Eugene Delacroix: “la libertà che guida il popolo”, 1830, olio su tela, Museo del Louvre, Parigi

Eugene Delacroix: “la libertà che guida il popolo”, 1830, olio su tela, Museo del Louvre, Parigi

di Riccardo Zenobi

 

Il post di R. R. Reno nasce come commento ad un libro sul travagliato rapporto tra cattolicesimo e modernità, tema che ho molto a cuore anche perché è uno dei nodi più problematici della Chiesa contemporanea e che l’ultimo concilio ha complicato ulteriormente rispetto al passato. Nella sua esposizione Reno sostiene di essere “agnostico sulla logica del liberalismo”, e in conclusione afferma che “unica guardia affidabile contro il totalitarismo […] sono potenti contro-autorità radicate in feroci lealtà verso verità naturali e rivelate”. Vorrei qui colmare la lacuna del discorso sulla “logica del liberalismo” sostenendo che il socialismo è la controparte totalitaria del liberalismo e una sua implicazione logica, e che ciò si è visto fin dalla nascita di questo sistema di pensiero con la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino a cui seguì il genocidio vandeano: questi due eventi sono implicati perché hanno alla base la stessa logica.

Il post parte dalla corretta definizione del mondo nato dalla Rivoluzione francese: “La modernità liberale è caratterizzata da tre elementi: pluralismo religioso, stato secolare e diritti umani”. Questa visione della realtà è di fatto la base di partenza sulla quale attualmente si vuole innestare qualunque discorso riguardante il rapporto tra Chiesa e mondo politico, in quanto nel giro di pochi decenni i “principi dell’89”, quelli della Rivoluzione francese, “Liberté, Égalité, Fraternité”, conquistarono tutti i paesi europei e quindi gran parte del mondo, tanto da divenire l’unico punto fermo in quasi ogni nazione, venendo apertamente rifiutati solo dall’islam politico. In Occidente tali principi sono ritenuti così dogmaticamente assoluti e inattaccabili che si ritiene impossibile per una mente ragionevole rifiutarli, e questa visione è confortata dal fatto che praticamente tutti i cittadini occidentali vengono plasmati e formati allo stesso modo su questo argomento, con l’eccezione di qualche fondamentalista islamico il quale rifiuta tale visione non per argomentazione razionale ma per la propria fede radicata nell’islam.

Ciò che il post di Reno (e forse anche il libro da cui parte la recensione) non fa notare abbastanza è che la storia delle ideologie novecentesche è lo sviluppo logico e coerente della falsa alternativa liberalismo/socialismo implicita nei tre elementi già menzionati. Il pluralismo religioso porta come conseguenza che la religione non informa più la sfera pubblica ma resta nell’ambito della pluralità delle opinioni private, mentre il mondo politico deve partire da una base talmente salda da essere condivisa (almeno come dato di fatto) anche da chi la vuole criticare; in tal modo la religione è in secondo piano rispetto alla politica, più o meno rilevante a seconda delle tornate elettorali. Relegata nella sfera dell’opinione, il posto della religione è stato preso dai principi dell’89, perciò lo Stato [1] non può abbracciare che essi e quindi essere agnostico o ateo, in ciò contrapponendosi allo Stato confessionale prerivoluzionario nato nel XVI-XVII secolo. Tale Stato non può porsi come artefice di qualcosa di universalmente valido, in quanto è assurdo e pericoloso vedere in esso la fonte stessa di ciò che è Bene per ogni uomo; da qui nasce la riflessione sui diritti umani, nati come ciò che serve a limitare lo Stato e il suo intervento essendo ritenuti inerenti all’uomo in quanto uomo e quindi inalienabili dalla ragion di Stato o dal “bene comune”. Questa è in sostanza la logica del liberalismo, che nel Novecento si è confrontato “dialetticamente” con il socialismo nelle diverse forme via via assunte (fascismo, comunismo, nazionalsocialismo, bolscevismo, etc.).

