Francesco Sparapane, Madonna con il Bambino tra san Benedetto e santa Scolastica, 1528, Concattedrale di Santa Maria Argentea, nella Cappella della Misericordia.
Francesco Sparapane, Madonna con il Bambino tra san Benedetto e santa Scolastica, 1528, Concattedrale di Santa Maria Argentea, nella Cappella della Misericordia.

 

 

di Fabio Vessillifero

 

  1. Oltre la superficie delle cifre: la rigenerazione silenziosa della fede in Europa

Oggi l’Europa vive una profonda crisi d’identità, stretta in una morsa geopolitica che ne evidenzia la fragilità. Tuttavia, occorre evitare l’inganno ideologico di sovrapporre la Grande Europa — patrimonio storico, spirituale e culturale che include a pieno titolo la Russia — con la struttura dell’Unione Europea, un’istituzione burocratica condizionata dalle élite tecno-capitaliste e ormai subalterna alle dinamiche atlantiche e globali. Ridotta a mero spazio di mercato ed erosa nel suo radicamento umano e cristiano, questa architettura istituzionale appare schiacciata tra il dinamismo del blocco euroasiatico e il pragmatismo strategico americano della presidenza Trump, alimentando la percezione di un inesorabile tramonto d’epoca.

Anche guardare alla Chiesa contemporanea e al destino spirituale del continente soltanto attraverso la lente arida della sociologia quantitativa o del calo delle statistiche significa cadere in un ulteriore inganno ermeneutico. La storia insegna che il cristianesimo è stato dato per morto innumerevoli volte — dalle devastazioni delle invasioni barbariche alla furia dell’Illuminismo e delle rivoluzioni — per poi risorgere in modo inatteso e travolgente. Se in passato furono i monaci iro-scozzesi come San Colombano a rievangelizzare l’Europa centrale o figure giunte dal bacino mediterraneo come l’abate africano Adriano, Teodoro di Tarso e Agostino di Canterbury a piantare e rinvigorire la fede nelle isole britanniche, oggi assistiamo a un nuovo dinamismo a vasi comunicanti. In una società ipersecolarizzata che ha fatto piazza pulita dell’appartenenza per abitudine, si assiste all’insorgere oggi di tantissimi catecumeni adulti che in Francia, in Olanda , in Inghilterra e nel Nord Italia chiedono il Battesimo. Non si tratta di una fede ricevuta per inerzia familiare, ma di un incontro sorgivo, personale e controcorrente con la Verità. 

  1. L’illusione dell’uomo-monade e la bancarotta delle ideologie moderne

Il dramma dell’epoca contemporanea si consuma interamente sulla definizione dell’uomo. Sul piano squisitamente filosofico, la modernità ha subito le conseguenze involontarie di un modello epistemologico che trova la sua svolta in Kant: l’idea che la realtà non sia contemplata ed accolta per ciò che è nel suo ordine ontologico, ma venendo filtrata dalle sole categorie del soggetto conoscente. Questa “rivoluzione copernicana” ha finito per legittimare l’illusione che l’uomo non debba più adeguarsi all’essere, ma possa manipolare, riplasmare e dominare il reale secondo i propri schemi e bisogni, i propri desideri e, in ultima analisi, secondo le esigenze dela capitalismo predatorio. Contro questo soggettivismo manipolatorio si erge il principio ontologico espresso da Antonio Rosmini nel Nuovo Saggio sull’origine delle idee in cui l’uomo non è creatore della verità, ma l’intelligenza sua è fatta per essere illuminata dalla Verità oggettiva. Dalla dimenticanza di questo primato dell’essere sono scaturiti sia l’individualismo di stampo liberale e capitalistico, sia il collettivismo di matrice socialista e comunista: due sistemi che hanno fallito miseramente la loro promessa perché incapaci di comprendere la natura profonda dell’uomo. Il primo ha preteso di ridurlo a una monade isolata, ad un mero atomo consumatore e manipolatore senza radici né trascendenza; il secondo lo ha schiacciato trasformandolo in un ingranaggio anonimo della macchina statale. Ma l’uomo non è un’isola autosufficiente né un ingranaggio: per vivere e crescere ha un bisogno costitutivo di comunione, di relazione, di un senso che travalichi la pura materia. In questo deserto di idee, il cattolicesimo non rappresenta una tra le tante teorie filosofiche, ma detiene in mano la vera chiave di volta per decifrare l’umano. Come insegna con forza profetica il Concilio Vaticano II nella Gaudium et Spes (n. 22) — richiamato poi continuamente da Giovanni Paolo II — «Cristo svela pienamente l’uomo all’uomo»: è solo nel Mistero del Verbo incarnato che la dignità inalienabile e la libertà della persona trovano il loro fondamento ultimo, realizzandosi non nell’egoismo o nella manipolazione, ma nel dono sincero di sé, nell’armonia con l’ordine creato e nell’apertura al trascendente.

