Di seguito segnalo all’attenzione e alla riflessione dei lettori di questo blog l’articolo scritto da Larry Chapp, pubblicato su What We Need Now. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella traduzione curata da Occhi Aperti! (pseudonimo). 

 

 

 

Wohin ist Gott? (Dov’è Dio?)

Friedrich Nietzsche

 

Parte prima: Nemo dat quod non habet (nessuno può dare ciò che non possiede)

Gli accesi dibattiti che attualmente infuriano nella Chiesa sono semplicemente la chiara manifestazione di una più profonda confusione teologica e spirituale nella stessa Chiesa. E quella confusione è il risultato di una quasi totale mancanza di profondità, forse anche di curiosità, a livello creativo, intellettuale, artistico, filosofico, teologico e letterario, tra cattolici di ogni genere. E come dice il vecchio adagio latino, nemo dat quod non habet, necessariamente la Chiesa contemporanea ossessiona dunque su cose che possiede, come le strutture burocratiche e coloro che commettono peccati di natura sessuale, con le prime ora riconfigurate per essere più accomodanti con questi ultimi, attraverso l’alchimia della sinodalità.

Tuttavia, teologicamente parlando, l’unica cosa che la Chiesa possiede veramente come sua, è il Signore crocifisso e risorto e la prassi morale della testimonianza dei martiri che seguono “l’Agnello immolato” (Ap 5,6). Ed è proprio questo annuncio e la testimonianza del Signore crocifisso e risorto che ha ispirato la maggior parte delle grandi conquiste intellettuali e artistiche degli ultimi duemila anni. E la logica del Regno di questo nuovo regime di grazia e di carità “martire” inaugurata da Cristo, è stata l’unica vera e reale rivoluzione che il mondo abbia mai visto. Tutte le altre cosiddette rivoluzioni erano semplicemente varianti della libido dominandi [1] o tentativi di fuggire dalla sua tirannia attraverso la via del ritiro spirituale e della negazione apofatica. Solo Cristo, poiché Egli era veramente il Dio incarnato in piena unione con la vera natura umana, poteva raggiungere, come S. Atanasio ha sottolineato secoli fa, la piena radicalità della creazione, essendo più “naturale” e più “terrena” proprio nella misura in cui è anche intimamente unita a ciò che sta “lassù”. E ciò che sta lassù è l’Agnello che è stato ucciso e che ora è nella gloria presso il trono di Dio come Agnello immolato che resta ancora “in piedi”. Qui vediamo la natura esatta della rivoluzione cristiana nella convergenza dell’immolazione e glorificazione, della morte e della sua trasformazione in vita.

Questa è la nostra rivoluzione. In verità, è la nostra unica rivoluzione. È la rivoluzione di un mondo sconvolto dal Dio crocifisso. Ed è il Cristo del patibolo romano di legno ad essere l’unica speranza del mondo. Come dice Madeleine Delbrêl, scrivendo retrospettivamente ai tempi in cui era atea, “… e poiché non eri qui, il mondo intero mi è sembrato piccolo e sciocco e il destino di tutti gli uomini stupido e crudele”. [2]

Infatti, senza Cristo il mondo è semplicemente un disordine dissimulato di desideri mimetici caotici e in competizione [3] in cerca di modi violenti per trasformare in capri espiatori tutti coloro che si pongono sulla nostra strada – presumibilmente – possedendo tutti gli oggetti luccicanti dei nostri totem idolatrici.

Ma, naturalmente, la morte è quella barriera finale che getta un’ombra di futilità su tutti questi schemi mondani. La morte è l’ultima frontiera e quindi cerchiamo di superarla o accettarla con un’indifferenza “adulta” e “stoica” verso le nostre vite – un’indifferenza che nessuno raggiunge mai realmente – o tentiamo di superarla con una sorta di sforzo titanico e prometeico in cui cerchiamo un’immortalità surrogata attraverso grandi conquiste che evochino una memoria eterna in coloro che vengono dopo. Ma i monumenti svaniscono o vengono imbrattati successivamente dai graffiti di uomini rozzi e presto tutti siamo dimenticati. Citando la Delbrêl ancora una volta:

La grande, indiscutibile, ragionevole disgrazia è la morte.

I rivoluzionari mi interessano, ma hanno frainteso la questione. Possono organizzarsi per un mondo migliore; dovremo sempre sbrigarci.

Gli scienziati sono un tantino infantili. Credono ancora di poter uccidere la morte…; uccidono i modi di morire: la rabbia, il vaiolo.

