ospedale carità
Gli ospedali nascono come frutto della carità cristiana

 

 

di Alfredo Villa

 

Una volta scelta l’ebrezza della libertà assoluta, che null’altro è se non il rinunciare ad ogni altro genere di libertà relativa, divenendo volutamente un servo, vi è, nel servizio, un cammino da compiere. 

Un cammino che nell’evoluzione del servire diviene cammino di conversione.

Un cammino che ha nel modo di porsi del servo di fronte alla carità la via divenire da servo a figlio.

 

All’inizio di questo percorso di servizio non si può essere che un servo scaltro.

Se è pur vero che nella scelta di servire è già implicitamente presente una qual forma di conversione, all’inizio questa è più frutto di razionalità consapevole che di vera trasformazione spirituale. 

A questo stadio del percorso è solo con il ragionamento che il servo scaltro ha compreso come, pur rimanendo egoisticamente il centro del mondo, vi sia altro da lui e che questo Altro e gli altri hanno un’influenza determinante sulla sua vita terrena ed ancor più hanno una insopprimibile valenza sul suo destino eterno.

Consentendosi di inserire nel suo ragionamento concetti quali senso ed eternità e consentendosi d’aprirsi a ciò che forzatamente lo trascende, il servo è costretto a rimpicciolirsi ed a ridurre il suo spazio personale affinché si possa rendere conto dell’esistenza di Dio e degli altri esseri umani. 

L’avere deciso di non essere più un padrone implica il non avere più servi e comporta che chiunque incontri sia per lo meno simile a lui in un’ipotetica gerarchia di valore. 

 

Per quanto gli altri uomini non siano ora più servi e per quanto non desideri più sottometterli, il servo scaltro considera ancora come giustificato l’utilizzarli. 

Avendo considerato Dio e l’eternità come possibilità da non escludere, prova non più a prevaricare il suo prossimo, ma ad utilizzarlo per la sua salvezza.

Il servo scaltro non è ancora carità, ma può “fare la carità”, in quanto l’atteggiamento è già diverso da quello del padrone. 

Ora come servo scaltro, riesce a pensare a Dio ed al suo individuale destino eterno e già in questo, se pur inconsapevolmente, è già salvato. 

Essendo però debole la sua fiducia nella misericordia divina ed essendo ancora incapace di considerare la salvezza come un dono, e tale deve essere in quanto non ne sarebbe mai comunque degno, decide di fare la carità ai più poveri, per “acquistare amici nelle dimore eterne”. 

Il servo scaltro, facendo la carità, investe in salvezza.

Il servo scaltro non crede, ma non esclude. 

Le sue scelte di carità sono razionali, quasi imprenditoriali. 

È ancora in un’ottica di causa effetto di azione e remunerazione. 

La carità è un mezzo, oltretutto poco costoso e semplice, per non essere condannato. 

La finalità della carità del servo scaltro non è l’agape, ma la non esclusione da essa qualora ci fosse. 

Il servo scaltro manifesta la sua scaltrezza nello scegliere una strada verso la salvezza apparentemente in discesa, senza sapere che ogni strada scelta dall’uomo è comunque e sempre in salita. 

Solo la via dell’abbandono non lo è, ma è impossibile per il servo scaltro pensare di non essere ancora in qualche modo padrone del suo destino. 

 

Pensa a Dio ed alla salvezza personale in termini umani, nel modo che gli era così usuale quando era un padrone. 

Comprando crediti eterni con carità terrene. 

Il servo scaltro e contemporaneamente misero e grande. 

Misero per l’umanizzazione mercantile del suo rapporto con Dio, grande per aver cominciato a considerare Dio nella sua vita. 

Il fatto che ne provi ad acquistarne il perdono significa solo che non crede ancora nella Misericordia, ma che comunque il perdono di Dio sia divenuto per lui importante.

Sento infinita tenerezza per il servo scaltro, perché è penalizzato dal fatto di non aver ancora assaporato la consolante bellezza del servire, con le grazie, le consolazioni e le beatitudini che questo essere servo comporta, ma cerca invece di gestire la fatica e l’asperità del servizio, con metodi spiccioli che sono frutto di una furbizia commerciale. 

Ma, forse senza saperlo, scegliendo di essere servo, ha già detto sì a Dio, che non può che sorridere di questi scaltri tentativi di ingraziarselo. 

 

Dopo il primo sì, è giunto il tempo in cui Dio può operare sul servo scaltro, trasformandolo in servo inutile della Provvidenza e della Carità.

Questo passaggio da servo scaltro a servo inutile non deriva da una scelta del servo. 

È Dio che comincia ad operare in lui, opera che è iniziata e si è resa possibile solo in seguito alla prima scelta libera dell’uomo di divenire servo. 