  1. La tara strutturale del capitalismo predatorio

Il modello socio-economico dominato da un capitalismo predatorio e finanziario continua ad avanzare apparentemente imperterrito, occupando i centri del potere, i mezzi di comunicazione e i luoghi dell’istruzione, ma mostra ormai crepe strutturali e un’evidente incapacità di reggere alla prova della realtà. Oggi questo sistema si illude di poter contenere, prevedere e controllare gli individui e la società intera attraverso l’algoritmo, la digitalizzazione di massa e l’intelligenza artificiale, riducendo l’esistenza a un flusso manipolabile di dati e di prestazioni. Tuttavia, si tratta di un’illusione destinata ad infrangersi contro la natura stessa dell’uomo. Nessuna architettura tecnologica, per quanto pervasiva, potrà mai soffocare le esigenze primarie e insopprimibili dello spirito umano: la sete di trascendenza e di infinito, il bisogno di relazioni reali incarnate che non siano mediate da uno schermo, la ricerca di un senso ultimo della vita, e la domanda di consolazione di fronte al mistero del limite, del dolore e della morte. Riducendo il valore della persona alla sua sola capacità di produzione, consumo e profilazione digitale, il capitalismo ha generato un’epidemia globale di solitudine, l’erosione della famiglia e la sistematica emarginazione di chi non è “efficiente” — gli anziani, i deboli, i nascituri — alimentando una spietata cultura dello scarto. È un sistema che pretende di edificare la società contro la grammatica profonda dell’uomo e che, mercificando l’anima, finisce inevitabilmente per consumare le sue stesse condizioni di sussistenza.

  1. L’autodissoluzione del sistema e il rimanere della Roccia

Di fronte alla crisi del capitalismo utilitarista, la vittoria del cristianesimo non avverrà mai secondo le logiche di questo mondo, cioè attraverso una sopraffazione ideologica, una conquista di potere o un trionfo politico-militare. Avverrà per inerzia e per implosione del sistema avverso. In fondo, il capitalismo condivide con il socialismo e il comunismo la medesima radice profonda: una visione puramente materialistica ed immanentista dell’uomo, che riduce l’esistenza a sola materia, produzione ed efficienza, espungendo la dimensione del sacro. Proprio come spiegò con profetica chiarezza Giovanni Paolo II nell’enciclica Centesimus Annus — in particolare al n. 13 dedicato all’«errore antropologico» e al n. 24 sulle cause del crollo del 1989 — la caduta del comunismo non fu un semplice evento politico o militare, ma la conseguenza diretta dell’aver preteso di sradicare Dio dal cuore dell’uomo. Scriveva il Pontefice al n. 13 che la matrice atea «priva la persona del suo fondamento» e riduce l’ordine sociale a una pura struttura «senza considerare che l’uomo dipende totalmente da Dio». Per questo il sistema sovietico si è autodisciolto dall’interno: per sfinimento, per paralisi morale e per la palese insostenibilità della propria menzogna. Allo stesso modo, il capitalismo predatorio — condividendo la medesima tara materialista — si sta consumando da solo: riducendo l’anima a merce ed erodendo le sue stesse basi spirituali e sociali di sussistenza, prepara la propria implosione. Su queste macerie ideologiche, il cristianesimo non s’imporrà con la forza, ma semplicemente rimarrà: quando i costrutti materialisti crollano, la verità custodita dalla fede si rivela come l’unica roccia ancora in piedi, pronta a far rifiorire la vita.

  1. L’ordine genetico della rinascita: dalla maestà di Dio alle opere di carità

Affinché questa rifioritura possa compiersi sulle macerie del presente, è indispensabile un rinnovamento autentico che nasca dal cuore stesso della Chiesa. Questo processo non può prendere le mosse da un attivismo sociologico o da un riassetto burocratico, ma deve seguire una rigorosa dinamica genetica: ripartire dal Centro. Tutto nasce dall’adorazione e dal Mistero celebrato con cura, decoro e sacro timore, dove l’uomo riscopre la Maestà di Dio e la propria giusta misura. Da questa immersione nella Grazia e dalla fedeltà alla Tradizione apostolica e ai Padri, scaturisce la forza per vivere e insegnare la retta dottrina e la Dottrina Sociale della Chiesa. Come ricordava Antonio Rosmini nei Princìpi della scienza morale, «la carità senza la giustizia non è carità; e la giustizia non è integra e perfetta senza la carità»: è solo dal saldo connubio tra verità ontologica e carità che scaturisce l’azione sociale cristiana. Solo come sovrabbondanza di questa fonte spirituale nasceranno poi le vere opere di carità, sia spirituale — nell’offrire la verità a un mondo smarrito — sia materiale, nel soccorso concreto e nella costruzione di strutture sociali a misura d’uomo.

