla “comunità internazionale” di accogliere tutti i palestinesi che – orwellianamente, annota ZeroHedge – “migrano volontariamente” c’è la rivelazione del piano: la scelta magnanima fra il genocidio e la deportazione. Scelta che prima o poi sarà imposta a tutti, dal momento che convivenza e fratellanza universale non sono semplici utopie, ma frescacce vere e proprie.

In sostanza la famigerata “comunità internazionale si dovrebbe accollare sia le persone – tre milioni – che i costi annessi. E lo dicono con una tranquillità macabra, come fosse la cosa più ovvia del mondo.

Qualche avvisaglia del progetto c’era stata a fine ottobre, quando Israele aveva proposto all’Egitto di accogliere i palestinesi in cambio di un taglio del debito estero. Si badi bene: taglio, non azzeramento. Gli egiziani brutti sporchi e cattivi hanno gentilmente declinato la generosa offerta.

Chi conosca bene la deriva che ha preso la trappola del debito pubblico ha subito compreso che si trattava di una truffa: ciò che ti sconto oggi te lo riaccollo domani quadruplicato, per mezzo dei soliti “aggiustamenti strutturali” delle “politiche monetarie”, sempre con lo spettro del regime-change. La notizia casomai è che il debito pubblico si può condonare, ma quasi nessuno ha riportato la vera notizia: il debito non è come il vento e la pioggia, si può condonare. Specie quando è creato ad arte con la truffa e l’inganno.

Non mi straccerò le vesti per la proposta israeliana. Certamente chiunque altro, in situazione analoga, avesse osato proporre qualcosa di anche solo lontanamente paragonabile sarebbe stato sepolto da contumelie, risate e soprattutto sanzioni.

Se lo fa Israele, no. Anzi: parliamone. Ma non è questo il punto. Anzi a mio avviso una ragione c’è, è più profonda e molto evidente. E che sia una ragione più che buona e più che solida lo certifica il fatto che non se ne parli.

Il punto è che l’esistenza stessa di Israele è storicamente un’operazione in vitro. È puro artificio. In un certo senso, Israele sta pretendendo qualcosa di fondato: avete creato voi il problema, adesso risolvetelo. È ovvio che parli in partibus infidelium, e quindi non siano loro a dover pagare il fio. Israele vincerà la guerra e in un modo o nell’altro ripulirà la Palestina dai palestinesi. Lo sta dicendo in forma talmente netta e chiara che a questo punto la sordità e l’assenza di comprendonio è tutta da parte nostra, instupiditi dal senso di colpa per il male commesso da altri.

Che poi Israele lo faccia per sfruttare i giacimenti di gas al largo di Gaza è la classica ciliegina sulla torta. Ma la vera partita è infinitamente più remunerativa, e molto poco ha a che fare con la storica querelle Israele-Palestina.

Il costo umano insomma sarà pagato con settant’anni di ritardo da chi il problema l’ha creato, riportando – o ri-deportando, se solo si potesse dire senza scandalizzare le anime belle – gli ebrei in una terra che avevano abbandonato duemila anni prima. Duemila anni, non duemila mesi o duemila giorni. L’impero romano è finito solo 1600 anni fa, ma provate voi a proporne la riedizione.

D’altra parte, privatizzare gli utili e socializzare le perdite è un vizio antico. Per avere un saggio di come le élite finanziarie strangolino Stati ed economie potenzialmente ricchissime, si guardi questa tanto breve quanto esatta analisi storica delle nove bancarotte subite dallo stato argentino nell’ultimo secolo.

Per tornare all’argomento è fuori dubbio che esista una specificità ebraica, ma essa non risiede tanto a mio avviso nell’aver subito l’ignominia della Shoah, quanto nel carattere messianico dello Stato nato dopo. Il Messia, secondo i sionisti, è Eretz Israel stesso.

Al potere non interessa nulla né degli ebrei, né men che meno degli israeliani, figuriamoci se gliene cale qualcosa del diritto di uno stato ad esistere o a difendersi. Sono tutti specchietti per allodole: la narrazione deve procedere spedita, monolitica e monografica.

E infatti si tace della formidabile opposizione interna allo Stato sionista, come si tace gli appelli alla pace congiunti di intellettuali israeliani e palestinesi. Né ha la minima rilevanza il fatto che sia stato anche l’esercito israeliano a sparare sui giovani al rave del 7 ottobre. La notizia la danno, per carità. Un po’ come annunciano lo stiramento alla coscia del terzino dell’Udinese che lo terrà lontano dal campo tre settimane.