Il cammino di conversione, che ha portato a considerare Dio come una possibilità e da questo al desiderio di diventare amico caritatevole di chi gli è sicuramente amico, ovvero i poveri, implica aver riconosciuto in quest’ultimi un valore inestimabile.

 I poveri sono gli amici di Dio. 

Quindi perché comperarli facendo loro la carità quando, avendone compreso l’importanza, può servirli in modo continuativo diventando così strumento della Provvidenza? 

È nato con questo ulteriore passo verso la comprensione, un altro desiderio, un nuovo livello di conversione. 

È nato nel servo il desiderio non di salvare sé stesso attraverso gli altri, ma di essere salvato con loro, mettendosi al loro servizio e allo stesso tempo soddisfare Dio con questo servizio. 

La bellezza di questo ulteriore passaggio è aver trasformato gli altri da mezzo da utilizzare a compagni di cammino verso una comune salvezza. 

In questo stadio il desiderio di Dio aumenta ed è Lui che il servo vuole raggiungere ed ha compreso, da iniziale servo scaltro, che i poveri sono quelli che, se servirà con passione, lo porteranno a Lui. 

Mentre prima i poveri venivano comperati con atti di carità, ora divengono coloro su cui riversare la sua carità, quella del servo inutile, carità che però è finalizzata alla benevolenza di Dio nei suoi confronti, più che ai poveri in quanto tali.

Si è nella fase “ama il signore Dio tuo” e questo amore spinge a chiedersi come possa servirlo e la risposta non può essere che comprendere che non vi è altro servizio che servire l’uomo, perché Dio ha affidato l’uomo all’uomo. 

Ma poiché ora crede nella Provvidenza, ad essa si sottomette, è da essa che trae e non da sè stesso, la ragione del servire. 

La bellezza di tutto questo è che questo servire l’uomo per amare Dio, non può che condurre a conoscere e relazionarsi con l’uomo e quindi ad amarlo. 

Il servizio del servo inutile ha la sua forza nell’amore per Dio ed il suo traguardo nell’amore per l’uomo.

Dio operando in lui, ha trasformato la sua carità, che pur se nata come strumento per soddisfare un desiderio di salvezza, è diventata ora manifestazione dell’amore per Dio, e da questo, con il servire l’uomo si è trasformata in amore per quest’ultimo. 

Dio ha così operato un’ulteriore evoluzione nel modo di servire del suo servo e così facendo gli ha concesso di salire un nuovo gradino nel suo cammino di conversione. 

 

Da servo inutile diventa ora servo amorevole.

Quasi per assurdo, a questo nuovo stadio, sia la salvezza che Dio stesso, diventano meno importanti e non sono più il fine dell’agire caritatevole.

La carità diventa parte integrante della natura del servo amorevole e con essa la gioia caratterizza ogni sua azione, in quanto il tutto scaturisce dall’amore. 

Da amore per Dio ad amore per Dio e per il prossimo e questo quasi a compimento definitivo del comandamento più importante, che però è ancora solo parzialmente realizzato nel servo amorevole. 

Il servo, a seguito di scelta libera, ha iniziato a relazionarsi razionalmente e ad amare inconsapevolmente Dio come servo scaltro, ha poi, grazie all’opera di Dio in lui, rafforzato il suo amore per Lui divenendo servo inutile ed ora, gli è consentito come servo amorevole di “essere carità”.

Ed il suo amore congiunge cielo e terra.

È una croce leggera che ha accettato nello scegliere un servizio amorevole ed è comunque croce reale in quanto ha il suo asse verticale nell’amore per Dio ed il suo asse orizzontale nell’amore per l’uomo.

Ha rinunciato ad ogni libertà personale scegliendo il servizio amorevole. 

Credo questa possa essere una condizione di grande soddisfazione e certezza morale.

 

È forse però la fase più delicata di tutto il processo di servizio e conversione.

È forse il momento dove, sentendosi completamente realizzato in Dio, il servo amorevole non riesce a comprendere di non aver ancora compreso nulla.

Quella del servo amorevole è una condizione pericolosa. 

Pur se in modo diverso, contiene lo stesso genere di illusione tipica dell’essere padrone. 

Perché si è solo trasformato da essere padrone di tutto ad essere padrone di nulla. 

È passato dal credere che poiché è un padrone tutto gli sia dovuto per ceto e posizione sociale, al credere che ora, diventato servo amorevole, tutto gli sia comunque dovuto in quanto tutto Dio dovrà donare a chi lo serve con amore.

Resta di fondo il pericoloso ed erroneo pensiero di considerare che, grazie al suo servizio amorevole, si siano acquisiti dei meriti personali e che da questi derivi e sia dovuta una qual forma di remunerazione. E così si esclude automaticamente la caratteristica essenziale dell’amore che è quella di essere dono libero. 

