di Giorgio Ponte

 

A volte capita che gli uomini, anche quelli di fede, facciano della coerenza una virtù in sé, unico metro per misurare quanto una persona sia corretta o meno rispetto a un dato modello di perfezione (generalmente astratto e irraggiungibile) che provoca la frustrazione e il dolore di molti, e in base al quale ci si permette di giudicare chi è meritevole di plauso e chi no.

A me ha sempre incuriosito invece come la coerenza non sia nominata in nessuno degli elenchi delle virtù evangeliche: né cardinali, né teologali, e nemmeno tra i doni o i frutti dello Spirito Santo.

Perché? Perché Dio sa bene come siamo fatti.

L’incoerenza è una componente costitutiva dell’essere umano, strettamente connessa a una delle sue capacità più fondamentali: quella di cambiare.

Noi la guardiamo sempre dal punto di vista di chi “predica bene, ma razzola male” e non ci soffermiamo mai sul fatto che si può anche “predicare male e razzolare bene”, come nella parabola dei due figli, di Matteo. (Mt 21, 28-31)

Certo, forse sarebbe meglio fare bene entrambe le cose, predicare e “razzolare”, ma dal momento che nella mia esperienza le persone che guardano alla coerenza come a una virtù, sono anche le stesse più crudeli nel giudicare la debolezza altrui, non è detto che dietro a tale “virtù” più spesso non si nasconda un desiderio di perfezionismo che puzza di orgoglio e che ricorda tanto un idolo.

La verità è che nella possibilità dell’uomo di essere incoerente sta anche la sua speranza di essere migliore. Perché, se fossimo sempre coerenti con noi stessi, dovremmo anche restare sempre coerenti col male che commettiamo. 

L’incoerenza infatti è il fondamento e l’unico presupposto che rende possibile la conversione. 

Se San Francesco fosse stato coerente, sarebbe rimasto a gestire l’azienda di famiglia, o forse sarebbe morto in guerra.

Se San Paolo fosse stato coerente sarebbe morto assassino.

Se San Pietro fosse stato coerente, la Chiesa non esisterebbe.

Nessuno fra coloro che hanno seguito Gesù ha mai brillato per coerenza nella propria vita.

In fondo Hitler è stato uno degli uomini più coerenti della Storia, eppure non mi pare che questo sia stato un bene per l’umanità.

L’unica coerenza cui (forse) possiamo aspirare umanamente è quella delle intenzioni: del riconoscere la Verità sempre, anche quando non riusciamo a viverla, senza smettere di chiamare il male, “male”, e il Bene “Bene”. Solo così il nostro parlare sarà “se sì, sì, se no no” (Mt 5, 37). Quanto all’agire, infatti, sarà Dio a fare ciò che noi non possiamo fare da soli.  Il resto, si sa, viene dal diavolo.

A noi non è chiesto di essere coerenti. A noi è chiesto di provare a fidarci dal fatto che Dio ci ama con tutta la nostra incoerenza. 

Quel “pace in terra agli uomini di buona volontà”, che purtroppo non sentiremo più a messa, era di questo che parlava: pace in terra agli uomini che ci provano. 

Pace in terra a chi si fida di Cristo più che delle sue forze. 

Pace in terra chi oggi ce la fa e domani no.

Pace in terra a chi non si arrende per questo.

Pace in terra a chi ricomincia sempre.

E’ il provarci che dà pace, non il fatto di riuscirci. Provare a credere che esista un Dio che non misura i risultati, e nonostante questo si fida della nostra possibilità di cambiare, scegliendo di lasciarci amare da Lui. Solo l’incoerenza infatti rende evidente la gratuità dell’amore di Chi ci ama sapendo che prima o poi Lo tradiremo di nuovo, e nonostante questo non resta mai deluso. 

In fondo, quando riceviamo il perdono, e proprio su questo che Cristo

conta: su quella incoerenza che ci ha fatto allontanare da Lui.

La stessa grazie alla quale ancora una volta a Lui potremo tornare.

 

fonte: liberidiamare

 

 

 

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