La morte se la sta cavando benissimo. [4]

Solo nella risurrezione di Cristo crocifisso il mondo può trascendere la dittatura della morte. Cosa intende San Paolo quando dice nella Prima Lettera ai Corinzi che il “pungiglione della morte è il peccato” (1 Cor 15,55)? Egli intende precisamente che la maggior parte dei nostri peccati sono radicati nella consapevolezza della finalità e della futilità della morte, che ci induce disperatamente a cercare un qualche tipo di felicità nel falso confidare in un appagamento puramente terreno, che conduce a tutti i peccati della concupiscenza, i quali sono ben più che semplici peccati della carne. Ma la morte è anche una forma di intimità e in effetti non c’è niente di più personale per noi della nostra morte. Ma la risurrezione distrugge la morte e così deruba il peccato del suo pungiglione dall’interno.

Questa è la rivoluzione cristiana. È la rivoluzione di una nuova intima consapevolezza che tutta la nostra sete si placa soltanto nell’ek-stasis (dal greco, “essere fuori”, ndr) dell’amore. Ed è un amore che, di per sé, non ha confini e nessun limite, e che non può essere trasgredito essendo surclassato da qualcosa “di più” o “superiore”. Non c’è illuminazione più grande di quella che questa intima consapevolezza porta con sé, e non c’è gioia più grande. Questa è la cognizione di una pienezza di vita che trascende le categorie stantie della “Legge”, come San Paolo fa notare. È una consapevolezza che quindi contiene un rifiuto antinomico degli elementi puramente forensi e giuridici della legge morale a favore del nuovo nomos (“legge”) dell’amore, che è per molti versi più vincolante – come sempre lo è l’amore – di una “mera etica”, il che è, per molti versi, il punto che Gesù stava facendo nel Discorso della Montagna. La “mera etica” riguarda quell’obbedienza che sa solo che è stata imposta una “regola”. E le “semplici regole” provocano sempre una trasgressione. La vera moralità del Discorso della Montagna è un’etica dell’intima consapevolezza della risurrezione sotto la tutela della logica formale dell’amore, che è una nuova legge che libera.

 

Parte seconda: Modernità come trasgressione e nullificazione del possesso

Ma questa rivoluzione ha incontrato quella che forse è la sua più grande sfida: gli strani lineamenti dell’incredulità nel mondo moderno. La mia asserzione è che la nostra è una cultura basata sulla nullificazione di Dio come opzione esistenziale “davvero reale”. La nostra incredulità è diversa dall’ateismo e dall’agnosticismo che si trova spesso in un contesto premoderno. Le generazioni precedenti hanno visto atei sputare fuoco come Nietzsche, che hanno ancora preso la fede abbastanza sul serio da tirarla in causa, e le cui oscure proteste contro il Cristianesimo hanno dato una non voluta testimonianza alla crescente importanza riguardante la questione di Dio. La nostra epoca, al contrario, semplicemente sbadiglia davanti alla fede e la considera come una bizzarra, vetusta forma di curiosità perpetuata da una congregazione in restringimento di gente ignorante, che semplicemente non accetta che la modernità e la sua scienza abbiano ucciso il drago. Il mondo è “sconvolto” da quella “specie di Dio” e ora considera coloro che semplicemente sollevano la questione come antisociali e come pericolosi ostacoli all’ultima iterazione del “progresso” tecnologico.

Pertanto, l’ateismo di oggi non è evidente e, de facto, è ben più di un ateismo della prassi e di quel che i francesi chiamano mentalité, radicato nella convinzione che anche se esiste una sorta di “Ultimità” (riferito a Dio, ndr), è in gran parte inconoscibile e indimostrabile ed è, quindi, meglio lasciarla al lato della strada, mentre la rivoluzione tecnologica tira dritto inesorabilmente. Il mondo moderno consente ancora una certa misura di quella che chiamiamo “libertà religiosa”, fintanto che la libertà rimane ben entro i confini delle sue gabbie di impotenza addomesticata e repressa. La “spiritualità” è autorizzata ad esserci ma come fosse una sorta di stillicidio buonista di emozioni gnostiche, ovvero una specie di “toccasana” per la tranquillità interiore e per un miglior sesso tantrico. Ed è una spiritualità che si adatta bene a un ateismo culturale de facto in un registro consumistico, poiché la sua “chiesa” è quella boutique del centro commerciale che vende oli essenziali, prodotti CBD (cannabinoidi, ndr), libri su un miglior vivere attraverso lo Yoga e vari disgustosi liquidi verdi da degustazione a base di piante esotiche coltivate solo in Bolivia.

Ed è questo vedere il credente religioso abramitico come pericoloso ostacolo ad essere ormai l’unico modo in cui la nostra cultura ci prende sul serio. L’ascesa di una cultura totalmente trasgressiva dedita alla cancellazione delle ultime vestigia della tradizione, della legge naturale, dell’etica classica, della religione, dei costumi sessuali e del concetto stesso di “confini” ha ridotto a nulla il Dio legato a quelle cose che sempre preoccupano. Augusto del Noce è tornato su questo punto ripetutamente mentre con preveggenza intuiva nella modernità il legame tra l’annullamento della trascendenza, la sua sublimazione in una nuova religione fondata sull’immanenza secolarizzata e il progetto di una cancellazione trasgressiva di tutto ciò che ci ha preceduto.

