di Fabio Vessillifero
L’illusione dei bilanci e la recita del conformismo ecclesiale
L’autunno della vita diocesana si apre immancabilmente con la consueta liturgia burocratica dell’inizio dell’anno pastorale. Con l’apertura delle scuole e la ripresa delle attività ordinarie, i vescovi presentano la lettera o linea pastorale, ovvero il documento di indirizzo che guiderà la comunità diocesana, i sacerdoti, i catechisti e i laici nei mesi successivi. In questa fase dell’anno liturgico e sociale, l’inaugurazione dell’anno pastorale assume solitamente una struttura formale ben precisa:
- Convegni o Assemblee Diocesane: Un momento di incontro e confronto guidato dal Vescovo, rivolto agli operatori pastorali, ai consigli parrocchiali e ai catechisti, spesso centrato sui temi generali proposti dalla CEI o dal Sinodo.
- Pubblicazione della Lettera Pastorale: Il testo redatto dal Vescovo che definisce le priorità formative, spirituali e caritative dell’anno.
- Messa di Inizio Anno Pastorale: La celebrazione eucaristica solenne in Cattedrale, durante la quale spesso vengono conferiti i mandati ai catechisti ed educatori.
Tuttavia, sotto questa vernice rassicurante, va in scena la recita vuota e stanca di un’istituzione che ha paura della verità. Tra interventi preconfezionati, lettere infagottate di slogan sociologici e convegni dall’esito meticolosamente blindato, si costruisce un’impalcatura formale al solo scopo di soffocare ogni reale confronto, precludendo qualsiasi diagnosi autentica e spietata sullo stato di salute della fede. È l’apoteosi del politicamente corretto applicato alla Chiesa: una burocrazia ecclesiale preoccupata unicamente di non urtare le sensibilità dominanti, di galleggiare nello statu quo e di preservare le proprie posizioni di potere. I vescovi si arroccano dietro un mutismo ideologico spaventoso, rifiutando con ostinazione di mettere in discussione linee pastorali palesemente fallimentari. Si nega la realtà di una secolarizzazione selvaggia che sta svuotando le chiese e spegnendo le coscienze, preferendo la finzione di una vitalità di facciata alla cruda urgenza della conversione.
La deriva del sociale e il naufragio della carità evangelica
L’errore fatale che sta divorando dall’interno le nostre diocesi è la pretesa cieca e perversa di interpretare la crisi della fede con le sole categorie della sociologia. Di fronte al deserto spirituale, alla scomparsa della vita di grazia e al crollo verticale della pratica sacramentale, la risposta della gerarchia non è il grido dell’annuncio salvifico, ma un’ipertrofica e disperata spinta verso l’attivismo sociale. Si riduce la ferita dell’anima a un semplice mutamento demografico o culturale a cui rispondere riorganizzando le strutture. Ma quando l’agire della Chiesa viene scientemente reciso dal suo principio movente — che è la Grazia, la Verità rivelata e l’incontro personale con Cristo —, la carità scompare, lasciando il posto a un guscio vuoto. Si degrada in una filantropia orizzontale, un’assistenza burocratizzata, paternalistica e del tutto sovrapponibile alle prestazioni di una qualsiasi ONG o ente del terzo settore. Separato dall’adorazione, dalla preghiera e dai contenuti della fede, questo attivismo esasperato produce solo stanchezza e burnout spirituale nei laici e nei sacerdoti, accelerando la secolarizzazione interna e trasformando le parrocchie in grigie agenzie di servizi etico-sociali del tutto irrilevanti per la salvezza dell’uomo.
Il pelagianesimo manageriale e la tecnocratizzazione del Sinodo
L’assimilazione delle categorie mondane ha raggiunto la sua vetta più grottesca con l’adozione sistematica, nei processi sinodali e nella governance diocesana, dei modelli di gestione mutuati dal management aziendale e dalle tecniche di riassetto societario. Sotto la patina mistificatrice di un linguaggio pseudo-spirituale ad uso degli addetti ai lavori, si è compiuta la svendita della natura stessa della Chiesa alle dinamiche del focus group, dei tavoli d’ascolto e della gestione del consenso. La ricerca della Verità oggettiva e la custodia del depositum fidei vengono brutalmente calpestate in nome della sacralizzazione del “processo” e della procedura. In questa gabbia tecnocratica, il Vescovo smette di essere il pastore che insegna con autorità apostolicamente ricevuta e si riduce a un pallido facilitatore neutrale, un moderatore di assemblea la cui unica preoccupazione è calibrare i flussi di parola ed evitare conflitti. La deriva semantica svela senza pudore l’asservimento della prassi ecclesiale ai manuali aziendali:
Questo pelagianesimo organizzativo vende l’illusione velenosa che la fecondità della missione evangelica dipenda dall’efficienza delle strategie partecipative e dalla pianificazione sociologica, segnando l’eclissi definitiva della Grazia, della Croce e della conversione personale.
