Di seguito segnalo all’attenzione e alla riflessione dei lettori di questo blog l’articolo scritto dal prof. Leonardo Lugaresi, pubblicato sul suo blog . Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella traduzione da me curata. 

 

Luciano Canfora - Giorgia Meloni
Luciano Canfora – Giorgia Meloni

 

Vedo che sulla rete molti deplorano che il professor Luciano Canfora sia stato rinviato a giudizio, su querela di Giorgia Meloni, per averle dato pubblicamente della «neonazista nell’animo». Penso che in una democrazia liberale la facoltà di manifestazione del pensiero dovrebbe essere garantita e tutelata al massimo grado possibile. Da noi, in particolare, il primo comma dell’art. 21 della Costituzione, che recita: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione», dovrebbe essere attuato integralmente e universalmente, alla lettera e senza eccezioni, sempre. Di conseguenza, io vorrei che nessuno fosse costretto a difendersi davanti a un giudice per un’opinione che ha espresso. Qualunque cosa abbia detto. In una prospettiva libertaria, l’esistenza stessa di una categoria di reati di opinione deve suscitare molti interrogativi e perplessità: capisco che in certi casi vi sia l’esigenza di temperare il diritto alla libertà di espressione con la necessità di proteggere altri beni giuridicamente apprezzati e garantiti, ma come criterio generale ritengo che il punto di equilibrio dovrebbe essere cercato più verso la tutela della prima che verso quella dei secondi. Quindi, per fare un esempio, mentre non c’è alcun dubbio che la calunnia debba essere considerata un reato da punire severamente, assai più problematica mi appare la configurazione del reato di diffamazione, che forse non dovrebbe neanche esistere, ma che in ogni caso andrebbe a mio parere circoscritto e definito in modo da limitarne di molto l’applicazione, poiché non si può mettere sullo stesso piano la tutela dell’onore – che è sì un bene, ma un bene che si difende moralmente, culturalmente e socialmente, più che giuridicamente – e la difesa della libertà, che è un bene più grande e bisognoso di essere sempre garantito dalla legge. (Analoghe considerazioni mi pare che valgano per altri reati come l’ingiuria o, in altro campo, l’apologia di reato).

Dal mio punto di vista, dunque, l’affermazione di Canfora non è un delitto, ma una sciocchezza. Per quanto mi riguarda, la sanzione che merita gliela infliggo da solo, riducendo proporzionalmente la già moderata stima che ho del personaggio; altri, più interessati e coinvolti nella questione, potranno invece combatterla polemizzando, anche ferocemente, con lui e, se vogliono, indirizzandogli ogni sorta di epiteti, senza che in tutto questo la magistratura debba mettere il becco. Tuttavia, finché nel codice penale la diffamazione c’è, così come l’articolo 594 e l’interpretazione giurisprudenziale che ne viene data la configurano, trovo che non vi sia nulla di scandaloso se una persona che si è sentita diffamata vi faccia ricorso. Io lo eviterei, ma è lecito che un altro lo faccia. Che Canfora sia un “aristocratico della sinistra”, a cui «per lungo / di magnanimi lombi ordine il sangue» del progresso e della civiltà scorre nelle vene; che sia un intellettuale famoso, idoleggiato nei salotti e nelle redazioni; che sia infine un anziano signore di 82 anni (piuttosto malportati, a quanto sembra) è del tutto irrilevante. Come lo è che la querelante sia presidente del consiglio, giacché come l’uno non è al di sopra della legge, così l’altra non è incapacitata ad agire in giudizio per la tutela dei propri interessi. Presumo che sarà assolto e che quindi, alla fine, la Meloni gli avrà fatto un favore, ma questi non sono fatti miei.

Il punto è un altro: la libertà di manifestazione del pensiero – che è la sola cosa che mi stia a cuore – è vera solo se è integrale, cioè se riguarda tutto e viene garantita a tutti. La protesta contro il rinvio a giudizio di Canfora (come, su un altro piano, quella contro il goffo tentativo di silenziare l’indifendibile compitino di Scurati sul 25 aprile) sarebbero condivisibili se fossero espressione di un generale rifiuto di ogni norma liberticida e di ogni azione volta a reprimere le opinioni, anche quelle cattive, cioè quelle che non piacciono alla maggioranza / alle persone illuminate e perbene / a chi detiene il potere. In questi giorni ho visto citare, attribuendola a Canfora, la frase «La storia si studia, non si querela», che forse a molti suonerà bene, ma nel caso specifico non c’entra nulla, perché il professore è stato rinviato a giudizio non per affermazioni di carattere storico, bensì per un apprezzamento, ritenuto diffamatorio, rivolto contro una persona vivente.

La sua bella sentenza “ad effetto”, invece, si adatterebbe perfettamente – per fare un solo esempio – al caso di David Irving, arrestato nel 2005 e condannato a tre anni di reclusione in Austria (in parte effettivamente scontati in carcere) per aver sostenuto tesi negazioniste sullo sterminio degli Ebrei durante la seconda guerra mondiale. Ora, è proprio in casi come questi che si vede se il discorso sulla libertà di manifestazione del pensiero è fatto sul serio o se è fuffa. Le tesi negazioniste, infatti, sono sicuramente aberranti, vanno demolite sul piano storiografico e combattute culturalmente, possono anche suscitare indignazione morale, ma non possono e non devono essere considerate, di per se stesse, un crimine per il quale si va in galera o si viene comunque puniti da una legge. Per essere ancora più chiari: se fossi un editore non pubblicherei i libri dei negazionisti, se fossi responsabile di una trasmissione televisiva non darei loro un pulpito (ma, se è per questo, neppure mi verrebbe in mente di chiamare uno Scurati a recitare il sermoncino sul 25 aprile!), se fossi in commissione per un concorso a cattedre di storia li boccerei, ma trovo intollerabile che lo stato punisca chi “pensa male”. Quando lo fa, siamo già nel fascismo, anche se si tratta del fascismo dell’antifascismo. «La storia si studia, non si querela», come dice Canfora. Tanto meno si manda in galera chi la studia o la insegna male.

Quelli che ora protestano e si indignano per il rinvio a giudizio di Canfora sono in gran parte gli stessi che volevano la legge Zan, gli implacabili repressori di ogni “discorso d’odio”, quelli che invocano l’intervento della magistratura ogni volta che intravedono l’apologia di fascismo, eccetera eccetera. Quindi no, mi dispiace, ma a questa sedicente “battaglia per la libertà della storia” proprio non ci credo.

Leonardo Lugaresi

 

Leonardo Lugaresi ha conseguito il Dottorato di ricerca in “Studi Religiosi: Scienze sociali e studi storici delle religioni” presso l’Università di Bologna e presso l’École Pratique des Hautes Études – Section des Sciences Religieuses. Fa parte del “Gruppo Italiano di Ricerca su Origene e la Tradizione Alessandrina” e della “Association Internationale d’Études Patristiques”. Già docente a contratto di Letteratura cristiana antica presso la Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali dell’Università di Bologna, sede di Ravenna; nell’a.a. 2007-2008 è stato docente a contratto di Storia del Cristianesimo presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Chieti. 


Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente quelle del responsabile di questo blog. I contributi pubblicati su questo blog, ritenuti degni di rilievo, hanno il solo ed unico scopo di far riflettere, di alimentare il dibattito e di approfondire la realtà. Qualora gli autori degli articoli che vengono qui rilanciati non avessero piacere della pubblicazione, non hanno che da segnalarmelo. Gli articoli verranno immediatamente cancellati.


 

Sostieni il Blog di Sabino Paciolla

 






 

 

Facebook Comments