Ho apprezzato in questo articolo il valore che ha l’esperienza personale. Dio si è sottomesso alla nostra esperienza perché non viviamo più chiusi nei nostri schemi ma ci lasciamo sorprendere da ciò che accade. L’articolo è di Alessandra Bocchi, una giornalista freelance italiana, ed è stato pubblicato su First Things. Eccolo nella mia traduzione.

                 Antonio Zeffiri

 

Tunisi

Tunisi

 

Sono cresciuta nel nord Italia, in una famiglia cattolica. Per noi, come per molte famiglie italiane, essere cattolici era una questione di tradizione piuttosto che di fede. Quando ero giovane, frequentavo il catechismo a Milano, ricevetti i sacramenti e credevo in Dio. Ma i miei genitori non mi hanno insegnato a praticare uno stile di vita cattolico. Loro stessi non erano praticanti. Divorziarono quando ero molto giovane. Andavamo a messa solo a Natale e Pasqua, per tradizione.

Ho vissuto gli anni dell’adolescenza come se fossi sulle montagne russe. Ero ribelle come lo sono gli adolescenti, il che significa conformarsi al mondo, il mondo dell’Europa post-cristiana. Inizialmente ho trascurato la religione, poi ho iniziato a rifiutarla attivamente. Quando ho lasciato Milano per frequentare l’università a Londra, il mio atteggiamento e comportamento nei confronti della religione non sono cambiati.

Il mio rifiuto della fede era dovuto in parte alla formazione che avevo ricevuto a scuola. Fin da adolescente mi piaceva studiare filosofia e letteratura. Anche se ho studiato scrittori cristiani come Dante, il percorso scolastico si è concentrato su pensatori che hanno messo in discussione il cristianesimo. Ho seguito un corso chiamato “Filosofia della religione”, con un insegnante che mostrava un completo disprezzo per la fede in Dio, al punto che uno dei miei amici religiosi una volta uscì piangendo dalla classe. All’epoca, mi era sembrata una reazione eccessiva ad una discussione civile.

Ho completato la mia laurea in scienze politiche presso il King’s College di Londra e la mia laurea in filosofia politica presso l’University College di Londra. I moduli che abbiamo studiato partivano dall’Illuminismo in poi: Hobbes, Locke, Rousseau, Montesquieu e così via. Nessuna filosofia antica o cristiana è stata insegnata. Passammo quindi a studiare il postmoderno e così sono stata attratta da pensatori come Michel Foucault. Vivere a Londra – una città alienata e atomizzata – ha ispirato in me un’avversione per la modernità, cosicché la critica di Foucault alla modernità come sistema di controllo sull’individuo ha avuto una certa corrispondenza in me. In una certa misura, sono ancora d’accordo con questa critica. Ma il carattere della mia avversione alla modernità era allora liberal, mentre ora è religioso.

Ho terminato un intenso programma di formazione giornalistica presso la più grande agenzia di stampa di Londra, e per il mio primo lavoro come giornalista ho viaggiato in Nord Africa. Ci sono andata senza pregiudizi o preconcetti riguardo alla fede islamica o alla società musulmana. Ho vissuto per un anno in Tunisia, dove ho lavorato per cinque diversi giornali arabi. Ho potuto osservare in prima persona la società musulmana.

Sin dall’inizio, ho risentito degli aspetti conservatori della società tunisina. La mia prima intervista è stata con un ex detenuto della Baia di Guantanamo che ha rifiutato di stringermi la mano perché ero una donna. La maggior parte dei tunisini non segue questa pratica, ma applica comunque altre restrizioni. Così non potevo uscire di notte senza una compagnia  maschile. Una volta, stavo facendo jogging fuori da sola e ho dovuto minacciare di chiamare la polizia perché un gruppo di giovani non mi lasciava in pace. Era una specie di molestia che non avevo mai provato prima. Questi incidenti mi hanno fatto venire voglia di lavorare con le donne del paese, per far luce sull’oppressione e sulle pratiche sessuali dispregiative che hanno vissuto nella loro vita, come i test di verginità umilianti. Per essere considerate degne mogli, le donne dovevano dare prova della loro castità mostrando il sangue sulle loro lenzuola alle loro famiglie dopo la prima notte di matrimonio. Ho sentito storie di donne o dei loro sposi che si tagliavano o usavano il vino per fornire questa “prova”. Altre storie riguardavano donne che si sottoponevano a chirurgia ricostruttiva dell’imene. Sentire parlare di questi episodi mi ha fatto risentire ancora di più l’ipocrisia di alcune pratiche islamiche.