La decapitazione metafisica e l’asservimento alle logiche del presente
Alla radice di questo disastro pastorale e del degrado liturgico vi è una vera e propria decapitazione filosofica: la rinuncia totale alla metafisica in favore delle categorie piatte del pensiero post-kantiano, del fenomenismo e del funzionalismo moderno. Aver precluso la mente all’intelligenza dell’essere significa aver privato i quadri ecclesiali di qualsiasi capacità di risalire alle cause prime e di giudicare il mondo. Senza la struttura del pensiero metafisico non esiste più alcun punto d’appoggio esterno al sistema: l’illusione di “dialogare” con la contemporaneità si ribalta così in un totale, servile e passivo asservimento alle logiche del capitalismo predatorio e del tecnocratismo globale. In parallelo, il rifiuto ad un trascendente che richiami alla maestosità e alla bellezza di Dio ha distrutto l’anima stessa della liturgia. Nelle cattedrali come nelle parrocchie domina una sciatteria celebrativa imbarazzante, l’assenza di cura per la musica sacra, lo smantellamento del decoro dell’altare e la perdita totale del senso del Sacro e del mysterium. Svuotata della sua dimensione teocentrica e sacrificale, la Messa si trasforma in uno stanco palcoscenico antropocentrico e autoreferenziale, dove non si insegna più a pregare, a contemplare e ad adorare, offrendo all’angoscia dell’uomo contemporaneo il nulla rivestito di un vago insegnamento moralistico e stucchevole sentimentalismo.
La selezione avversa e la complicità dell’ideologia secolare
L’assenza di qualsiasi correzione di rotta da parte dei vertici romani di fronte al tracollo verticale della fede non è frutto di una semplice distrazione o di un’ingenua incapacità, ma svela un disegno ideologico deliberato. Domina ai vertici la convinzione cieca che la Chiesa, per sopravvivere, debba sbarazzarsi della rigidità del dogma, della disciplina e della metafisica, ritenuti zavorre obsolete che impediscono l’integrazione nelle agende culturali del mondo. In questo quadro, l’assunzione acritica delle categorie kantiane e post-kantiane si rivela tragicamente funzionale al sistema del capitalismo predatorio: una struttura di pensiero in cui la realtà viene smembrata, categorizzata e de-dogmatizzata unicamente per poter essere controllata, manipolata, sfruttata e monetizzata. L’adesione a questa visione culturale fatta propria dai vertici non ha più nulla dell’animo del discepolo di Cristo — il quale dovrebbe invece avvertirne tutta la carica aberrante e percepirsi radicalmente estraneo a essa —, ma rispecchia la logica secolare, desacralizzata e apertamente antievangelica della mondanità.
È proprio in questa linea di rottura che s’innesta l’ormai celebre formula di Bergoglio, il quale ha teorizzato la figura del pastore che deve avere «l’odore delle pecore»: una suggestione sociologica e immanentista che ribalta il mandato apostolico. L’insegnamento di San Paolo, infatti, chiedeva al contrario ai credenti e ai pastori di essere «il buon profumo di Cristo» (2 Cor 2,15), l’odore del Trascendente che eleva il mondo a Dio. Sostituire il profumo del Trascendente e della Grazia con l’odore immanente del gregge significa teorizzare la resa della Chiesa alla mondanità.
Questa complicità sistemica svela una realtà drammatica: l’incapacità di riflettere la luce di Dio è l’evidente conseguenza di una vita interiore spenta, in cui molti vescovi non coltivano più un’autentica fede, avendo abbandonato la preghiera personale e l’unione profonda con il Signore. Privi di questa linfa interiore, essi diventano i perfetti ingranaggi di un meccanismo di selezione avversa gestito dal centro, dove la saldezza dottrinale e lo spessore teologico vengono bollati come “rigidità” e sistematicamente epurati, per fare spazio a profili burocratici, scoloriti e docili alle agende del pensiero unico. Si compie così sotto i nostri occhi quella vertigine drammatica che il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 675) denuncia con spietata e profetica chiarezza:
«Prima della venuta di Cristo, la Chiesa deve passare attraverso una prova finale che scuoterà la fede di molti credenti. La persecuzione che accompagna il suo pellegrinaggio sulla terra svelerà il “mistero di iniquità” sotto la forma di una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia dalla verità. L’impostura religiosa suprema è quella dell’Anticristo, cioè quella di un pseudo-messianismo in cui l’uomo glorifica se stesso al posto di Dio e del suo Messia venuto nella carne».
L’analisi qui condotta vi sembra dura, spietata o persino eccessiva? La risposta a questo interrogativo ci viene offerta, senza appello, dal Signore stesso: «Dall’albero si riconoscono i frutti» (Lc 6,43-45). E i frutti di questa linea pastorale sono oggi impietosamente sotto gli occhi di tutti: lo svuotamento inesorabile delle chiese e la chiusura progressiva dei seminari. Di fronte alla drammatica evidenza di questo fallimento spirituale e pastorale, decade ogni alibi e deve tacere qualsiasi giustificazione d’apparato: contra factum non valet argomentum.