  1. I cenacoli di pensiero e di fede: i nuovi benedettini della modernità

Se si guarda alla storia della Chiesa, si nota come le strutture istituzionali e burocratiche si siano spesso dimostrate stanche, burocratizzate e facilmente cedevoli alle logiche di compromesso con lo spirito del mondo e con i poteri di turno — ieri la feudalità o le corti regie, oggi il conformismo culturale e la mentalità del capitalismo predatorio. Tuttavia, la spinta vitale della Chiesa non è mai scaturita dal mero riassetto dei suoi apparati, ma dall’azione contagiosa ed esterna di uomini e donne infiammati dalla Grazia. La Chiesa è sempre rinata grazie a figure profetiche che, con la radicalità del proprio esempio e il rigore del pensiero, hanno cambiato il corso della storia: si pensi alla solitudine operosa di Santi Benedetto e Scolastica, alla foga riformatrice di San Bernardo di Chiaravalle, fino all’esplosione di fraternità di San Francesco, San Domenico, Santa Caterina da Siena e Santa Chiara. Accanto a loro, l’edificio della fede è stato continuamente rinvigorito dalla vertiginosa profondità dei giganti della speculazione teologica e filosofica — come Sant’Alberto Magno, San Tommaso d’Aquino con la sua insuperata sintesi tra ragione e fede, e il Beato Giovanni Duns Scoto — che hanno mostrato l’infinita dignità dell’essere e dell’intelligenza umana redenta. Dopo la stagione dei grandi riformatori come San Carlo Borromeo, San Filippo Neri e Santa Teresa d’Avila, l’Ottocento ha visto la fioritura dei grandi “santi sociali” — come San Giuseppe Benedetto Cottolengo, San Giuseppe Cafasso e San Giovanni Bosco — affiancati da maestri del pensiero del calibro di Antonio Rosmini e di San John Henry Newman, capaci di coniugare la fedeltà al depositum fidei con una lettura profetica delle sfide della modernità. Proprio Rosmini, nella sua Filosofia del Diritto, ha coniato la celebre formula che spazza via ogni riduzionismo ideologico: «La persona umana è il diritto umano sussistente; ed anche l’essenza del diritto». È lo stesso dinamismo di cui abbiamo urgente bisogno oggi: la creazione dal basso di veri e propri “cenacoli”, oasi di vita, di pensiero e di preghiera in cui si riscopra la filosofia dell’essere, si custodisca l’integrità della dottrina e si celebri la liturgia con decoro e pietà. Piccoli focolai di resistenza e di comunione dove la carità e la sussidiarietà sono praticate concretamente e dove la bellezza di Dio torna ad essere una realtà viva e toccabile con mano.

  1. La forza del “piccolo gregge” di fronte alla crisi delle istituzioni

Affinché questi cenacoli non rimangano isole isolate o corrano il rischio di scivolare nell’autoreferenzialità, è indispensabile che il “piccolo gregge” impari a fare rete, custodendo con fermezza l’unità e la piena fedeltà al Magistero autentico della Chiesa. Questa rinascita non può nutrirsi di nostalgie sterili o di atteggiamenti di rottura, ma deve accogliere con intelligenza e gratitudine la grazia del Concilio Vaticano II: non ridotto a un mero pretesto di adeguamento mondano, ma riscoperto come il luogo teologico in cui la Chiesa ha espresso con chiarezza il pensiero di Cristo per l’uomo contemporaneo. La bussola per questa retta lettura ci è data proprio dall’ininterrotta continuità dell’insegnamento dei Pontefici che hanno guidato e interpretato la stagione post-conciliare — da San Paolo VI a San Giovanni Paolo II, fino alla lucida profondità teologica di Benedetto XVI. È lungo questo solco sicuro della hermeneutica della continuità e del rinnovamento nella Tradizione che le persone, smarrite dall’aridità del modello tecno-capitalista, potranno trovare non burocrazie o compromessi al ribasso, ma luoghi reali dove la fede è professata con integrità, la dignità della persona è difesa e la comunità è vissuta come vera fraternità. Questi focolai di grazia, operando in rete e custodendosi nella Verità, saranno i portatori dell’olio nella lampada durante la notte più fonda, pronti a far rifiorire la civiltà dell’amore non appena le illusioni del materialismo saranno definitivamente tramontate.

 


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