Amare Dio ed amare il prossimo non è sufficiente per ottemperare al comandamento più importante, manca il “come te stesso”. 

Nulla però è rimasto del servo amorevole, che ritiene che per meglio servire sia condizione necessaria l’annullamento di sé stesso. 

Il servo amorevole deve ancora apprendere a lasciarsi amare da Dio. 

Questo è quanto più difficile vi sia per la vita di ogni uomo. 

Perché Dio ama i piccoli ed i semplici.

Nel servizio invece può insinuarsi una potenziale grandezza e una qual forma di sapienza e complessità. 

Ci può essere ed annidarsi nel cuore del servo tutto ciò che gli impedisce di lasciarsi amare da Dio nell’unica forma possibile.

Quella dell’abbandonarsi al suo amore. 

Nel suo cammino di libertà questa è stata effettivamente esercitata scegliendo di divenire servo. 

Ma con questa scelta è stata data alla libertà un valore supremo. 

A questo stadio però si deve lasciare tutto, anche l’infinita libertà del servo, perché solo lasciando veramente tutto, si può divenire l’amato. 

E questo è quanto vi sia di più difficile. 

Affinché questo accada ci si deve arrendere all’Amore, che non è più, come erroneamente si può aver pensato, ricompensa di un servizio, ma incondizionato dono di Dio. 

Si deve apprendere che per essere tale, il dono deve essere immeritato e bisogna comprendere che malgrado la più assoluta santità non si è mai degni di tale amore e che quello di Dio, è un amore che spesso è riservato ed offerto più a chi non lo merita che a chi cerca di conquistarlo con le opere.

Perché Dio è libero di amare chi vuole e di volere amare tutti.

Il lungo cammino del servo verso una gioia costante e presente sta così per compiersi. 

È offerta ora al servo una possibilità di una gioia talmente piena da rendere in qualche modo Dio, la fede, il servire, l’amare, la salvezza quasi irrilevanti, poiché riconoscendo l’amore di Dio per il suo servo, accettando tale amore senza provare a comperarlo, senza pensare di meritarlo, senza ritenere di conquistarlo, senza tentare di diventare degno, ma solo affidandosi a tale amore, che si rende possibile il passaggio da servo amorevole a servo amato.

 

Il servo amorevole, pur nella sua perfezione, mantiene delle aspettative che rivolge ad un Dio percepito come Giusto, ma che non conosce realmente. 

Il servo amato invece non attende e non desidera più nulla in quanto tutto riceve da un Dio che non è giustizia ma Misericordia ed è fonte di un Amore impossibile da meritare.  

Il vecchio padrone, nei suoi vari passaggi di servizio, può divenire ora uno dei “piccoli”.

Si è piccoli solo quando si accetta l’amore di Dio per ciò che è, ovvero immensità, gratuità e inclusione. 

E nell’accettarlo, null’altro è importante se non l’amore che ricevo. 

Non si deve più pensare, non si deve più agire, non si deve più nulla. 

Si può continuare a pensare, ad agire, a fare di fondo ciò che si vuole, ma ogni azione è una causa seconda della causa prima, che è l’amore unico ed infinito di Dio per ognuno di noi.

Solo a questo stadio finalmente si può dire di “essere carità” perché si è destinatari della Carità di Dio che è Dio stesso.

Solo adesso si può dire “Io vivo, ma non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me”

Comprendere o, meglio, vivere accettando di essere servo amato è la realizzazione e lo scopo di ogni vita. 

La vita stessa diventa lei stessa irrilevante a seguito di tale certezza, ma irrilevante non significa inutile, perché è attraverso il vivere che mi è concesso di gustare tale beatitudine e di ringraziare.

Il “divenire carità” diventa così manifestazione di “divenire ringraziamento vivente”.

E con quest’ultima trasformazione, con questo ultimo gradino da superare, si lascia il ruolo di servo, non in quanto non sia un ruolo prezioso, ma perché per divenire una vivente “lode a Dio” si deve accettare di essere trasfigurati da strumenti e servi di Dio a figli amati e grati.

Perché non si è servi, ma figli.

Ora si può rinascere redenti divenendo da “uomini del mondo” a “Uomini del Regno”, un Regno dove non si accede solo in quanto si ama, perché questo significherebbe che da noi e dalle nostre scelte ne dipenderebbe l’accesso, ma solo perché si è amati da un Dio misericordioso.

Per concludere, il cammino da padrone a servo amato può essere compiuto solo attraverso l’atto supremo di conversione che è il riconoscere ed accettare l’amore che Dio riserva ai suoi figli. 

Ad ognuno di noi.

Tutto il resto verrà da sé.

 


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