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Fabio, ho letto con attenzione il tuo articolo. Nel complesso penso che abbia una tesi chiara e interessante: la crisi della vita ecclesiale non può essere letta soltanto attraverso categorie sociologiche, organizzative o manageriali, perché la Chiesa non è anzitutto un’organizzazione da efficientare, ma una realtà teologica che vive della Grazia, della Verità, della conversione, della liturgia e dell’incontro con Cristo. Anche la critica alla trasformazione del linguaggio ecclesiale in linguaggio gestionale e alla possibile riduzione della sinodalità a tecnica di gestione del consenso è un tema che merita di essere affrontato.
Proprio perché considero interessante l’impianto, però, credo che il testo avrebbe bisogno di una revisione importante sul piano argomentativo. In alcuni passaggi la forza della tesi viene indebolita dall’eccesso di assertività. A volte passi dalla constatazione di un fenomeno all’attribuzione della sua causa senza costruire tutti i passaggi necessari.
Per esempio, quando parli di «un disegno ideologico deliberato» ai vertici della Chiesa, fai un’affermazione molto forte che richiederebbe documentazione specifica. Altrimenti chi non condivide la tua lettura potrebbe facilmente spostare il confronto dal problema che sollevi alla questione delle intenzioni che attribuisci agli altri. Lo stesso vale per il passaggio in cui affermi che «molti vescovi» avrebbero abbandonato la preghiera personale e l’unione con il Signore: qui entri nella sfera della coscienza personale, che non è ordinariamente verificabile e che quindi, a mio avviso, sarebbe meglio non utilizzare come argomento.
Anche il riferimento all’«odore delle pecore» meriterebbe maggiore cautela. La contrapposizione con il «buon profumo di Cristo» è suggestiva e teologicamente interessante, ma per arrivare a concludere che quella formula rappresenti una resa all’immanentismo occorrerebbe dimostrare il passaggio. Altrimenti rischia di apparire come una contrapposizione costruita più retoricamente che argomentativamente.
La stessa attenzione la userei nella parte sulla metafisica. È forse una delle sezioni più interessanti dell’articolo, perché apre una questione realmente filosofica: se la Chiesa perde le categorie dell’essere, della verità e della trascendenza, con quali criteri può giudicare criticamente la cultura contemporanea? Qui, secondo me, hai la possibilità di andare molto più in profondità. Però eviterei di mettere troppo rapidamente nello stesso quadro Kant, il fenomenismo, il funzionalismo, il capitalismo e la tecnocrazia. Sono piani diversi e andrebbero distinti.
Un’altra questione riguarda il rapporto tra crisi della pratica religiosa e fallimento delle linee pastorali. È certamente possibile e doveroso interrogarsi sui «frutti», come fai richiamando il Vangelo. Ma il fatto che le chiese si svuotino e i seminari diminuiscano non dimostra da solo che una determinata linea pastorale sia la causa di questi fenomeni. Per sostenerlo occorrerebbe un’analisi più articolata. Altrimenti si rischia di passare troppo rapidamente dal dato alla spiegazione del dato.
Anche il riferimento al Catechismo, n. 675, lo userei con grande attenzione. È un testo molto forte e pertinente per parlare del mistero dell’iniquità e della prova della Chiesa, ma non lo utilizzerei come se identificasse automaticamente determinate dinamiche ecclesiali contemporanee con quella prova escatologica. Potrebbe invece funzionare molto meglio come criterio teologico di discernimento.
Insomma, io non toglierei la tua tesi, anzi la renderei più rigorosa. Il punto, secondo me, non è rendere il testo meno coraggioso, ma fare in modo che la sua forza derivi dall’argomentazione e non soltanto dalla durezza delle formulazioni.
Ci sono intuizioni molto buone: la riduzione della crisi della fede a problema sociologico; la trasformazione della pastorale in attivismo; il rischio di una tecnocratizzazione dei processi ecclesiali; la perdita delle categorie metafisiche; il rapporto tra trascendenza, liturgia e senso del sacro. Sono temi importanti.
Ma proprio per questo li porterei su un piano più rigorosamente teologico e filosofico, eliminando soprattutto le attribuzioni di intenzione non dimostrate, le diagnosi sulla vita interiore delle persone e alcune generalizzazioni.
In questo modo, secondo me, il tuo articolo guadagnerebbe molto: sarebbe meno facilmente liquidabile come un testo polemico e diventerebbe una vera critica teologico-filosofica della deriva sociologica e manageriale di una parte della pastorale contemporanea.
La tua intuizione di fondo, insomma, la terrei. Interverrei soprattutto sul modo in cui viene dimostrata.