mani in preghiera

 

di Aurelio Porfiri

 

Tutti possiamo seguire i tanti dibattiti e le tante polemiche che si succedono in questi giorni, il cui unico tema di discussione, e con ragione, è la pandemia di coronavirus che stiamo vivendo. Non si parla d’altro, la gente non vuole parlare o sentire altro. Ripeto, non ci sorprende una cosa del genere, visto che questo evento segnerà anche la nostra vita nel futuro, come una guerra o una calamità naturale. Arriverà un momento in cui dovremmo per forza fare i conti con questi eventi e cercare di capire se ci insegnano qualcosa. Uno dei temi è quello della partecipazione impedita alla liturgia, per evitare assembramenti di persone e favorire la diffusione della malattia. Pensando poi che lo spettro demografico di coloro che frequentano la chiesa ai nostri tempi tende verso l’età più matura.

La Messa è l’atto più grande della nostra fede. Nella Mediator Dei, Pio XII sanciva: “Il dovere fondamentale dell’uomo è certamente quello di orientare verso Dio se stesso e la propria vita. «A Lui, difatti, dobbiamo principalmente unirci, e indefettibile principio, al quale deve anche costantemente rivolgersi la nostra scelta come ad ultimo fine, che perdiamo peccando anche per negligenza e che dobbiamo riconquistare per la fede credendo in Lui» (San Tommaso, Summa Theol., 2.a 2.æ, q. 81, a. 1). Ora, l’uomo si volge ordinatamente a Dio quando ne riconosce la suprema maestà e il supremo magistero, quando accetta con sottomissione le verità divinamente rivelate, quando ne osserva religiosamente le leggi, quando fa convergere verso di Lui tutta la sua attività, quando per dirla in breve presta, mediante le virtù della religione, il debito culto all’unico e vero Dio. Questo è un dovere che obbliga prima di tutto gli uomini singolarmente, ma è anche un dovere collettivo di tutta la comunità umana ordinata con reciproci vincoli sociali, perché anch’essa dipende dalla somma autorità di Dio. Si noti, poi, che questo è un particolare dovere degli uomini, in quanto Dio li ha elevati all’ordine soprannaturale. Così se consideriamo Dio come autore dell’antica Legge, lo vediamo proclamare anche precetti rituali e determinare accuratamente le norme che il popolo deve osservare nel rendergli il legittimo culto. Stabilì, quindi, vari sacrifici e designò varie cerimonie con le quali dovevano compiersi; e determinò chiaramente ciò che si riferiva all’Arca dell’Alleanza, al Tempio ed ai giorni festivi; designò la tribù sacerdotale e il sommo sacerdote, indicò e descrisse le vesti da usarsi dai sacri ministri e quanto altro mai aveva relazione col culto divino (cfr. Levitico). Questo culto, del resto, non era altro che l’ombra (Heb. 10, 1) di quello che il Sommo Sacerdote del Nuovo Testamento avrebbe reso al Padre Celeste”. Insomma, la liturgia non è qualcosa di accessorio, ma un dovere preciso del cristiano. Certo, ci sono anche le esigenze di salvaguardare vite umane, non esporli a possibili pericoli. Ecco che trovare un equilibrio in questa situazione diviene estremamente difficile e penoso.

Mons. Giampaolo Crepaldi, in un documento recente, ha osservato: “Il bene comune è di natura morale e, come abbiamo detto sopra, questa crisi dovrebbe indurre alla riscoperta di questa dimensione, ma la morale non vive di vita propria, dato che è incapace di fondarsi ultimamente. Qui si pone il problema della relazione essenziale che la vita politica ha con la religione, quella che meglio garantisce anche la verità della vita politica. L’autorità politica indebolisce la lotta contro il male, come accade anche con l’epidemia in corso, quando equipara le Sante Messe alle iniziative ludiche, pensando che debbano essere sospese, magari anche prima di sospendere altre forme aggregative senz’altro meno importanti. Anche la Chiesa può sbagliare quando non fa valere, per lo stesso autentico e completo bene comune, l’esigenza pubblica delle Sante Messe e dell’apertura delle chiese. La Chiesa dà il suo contributo alla lotta contro l’epidemia nelle varie forme di assistenza, aiuto e solidarietà che essa sa realizzare, come ha sempre fatto in casi simili in passato. È il caso, però, di mantenere alta l’attenzione alla dimensione religiosa del suo apporto, affinché non sia considerata una semplice espressione della società civile. Per questo assume un valore particolare quanto affermato da Papa Francesco che ha pregato lo Spirito Santo di dare “ai pastori la capacità e il discernimento pastorale affinché provvedano misure che non lascino da solo il santo popolo fedele di Dio. Che il popolo di Dio si senta accompagnato dai pastori e dal conforto della Parola di Dio, dei sacramenti e della preghiera”, naturalmente con il buon senso e la prudenza che la situazione richiede“. Ecco, in queste osservazioni del prelato mi sembra ci siano spunti da tenere presenti, in quanto quello che ci accade oggi non è che uno specchio di un cammino su cui la Chiesa si è oramai incamminata da decenni, in cui il soprannaturale è stato a bella posta “naturalizzato”, rendendo possibile concepire la santa Messa come un’attività tra le altre. E non dimentichiamo che anche lo stile di tante celebrazioni dei tempi nostri ci richiama a questo desiderio di quotidianità liturgica, che rende agli occhi di tanti la liturgia un incontro fra gli altri, senza quel carattere soprannaturale che dovrebbe esserne al cuore. 

Come vivere la liturgia al tempo del coronavirus? Deus non alligatur sacramentis, ci dice la tradizione teologica cattolica, Dio può agire ed agisce anche al di fuori di una regolare vita sacramentale. Noto che in questi tempi, specialmente sui social, c’è un continuo organizzare la recita del rosario, la via crucis, novene….insomma tutte quelle forme di preghiera che tanti nella Chiesa stessa hanno vituperato perché appartenenti ad un passato che molti vivono quasi con vergogna, come se non ci dovesse più appartenere.

 

 

(Pubblicato su aurelioporfiriblog)

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