di Mattia Spanò

 

Credo siamo tutti al corrente del formidabile meccanismo di censura che sta lentamente stritolando le voci dissidenti, e in fondo qualsiasi voce che non sia quella del padrone. Concetti come fake-news, post-truth e meccanismi censori che durante la pandemia – e successivamente la guerra – hanno raggiunto vette di capillare perfezione, sono giunti alle orecchie di tutti.

A fronte di sfacciatissime limitazioni della libertà di parola e di espressione, possiamo individuare tre pubblici diversi: il pubblico di coloro che condividono la repressione del dissenso, il pubblico di coloro che combattono questa repressione, il pubblico di coloro che sono sostanzialmente indifferenti alla repressione. Mi sembra che quest’ultimo gruppo sia quello maggioritario.

Non uso la parola pubblico a caso: tutti e tre i gruppi assorbono passivamente il discorso. Non c’è una vera discussione, un dibattito, un contraddittorio, un confronto – o un conflitto – di posizioni argomentate.

I due gruppi minoritari – chiamiamoli con simpatia “governativi” e “ribelli” – in realtà sviluppano gli argomenti al proprio interno. Non c’è vera comunicazione, nel senso di mettere in comune. È audience pura, che conferma al suo interno le proprie convinzioni.

La differenza, comunque apprezzabile, è che i primi sono premiati, i secondi puniti. Sarà interessante vedere cosa accadrà – già accade – quando gli utili idioti megafono del sistema saranno dismessi: l’intelligenza artificiale ordinata ad uno scopo non può esprimere dubbi né incertezze, può ripetere all’infinito le stesse idiozie sulle quali è stata programmata, ma soprattutto costa meno e non cambia idea.

Per essere del tutto onesti, alle persone non interessa parlare: interessa ripetere. Quasi tutti sono poco interessati alla libertà di parola perché non hanno nulla da dire. Quando si esprimono, ripetono cose già dette da altri. Non percepiscono il valore e le implicazioni di ciò che ascoltano: un enunciato di Aristotele vale quanto un tweet di Lionel Messi.

Questo è il motivo per cui chi detiene l’oligopolio del discorso avrà buon gioco ad imporre misure sempre più restrittive, arrivando alla mitologica Parola dello Stato, la Nuova Rivelazione. Possiamo star tranquilli sul fatto che saranno solenni fesserie: formulazioni complesse e tendenti alla verità sono percepite come “divisive”, mentre la moda attuale impone unità conforme.

Le masse accetteranno passivamente perché in fondo non hanno mai fatto nulla di diverso: è la potenza dei mezzi della propaganda che decreta il successo della medesima, non certo il livello di coscienza, intelligenza o istruzione della gente. Quest’ultimo è sempre stato poco significativo. Ciò che è cambiato sono la ridondanza e la capacità di ingombrare la psiche dei messaggi.

La semplificazione dei quali è essenziale alla penetrazione: non ti vuoi vaccinare? No-vax. Esprimi dubbi sulla guerra in Ucraina? Putiniano. Non sei convinto della necessità di spendere almeno 40.000 euro – che magari non hai – per acquistare una scatoletta di tonno elettrica che chiamano macchina e salvare il pianeta? Negazionista climatico.

Tutto molto semplice, sbrigativo, comprensibile anche ad un quadrumane. Come ho letto da qualche parte: più che discendere dalle scimmie, ci stiamo evolvendo nelle scimmie. Anche questo è progresso, innovazione e cambiamento.

Il sociologo francese Ellul, nel suo Propaganda, ha dimostrato che più aumenta il livello di istruzione e il benessere sociale, più le persone diventano permeabili alla propaganda.

Dunque il problema non è difendere la libertà di parola, quanto battersi per la libertà di ascolto. È la libertà di ascolto che decide le sorti delle civiltà.

Una persona molto preparata su un argomento – facciamo un esempio tautologico: un uomo libero esperto della libertà – non ha alcun bisogno di un pubblico né per essere libero né per parlare della libertà. Così come un panettiere non ha bisogno di me per fare il pane, o che sia io a comprarlo: lo può acquistare qualcun altro. Inoltre difficilmente il panettiere morirà di fame: al contrario del sottoscritto, sa fare il pane.

