Rilancio un articolo di Leonardo Lugaresi pubblicato sul suo blog

 

Giudice, forum, corte, giustizia

 

Qualche volta qui si è accennato a quanto sia perniciosa la moderna ideologia dei diritti, che corrompe alla radice il rapporto dell’uomo con Dio, vanificando l’idea stessa della grazia, e a quanto sia stolto parlare di “diritti assoluti”, dato che con ogni evidenza ogni diritto è correlato ad un corrispettivo dovere altrui: il “diritto alla salute”, per esempio, di cui tanto spesso si farnetica, esiste soltanto come “diritto ad essere curati nel miglior modo possibile”; ciò che a sua volta altro non è che l’altra faccia del “dovere di curare nel miglior modo possibile chi è malato” e dunque dipende strettamente dalla determinazione di quali siano i soggetti sui quali incombe tale dovere.

Tutto ciò ovviamente non significa svalutare l’importanza del diritto. Inesistente nell’ambito del rapporto dell’uomo con la natura e del tutto peculiare in quello del rapporto dell’uomo con Dio, dove c’è sì un Patto, ma non confrontabile con nessun altro – basti pensare a come Dio sana il vulnus prodotto dall’inadempienza contrattuale dell’uomo: paga Lui stesso, «inchiodando sulla croce il documento scritto del nostro debitio», come dice san Paolo! – la dimensione giuridica è invece fondamentale nell’ambito dei rapporti tra gli uomini. Il diritto è forse la più grande costruzione umana, ed è gloria imperitura di Roma avervi dato un contributo così importante. Ubi societas, ibi ius; non vi è altra forma ragionevole (e perciò degna dell’uomo) per gestire l’umana convivenza. È anche la più tragica, perché esposta, come ogni umana impresa, alla corruzione e, come è noto, corruptio optimi pessima (“non c’è niente di peggio che la corruzione del meglio”, citazione di San Gregorio Magno, ndr).  Lo cantiamo nel Veni Sancte Spiritus: niente di umano, senza la grazia di Dio, può essere innocente (sine tuo numine, nihil est in homine, nihil est innoxium). Così il diritto soffre “geneticamente” della tendenza ad assolutizzarsi e a diventare autoreferenziale recidendo il nesso con la verità: quod principi placuit, legis habet vigorem e zitti tutti (“Quello che piacque al principe ha forza di legge”, massima del giureconsulto Ulpiano, ndr). Esso rischia così di diventare una macchina che produce ingiustizia, impaniandosi in una terribile contraddizione che i giurisperiti romani, con il loro solito acume, avevano già sintetizzato nella formula perfetta summum ius, summa iniuria (“il sommo diritto è somma ingiustizia”, Aforisma giuridico con cui si vuol dire che l’uso rigoroso e indiscriminato di un diritto o l’applicazione rigida di una norma può diventare un’ingiustizia. Nella forma citata, si trova in Cicerone – De Officiis I, 10, ndr) .

Il cristianesimo nella sua origine, e poi la chiesa cattolica nel corso di tutta la sua storia, non hanno mai avuto un atteggiamento anti-giuridico, ma al contrario hanno sempre manifestato un grande rispetto per il diritto, impegnandosi però nell’operarne una krisis, cioè un discernimento che consentisse di fare un “retto uso” dei suoi beni, purificandolo dalle sue perversioni. Di questo parla, fra le altre cose, un mio libretto di imminente pubblicazione che segnalerò ai cortesi lettori di questo blog nei prossimi giorni.

 

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L’ilarotragedia del cristianesimo televisivo

 

La postilla, invece, riguarda un altro tema che pure è stato trattato qui diverse volte, quello che per far presto potremmo chiamare la questione del cristianesimo televisivo. Nel sito della Nuova Bussola Quotidiana e prima ancora in quello di Aldo Maria Valli oggi si legge una notizia che ha dell’incredibile, ma che purtroppo potrebbe essere vera: il cosiddetto atto di affidamento alla Madonna trasmesso in televisione la sera del 1 maggio dal santuario di Caravaggio, a cui tanti fedeli hanno creduto di “partecipare” seguendone con devozione lo svolgimento dalle loro case, sarebbe stato compiuto in realtà qualche giorno prima e poi trasmesso in differita nella data indicata. Speriamo che giunga una credibile smentita, anche se pare che vi siano più testimoni che confermano che la sera del 1 maggio non è successo proprio niente a Caravaggio.

Non mi interessano i motivi per cui è stata fatta una cosa del genere; direi anzi che mi interessa poco l’intera vicenda, se non per il fatto che essa conferma, come più chiaramente non si potrebbe, la contraddizione insanabile tra logica dell’evento e logica della rappresentazione e l’enorme problema che questo pone al cristianesimo nella sua declinazione mediatica oggi così in voga. Nella rappresentazione “tele-visiva”, infatti, non vi è alcuna differenza sostanziale tra originale e replica, tra diretta e differita, tra realtà e finzione. Tutto perciò rischia di diventare uno spettacolo e non so se c’è da ridere o da piangere.

 

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