Icona della Pentecoste, opera di Enrico Benedetti
Icona della Pentecoste, opera di Enrico Benedetti

 

 

di Enrico Benedetti

 

Benedetto sei Tu, o Cristo Dio nostro,

che hai reso sapienti i pescatori

avendo inviato su di loro lo Spirito Santo

e, per mezzo di essi,

hai preso nelle reti il mondo,

o amico degli uomini, gloria a Te.

 

Quando l’Altissimo discese

e confuse le lingue, divise le genti;

ma quando distribuì le lingue di fuoco,

richiamò tutti all’unità;

noi, unitamente, glorifichiamo

lo Spirito santissimo.

 

(Tropario e kontakion della festa)

 

La festa

Per i cristiani Risurrezione, Ascensione, Pentecoste sono tre momenti che costituiscono  un unico grande evento, chiamato la «Pasqua di Gesù». Per questo il tempo liturgico pasquale, che comprende cinquanta giorni, viene vissuto dalla Chiesa come un unico grande giorno che inizia nella veglia del Sabato Santo, quando viene annunciata la Risurrezione, e termina cinquanta giorni dopo, quando si fa il memoriale dell’effusione dello Spirito Santo sulla Chiesa.

 

Antico Testamento

Nell’AT la festa di Pentecoste, in ebraico Shavuot, cominciò ad essere celebrata quando Israele si stabilì nella terra promessa di Canaan. Nacque come festa agricola nel periodo della mietitura, cinquanta giorni dopo la Pasqua (da qui il nome di pente-coste) ed è anche detta festa delle Settimane per indicare che va celebrata per sette settimane. Durante questo periodo si ringrazia Dio per il raccolto e si offrono le primizie: Conterai sette settimane. Quando si metterà la falce nella messe, comincerai a contare sette settimane e celebrerai la festa delle Settimane per il Signore, tuo Dio, offrendo secondo la tua generosità e nella misura in cui il Signore, tuo Dio, ti avrà benedetto.(Dt 16,9-10). È chiamata anche festa della mietitura (cfr. Es 34, 22) e questa origine ha anche un significato salvifico: è cioè memoriale dell’Alleanza che Dio, dal Sinai, proprio nei mesi di maggio e giugno, periodo della mietitura, diede a Mosè con il dono della Legge, scritta su tavole di pietra, la Torah.

 

Nuovo Testamento

Nel NT la festa di Pentecoste (così come la festa di Pasqua) assume un significato nuovo e trova la sua piena realizzazione nel mistero di Cristo. Durante la celebrazione della festa Gesù invia lo Spirito Santo promesso sulla comunità dei credenti: la Legge, che Dio aveva scritto su tavole di pietra, è ora incisa a caratteri di fuoco dal «dito di Dio» nei cuori: è la Nuova Legge che Dio aveva promesso nell’AT  per bocca dei profeti.

Nel  racconto della torre di Babele (cfr. Gen 11,1-9) si legge che “tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole, ma gli uomini, per superbia, vollero tentare il Signore al punto che Egli scese per confondere la loro lingua perché non comprendessero “più l’uno la lingua dell’altro” e si disperdessero “su tutta la terra”. La divisione dei popoli e le diverse lingue che portano gli uomini a non comprendersi sono viste cioè come una conseguenza del mistero del male che avvolge l’umanità in maniera inesorabile. 

Con la Pentecoste la Chiesa, invece,  battezzata nello Spirito Santo, si presenta al mondo con la vocazione di unire tutti i popoli dispersi per formare l’unico popolo di Dio, di essere «cattolica», cioè universale. Come ha cantato Romano il Melode: «Quando l’Altissimo discesc e divise le lingue, disperdette le nazioni: quando invece distribuì le lingue di fuoco chiamò tutti all’unità».

 

 

L’icona

La rappresentazione della Pentecoste si trova già nelle miniature e nei mosaici dei primi secoli, ma si moltiplica soprattutto a partire dal XII secolo. La tipologia iconografica per questa festa è costante, anche se si registrano delle varianti più o meno significative fra le quali la più importante è la presenza della Madre di Dio.