Ho anche lavorato con le minoranze cristiane della Tunisia. Lasciare l’Islam non è permesso, secondo le scritture religiose. Ho trascorso settimane alla ricerca di un articolo che rivelava come il proselitismo rimanesse illegale nella Tunisia presumibilmente liberale anche dopo la primavera araba, che doveva essere una rivoluzione per sostenere i diritti umani per tutti, e come l’apostasia comportasse il rischio di un’intensa vergogna sociale, e persino il rischio della violenza. Ho parlato con i convertiti dall’Islam al cristianesimo, i quali hanno descritto la loro paura di rivelare il fatto di essere diventati cristiani. Ho intervistato leader religiosi di entrambe le fedi cristiana e islamica. I cristiani avevano bisogno della protezione della polizia quando andavano a messa la domenica. Ho partecipato alla messa nella cattedrale principale di Tunisi, inizialmente solo per scopi giornalistici. Eppure mentre lo facevo, provavo un senso di appartenenza che non avevo mai provato prima.

Ho sentito che questi uomini e donne che professavano la loro fede in mezzo alla persecuzione erano i miei fratelli e sorelle. La loro ospitalità verso una sconosciuta come me e la forza della loro fede nonostante i problemi che hanno dovuto affrontare, mi hanno fatta sentire come una di loro, una cristiana. Non mi ero mai definita cristiana, ma tra i cristiani perseguitati all’estero ho iniziato a sentirmi tale.

Ho avuto lunghe conversazioni con alcuni cristiani tunisini sulle loro conversioni e una storia di un ex simpatizzante di Al Qaeda mi ha particolarmente colpito. Ha detto: “Ero pieno di odio dentro di me, ma quando ho iniziato a credere nel cristianesimo, ho sentito una tranquillità che non avevo mai avuto prima”. Così la fede che credevo fosse scontata essendo cresciuta in una cultura post-cristiana ha iniziato per me a prendere vita.

Quando sono tornata in Italia, il mio paese era diventato straniero per me. Ho iniziato a capire le parole di un pastore anglicano che avevo intervistato in Nord Africa: “Preferisco vivere in un paese musulmano, nonostante la persecuzione che a volte affrontiamo, piuttosto che vivere in Europa, dove la religione viene derisa. Almeno ora sono circondato da persone che credono in Dio”. Ho compreso come musulmani e cristiani avevano più cose in comune tra loro che con gli atei in Occidente che avevano disprezzo verso tutte le fedi.

Ho apprezzato il fatto di aver vissuto in una società che, nonostante tutti i suoi difetti, forniva un senso di comunità, compagnia e trascendenza che mancava in Europa. Mi sono resa conto che queste qualità esistevano non solo nei gruppi cristiani perseguitati con i quali mi identificavo, ma anche nella società più ampia. La società musulmana che pensavo di disprezzare – e ancora lo faccio, quando si tratta dell’oppressione di donne e cristiani – sembrava superiore alla mia quando ho considerato il senso di significato che forniva alla sua gente. Ho visto alcuni degli amici con cui ero cresciuta bevendo, festeggiando e avendo rapporti sessuali di ogni genere senza pensarci troppo. Li ho visti sotto una luce diversa.

In gioventù ero stata resa insensibile alla decadenza che ora era impossibile ignorare. Ho iniziato a isolarmi dai miei colleghi per concentrarmi sul mio lavoro e praticare la mia fede. La mia vecchia frustrazione verso l’adesione alla tradizione ha trovato così una direzione corretta. Mi sono resa conto che non c’era nulla di veramente ribelle nel conformarsi allo stile di vita della maggior parte delle persone intorno a me. Ho capito che il vero anticonformismo significava allontanarmi dal mondo della mia educazione.

Mentre vivevo nel mondo musulmano, avevo pensato che la società europea fosse minacciata dal tradizionalismo morale dell’Islam. Quando sono tornata in Europa, ho capito che l’Islam è una minaccia minore di quanto lo siamo noi verso noi stessi. Non c’è molto altro da salvare nella società occidentale; il nostro compito ora deve essere quello di recuperare ciò che è stato perso. Sono grata all’Islam per avermi aiutata a vedere questo. Anche se continuo a respingere elementi della società musulmana, sono arrivata ad ammirare la sua fede, che mi ha riportata alla mia. Faccio ancora fatica in una società che rifiuta le mie convinzioni e in cui l’isolamento o il compromesso spesso sembrano le uniche opzioni. Almeno ora ho un orientamento spirituale e una strada davanti.

 

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