La cartina di tornasole della sovrana incuranza rispetto all’identità ebraica è che se un ebreo come Moni Ovadia si permette di dissentire, viene trattato come un pazzo delirante, antisemita e quindi implicitamente filonazista,   e costretto a dimettersi, casomai avesse un lavoro e lo svolgesse egregiamente.

Il dato interessante è che gli stessi giornali che accusano gli altri di essere complottisti e negazionisti, quando si tratta di mettere a punto complotti e negazioni della realtà ben più bislacche ma organiche al potere, sono in prima linea.

Abbiano così i nazisti di Azov che leggono Kant e difendono i nostri valori, mentre un intellettuale ebreo con decenni di militanza pacifista alle spalle diventa di colpo un nazista che vorrebbe lo sterminio degli ebrei. Vero che anche nell’ ubriachezza possono aversi momenti di lucida consapevolezza – in vino veritas, si diceva un tempo – ma qui se ne abusa malamente.

La specificità di Israele è il fatto di essere, almeno in prospettiva, uno Stato-dio, cioè da una volontà superiore insindacabile. Dio non esisterebbe nell’alto dei cieli, ma sarebbe vivo e presente in mezzo a noi. Se lo Stato comanda che un’intera categoria di persone va debellata con qualsiasi mezzo, chi avrebbe la forza e le ragioni per opporsi?

In parallelo, l’élite si sta premurando di farci sapere che la “democrazia” non funziona più. Sono decenni che “tecnici” non eletti nemmeno in assemblea condominiale si occupano del nostro bene con una solerzia che ci ha ridotto tutti in mutande. La povertà, dice la Caritas, è diventata strutturale, eppure un numero non esiguo di persone impermeabili alle relazioni di causa-effetto continuano a rimpiangere Monti e Draghi.

Chi pensa che negli Stati Uniti se la passino molto meglio che a Napoli, si sbaglia di grosso. Certe persone se la passano meglio negli U.S.A., come certe persone se la passano molto bene a Bruxelles o a Ginevra, ma forse i Quartieri Spagnoli sono più civili e confortevoli di sobborghi di Los Angeles come Inglewood. Per tacere di Molenbeek a Bruxelles, o Stovner a Oslo.

Per vari gradi, e attraverso teorie politiche sempre più raffinate ma di un cinismo raccapricciante, si sono attratte le masse dentro gigantesche trappole concettuali. Una volta sancito lo Stato voluto da Dio come principio regolatore della vita umana – una vita umana sottoposta ad un controllo ferreo al quale è impossibile sottrarsi – ecco che si affaccia lo Stato-dio. L’Iran sarà anche una teocrazia, ma il tecno-stato scientista non mi pare tanto meglio.

Prima si sono sedotte le masse introducendo concetti come la razza, nel senso che un fatto banalmente somatico come avere la pelle nera o gli occhi a mandorla ha assunto un valore culturale, storico e politico.

Dopo di che, sempre restando nell’esempio fatto, si è introdotto il concetto di tolleranza e integrazione, posizioni intellettuali che si sono lentamente trasformate in obblighi.

Attirati i topi nel formaggio del pensiero mainstream, la trappola scatta. Nel caos generale, si profilano all’orizzonte entità super-statuali che devono però avere una connotazione soprannaturale per essere accettate da tutti. Utili idioti come gli attivisti di Ultima Generazione e Black Lives Matter, per tacere degli Lgbtq+ trovano spazi nel discorso pubblico impensabili per chiunque altro. Eppure, si tratta di minoranze nelle minoranze, molto ben foraggiate. Anche l’idealità si paga.

In questo e in molti altri sensi (si pensi alla teoria gender), l’Antico Testamento e la storia stessa del popolo ebraico, anche nella sua versione talmudica, tornano eccezionalmente utili.

Non pretendo di avere ragione in questa breve disamina. Mi limito ad osservare che si tratta di una possibilità, una coincidenza forse, o almeno un’intenzione nemmeno troppo nascosta.

Che poi si realizzi, è un altro discorso. Non lo farà, ma per un fatto semplice: Dio esiste e non ci permette di fare il Suo lavoro. Soprattutto non si fa prendere in giro da quattro pagliacci che non sanno come spendere la cellulosa e il cotone che hanno accumulato nelle banche.

Non mi faccio illusioni: non ci sarà nessun risveglio, ma un colossale e certosino lavoro culturale e politico. Porta a porta, casa per casa, un uomo alla volta.

 


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