 

La presenza (o l’assenza) della Madre di Dio

Come leggiamo negli Atti degli Apostoli:  “Entrati in città [gli Apostoli] salirono al piano superiore dove abitavano. C’erano Pietro e Giovanni, Giacomo e Andrea, Filippo e Tommaso, Bartolomeo e Matteo, Giacomo di Alfeo e Simone lo Zelòta e Giuda di Giacomo. Tutti questi erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù e con i fratelli di lui (At 1, 12-14). La Madre di Dio è presente nell’iconografia più antica (Evangeliaro siriaco di Rabula del 587), ma successivamente non è più raffigurata, per essere poi riproposta solo a partire della fine del XVI secolo. Quando la Vergine non è raffigurata, al centro dell’icona,  tra gli Apostoli, cè un posto vuoto. È il trono vuoto (Etimasìa) riservato alla presenza «invisibile» di Cristo, Capo della Chiesa (Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro, Mt 18,20) e che Lui occuperà al suo ritorno.

L’assenza di Maria per tanti secoli, soprattutto nell’iconografia bizantina, è stata interpretata: 1) come una conseguenza del fatto che, essendo Lei stata concepita senza peccato ed avendo concepito per opera dello Spirito Santo, non aveva bisogno di un’ulteriore effusione dello Spirito; 2) come conseguenza della trasformazione del significato dell’icona della Pentecoste da storica a simbolo della nascita della Chiesa per opera degli Apostoli. La figura di Maria, infatti, anche Lei immagine della Chiesa, non farebbe che «duplicare» questa immagine. Questa rappresentazione va al di là del racconto immediato degli Atti, esprime il significato più profondo di questo avvenimento, tant’è vero che vediamo raffigurato anche S. Paolo, cosa che storicamente non poteva essere possibile; 3) per il fatto che l’icona della Pentecoste faceva in genere parte di un trittico comprensivo della Risurrezione e dell’Ascensione e in quest’ultima Maria era già raffigurata.

La presenza di Maria è stata invece spiegata in varie maniere: 1) fedeltà alla narrazione degli Atti degli Apostoli; 2) la si è voluta comprendere nel novero degli Apostoli perché l’evento si  svolse in Sion, dove era la dimora di Maria.

 

 

L’icona che ho scritto è quella con la presenza della Vergine Maria al centro del gruppo degli Apostoli. Gli edifici che si notano sullo sfondo indicano che la «Discesa dello Spirito Santo» (questo è il significato della scritta in caratteri cirillici) è avvenuta in città e precisamente, come sappiamo dagli Atti degli Apostoli, in Gerusalemme, nella stanza del Cenacolo. Poiché le icone non riproducono mai gli eventi nel chiuso di una stanza, ma rappresentano sempre uno spazio «aperto» (la contemplazione di un’icona ci «apre» le porte sull’infinito di Dio; cfr. 1Re 8,27b: “Ecco, i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che io ho costruito!), per indicare che siamo in una stanza si pone un drappo rosso a cavallo di due edifici.

 

Lo Spirito Santo

Nella parte superiore dell’icona, al centro, è raffigurato un semicerchio, con colori che degradano dal blu del nucleo centrale al bianco di dodici raggi orientati verso la Vergine e gli Apostoli. È il simbolo della luce divina che procede dal Padre per posarsi sotto forma di lingue come di fuocosu ciascuno di loro; ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere desprimersi (At 2, 3-4).

In alcune varianti di quest’icona lo Spirito Santo è raffigurato come un globo di fuoco che ricorda il «roveto ardente» del primo incontro di Mosè con Dio sul monte Oreb, da cui nacque poi l’esperienza dell’Esodo. Analogamente, a Pentecoste la Chiesa inizia il suo Esodo per portare la Buona Novella a tutte le genti. Da questo globo incandescente si vedono fuoriuscire delle lingue di fuoco che si posano sul capo di ciascun Apostolo. Cominciano a realizzarsi le parole dette da Gesù: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra e come vorrei che divampasse” (Lc 12, 49).