Il problema di censurare questo blog – ad esempio – non è tanto legato alla nostra possibilità di pensare e scrivere certe cose: possiamo dircele fra di noi, o anche esprimerle altrove in altri modi, o semplicemente pensarle. Ciò che queste misure repressive ledono è il vostro diritto di leggere, meditare, criticare il nostro lavoro. Ciò che viene realmente represso è il vostro diritto di ascoltarci e giudicarci.

Chiunque sia arrivato a questo punto dell’articolo, lo ha fatto passivamente perché ha ritenuto che ci sia almeno una ragione per leggerlo (fosse anche pensare che lo scrivente è un sonoro imbecille).

Chiunque è libero di non leggere o non ascoltare quelle che ritiene menzogne o idiozie. Ciò però dimostra che la posta in palio non è la mia libertà di scrivere ciò che penso, ma il vostro diritto di leggerlo, commentarlo, condividerlo e qualche volta imparare qualcosa di nuovo. Si colpisce il vostro diritto di ascoltare ciò che volete sentire. Nel caso in cui voleste manifestare dissenso, anche acceso, o pervenire a conclusioni migliori delle mie, ecco che non potete farlo perché siete all’oscuro del mio pensiero. Questa è la natura profonda della censura: non impedisce la parola, ma l’ascolto della parola.

La libertà di parola è un concetto ambiguo: chiunque può pensare e dire le peggiori castronerie, e invariabilmente lo fa. Con ironia ed esattezza, si può anzi dire che più uno è sprovveduto, più avverte il bisogno di “esprimersi”.

La libertà di parola è un mito utile al potere per divulgare se stesso. La libertà di parola appartiene alla borghesia progressista e finanziaria, non certo al proletario o al contadino, che è e resta un povero cafone ignorante, un “non esperto” del tutto privo del diritto di decidere, anche su se stesso e il proprio corpo. Per non parlare di quello dei propri cari.

È nell’ascolto – anche e innanzitutto della parola di Dio, per chi vuole – che l’uomo gioca la propria libertà e iniziativa. Nell’ascolto, al dunque si deve giungere ad una conclusione: questo è vero, questo è falso. Mentre al contrario nella libertà di parola ciò che si proclama è sempre invariabilmente vero, perché colui che parla tende ad andare d’accordo con se stesso.

L’Antico e il Nuovo Testamento traboccano di esempi utili a comprendere come Dio parli all’uomo, e questa parola sia comando, non certo un dialogo paritario. Ordina ad Abramo di sacrificare l’unico figlio Isacco, e Abramo obbedisce. Quando Giobbe, colpito da una serie impressionante di disgrazie, si lamenta con Dio, Dio lo liquida chiedendogli dove fosse lui quando Egli faceva tutto.

C’è poi Giona, che ha il fegato di lamentarsi perché Dio non incenerisce Ninive, e lo lascia a languire sotto un sole bruciante. Lo stesso Gesù non indulge né tanto né poco sulla “libertà di parola” degli apostoli. Dio si prende la libertà di non rispondere nulla al Figlio che lo invoca nel Getsemani, e poi l’urlo lacerante dalla croce: “Padre, perché mi hai abbandonato?”.

Ma nessuno di questi rapporti resta incompiuto, insoddisfatto. Al contrario i protagonisti ne escono fortificati, addirittura resi immortali da quell’umiliazione temporanea. Perché ascoltano parole di giustizia e misericordia, e la prima non è separata dalla seconda. Perché a Dio nulla è impossibile. Quando sembra tacere, è perché sta operando qualcosa di indicibile, come ad esempio l’annientamento della morte.

Naturalmente è persino ridicolo paragonare le nostre misere opinioni alla Parola di Dio – o perfino al Suo Silenzio. Eppure, in qualche misura che ognuno può facilmente constatare, ogni espressione umana accolta, meditata e giudicata, porta un’eco di questo rapporto primigenio: quello con un Creatore che non chiede permessi e non chiacchiera.

Occorre battersi per il diritto ad ascoltare, più che per il diritto a parlare. Il diritto di parola discende da quello di ascolto. Non c’è parola se non ci sono orecchie.

 


Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente le opinioni del responsabile di questo blog. I contributi pubblicati su questo blog hanno il solo scopo di alimentare un civile e amichevole confronto volto ad approfondire la realtà.


 

Sostieni il Blog di Sabino Paciolla

 






 

 

Facebook Comments