Il socialismo e il conseguente totalitarismo (definito come l’assorbimento della società da parte dello Stato) sono del tutto conseguenti a tale impostazione del mondo politico, poiché una volta che i diritti umani sono stati definiti come limite che lo Stato secolare non può oltrepassare e che rappresentano l’essenza inviolabile del bene comune intorno al quale si vuole costruire la società e fondare il modo di pensare dei cittadini, chiunque li neghi o li critichi si trova ad essere anemico dei diritti umani e quindi del limite d’azione dato allo Stato, oltreché ad essere nemico del modo di pensare ed agire dei cittadini. Quando una intera parte della popolazione si solleva per motivi così profondi e radicali come una visione alternativa del mondo, che abbraccia la definizione del Bene, la funzione dello Stato e l’identità dell’uomo, non ci possono essere compromessi: ecco quindi il genocidio vandeano, di coloro che rifiutavano i principi dell’89.

Se il liberalismo sotto attacco mostra il volto malevolo del socialismo, quest’ultimo mostra la bonaria faccia del liberalismo quando le idee che sostiene sono condivise dalla popolazione, poiché se la visione del mondo propugnata diventa così comune da non essere più vista come “partitica” ma del tutto “ovvia ed evidente” – tanto da essere la sola lente con la quale si guarda la realtà – non c’è più bisogno di propaganda da parte del partito o dello Stato, e tutti si sentiranno liberi mentre pensano nello stesso identico modo. Anche Marx affermò che la dittatura del proletariato (che nella realtà è lo Stato di polizia ideologica sovietica) è solo un momento prima del comunismo, il quale si sarebbe realizzato quando la realtà stessa sarebbe stata vista unicamente attraverso gli occhi del materialismo dialettico; in altri termini, quando tutti pensano allo stesso modo non c’è bisogno di denunciare nessuno come nemico del popolo. Per tali motivi sostengo che liberalismo e socialismo non sono due realtà separate ma solo due facce della stessa medaglia, derivanti dall’identica logica consistente nel voler essere un sistema che abbraccia l’interezza della realtà umana, sociale, politica e metapolitica.

Questo discorso può allargarsi anche all’islam, in quanto esso ha una propria legge politica (la sharia), le sue fonti di giudizio/fede sulla realtà (il Corano), la sua etica (la Sunna e la vita di Maometto), perfino la sua economia – tanto che alcuni studiosi lo definirono un protosocialismo – e la tendenza a ricondurre tutto al proprio sistema di verità “rivelate”. Modernità ed islam sono due sistemi che condividono la stessa logica declinata in due maniere diverse; nel primo caso si vuole ricondurre tutto ai diritti umani, nel secondo al Corano. In parole povere la modernità è la versione europea settecentesca dell’islam.

Nel rapporto tra cattolicesimo e modernità il problema risiede nella logica fondativa di quest’ultima che la rende un sistema di pensiero e di giudizi sulla realtà da cui far partire ogni agire pubblico. All’interno della categoria “giudizio” ricade anche la fede (religiosa o personale) che si ha della realtà, sul bene e sul male. Un essere umano consapevole incarna i propri giudizi nel suo modo di essere, nel suo agire umano, personale, sociale e politico; chiedergli di subordinare i suoi valori a qualcos’altro, o mettere “tra parentesi” i suoi principi di giudizio per aver accesso alla sfera politica vuol dire escludere la fede (e la persona) di quest’uomo dalla sfera pubblica, inducendolo a ritenere gli elementi che trova in essa più importanti e superiori in valore rispetto ai propri principi.

Il cattolicesimo deve rifiutare la radice stessa di tale logica: non può quindi parteggiare per liberalismo o socialismo, ma occorre che inizi a costruire una proposta al di fuori di tale schema della modernità, la quale esclude dalla sua costituzione alcuni elementi del Vangelo e ne assume altri ad esso contrari, per poter infine costruire una civiltà, una società e una politica cattolica senza compromessi con elementi che nascono dal rifiuto di alcuni aspetti del giudizio cristiano sulla realtà.

 


[1] Ricordo la definizione weberiana di Stato: ente con il monopolio del diritto e dell’uso legale della forza

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