 

I Dodici

Il collegio degli Apostoli è stato ricostituito prima della Pentecoste con l’elezione di Mattia che ha sostituito Giuda. Sono quindi in numero di dodici (in realtà gli Atti parlano di 120 persone presenti quel giorno, ma dodici è allusivo a tutte le tribù di Israele), sono riuniti in due gruppi di sei intorno alla Vergine, seduta più in alto rispetto a loro. Sono accomodati su una panca a forma di ferro di cavallo che, secondo alcuni, riprende il bema, pedana collocata al centro della navata – di fronte all’abside e al santuario in cui si trova l’altare – tipica delle chiese sire e caldee. Sul bema prendevano posto i celebranti per svolgere la Liturgia della Parola.

Gli Apostoli, dal momento in cui ricevettero lo Spirito Santo, annunciarono la Parola, divennero evangelizzatori. Se, infatti, analizziamo le loro figure, notiamo che cinque hanno nelle mani un libro, gli altri sette un rotolo: i rotoli simboleggiano la predicazione, i libri indicano invece il contenuto, la dottrina e il  fondamento della predicazione, cioè la «materia» prima di essa.

A capo dell’emiciclo di sinistra (di chi guarda), al fianco di Maria, si trova Pietro con il rotolo della predicazione; subito dopo Matteo e Marco con il libro delle Sacre Scritture. Seguono altri tre Apostoli, in ordine decrescente di età e con il rotolo della predicazione. A capo dell’emiciclo destro, invece, accanto alla Vergine, troviamo l’Apostolo Paolo con al suo fianco Giovanni e Luca, tutti e tre con il libro delle Sacre Scritture. Seguono altri tre Apostoli sempre in ordine decrescente di età e con il rotolo della predicazione.

Anche le Lettere di Paolo, assieme ai quattro Vangeli, sono il «cardine» del NT. Ecco perché egli ha tra le mani un libro ed è presente nel Cenacolo, fatto che – come già detto –  non è storicamente possibile e che vale anche per gli Evangelisti Luca e Marco, anch’essi annoverati fra gli Apostoli perché la loro presenza ha il significato simbolico della nascita della Chiesa.

 

Il vecchio «re»

Nella parte inferiore dell’icona, al centro, in un antro oscuro, è raffigurato un uomo anziano in abiti regali che sostiene tra le mani un drappo bianco sul quale vi sono dodici rotoli che simbolizzano la predicazione apostolica. Questo personaggio, questo «re», a partire dal IX-X secolo sembra avere preso il posto di vari personaggi vestiti con varie fogge, raffigurati nelle antiche icone a rappresentare non solo i vari popoli radunati a Gerusalemme (cfr. At 2), ma quelli di “tutti i confini della terra” cui giunse la Parola del Vangelo. Esso ha quindi un’origine storica ed è un’immagine simbolica di tutti i popoli e le nazioni che trovavano nell’imperatore bizantino (il Basileus) il loro rappresentante, perché era colui che patrocinava il movimento missionario. In seguito, quando non si ricorderà più questo spunto storico se ne rileggerà la figura come quella della personificazione del Kosmos (il Mondo) che è stato evangelizzato.


Ti ringrazio d’essere sceso a diventare

un solo spirito con me, senza confusione,

senza mutazione, senza trasformazione,

tu il Dio al di sopra di tutto,

e d’esserti fatto a tutti cibo ineffabile e gratuito

che senza fine straripi inesauribilmente

e zampilli alla fonte del mio cuore.

Grazie per esserti fatto per me luce senza tramonto,

sole senza declino, perché non hai dove nasconderti,

tu che riempi l’universo della tua gloria.

Siamo noi invece a volerci nascondere da te.

Vieni Signore, pianta oggi in me la tua tenda;

costruisci la tua casa e rimani eternamente

inseparabilmente in me, tuo servo,

perchè alla fine anch’io mi ritrovi in te

e con te regni, Dio al di sopra di tutto.

 

Tu sei il vero bene, la vera gloria, la vera gioia;

a te appartiene la gloria,

o santa, consustanziale e vivificante Trinità,

ora e sempre e nei secoli dei secoli. Amen.

 

(San Simone nuovo teologo: X-XI sec.)

 

 

 

 

 

Facebook Comments