Così, come dicono i sociologi, le “strutture di plausibilità” della nostra cultura hanno creato in tutti noi un senso religioso profondamente attenuato rispetto alla modalità vecchio stile dell’anima spirituale che cerca il suo compimento in un Dio trascendente. La saggezza del pensiero di Cristo che viene a noi, svanisce nella nebbia della nostra indifferenza confusa. Per vedere Dio attraverso la lente di Cristo, si ha bisogno di occhi spirituali per farlo. Invece, le nostre strutture di plausibilità ci hanno donato quelle cataratte spirituali che rendono impossibile qualsiasi discernimento spirituale autentico senza il più grande sforzo.

E a causa dell’ascesa della cultura di annichilazione trasgressiva, uno dei più grandi problemi che affrontiamo nell’interpellare la nostra cultura sta nel fatto che il “pozzo” del discorso è stato avvelenato fin da subito. Con questo intendo dire che la stessa sorgente d’acqua viva che stiamo cercando di donare è rifiutata tout court fin dall’inizio, come fosse una miscela tossica di ignoranti superstizioni che erano già state provate e trovate insoddisfacenti. Abbiamo già avuto la nostra occasione e ora che è finita nessuno vuole quel che oggi stiamo “smerciando”. Siamo, agli occhi del mondo contemporaneo, la religione nota per i roghi delle streghe, le Crociate, l’Inquisizione, Galileo e l’avere troppi bambini. Siamo la religione contro le opportunità, contro la libertà e contro … tutto. Noi siamo la religione del nyet (no in russo, ndr), che ci comanda di piangere con i santi piuttosto che ridere con i peccatori. Siamo la “doccia fredda” della storia e gli eterni guastafeste dei semplici piaceri terreni della vita.

 

Parte terza: l’incredulità dei credenti e la forma di una moderna santità

Naturalmente, tutte queste realtà culturali colpiscono la Chiesa e i suoi membri ordinari, i quali devono nuotare in questa cultura ogni giorno e sono profondamente colpiti – sia consciamente che inconsciamente – dalla logica formale delle strutture di plausibilità della modernità. Pertanto, la mia ulteriore considerazione è che se anche la fede esiste nelle anime della maggior parte dei comuni cattolici (e penso che sia così), rimane tuttavia vero che le radici di tale fede sono superficiali in molti credenti, il che ha portato a quel teatrino moderno che è l’incredulità dei credenti. Joseph Ratzinger notò questo fenomeno già nel 1958, dove sottolineò che la maggior parte di noi sulle panche (delle chiese, ndr) in questi giorni, sono in realtà pagani malcelati, mascherati da cristiani credenti, che è ciò che lo ha portato a prevedere, solo dieci anni dopo, che la futura Chiesa sarebbe stata molto più piccola, priva di posizione sociale e in procinto di subire un periodo di agonia a causa di un arretramento rispetto a quella che fu la sua gloria costantiniana.

In altre parole, anche tra coloro che ancora professano una parvenza di fede, c’è una perdita del senso di intima consapevolezza di Cristo con una conseguente perdita del senso di partecipazione alla struttura cruciforme della Sua esistenza. C’è quindi anche una profonda, davvero profonda alienazione dal cuore evangelico della Chiesa tra milioni di cattolici e un profondo senso di insignificanza, solitudine, depressione e disperazione. Vogliamo credere, ma scopriamo di non poterlo fare, eppure crediamo. Sembra quindi che la strana struttura di forme di fede tipicamente moderne siano in realtà forme di una profonda, ardente, talvolta lancinante incredulità, ma un’incredulità che è stata trasformata, attraverso il crogiolo di un vero desiderio di Dio, in una sorta di fede che si estende verso l’esterno in cerca di Dio, come fosse un povero mendicante che è stato spogliato al vivo di ogni pretesa.

Possiamo sfuggire alle illusioni della nostra cultura in larga misura e con grande sforzo ma, come le ferite di Cristo, le cicatrici rimangono e i legami religiosi che vincolano restano, anche se debolmente, impressi. Così, sta emergendo una forma completamente nuova di santità, nata dalla volontà negatrice delle nullificazioni della modernità, che sta dando vita a generi completamente nuovi di santi. La santità di una incredulità indirettamente sofferta – una forma di crocifissione – si trasforma nel martirio dell’incredulità vinta dall’interno. Ed è una conquista che porta a una gioia enorme e manifesta. Si tratta di una fede e di una santità che è davvero più a suo agio nel mondo terreno, come partecipante a pieno titolo e con gli occhi ben aperti.

È essenzialmente una forma di santità laica, ma è anche una forma di discepolato verso cui penso si senta attratto un numero crescente di sacerdoti e religiosi. E questo perché la moderna parrocchia borghese è in crisi – una crisi di fede che rispecchia una profonda incredulità culturale – e questa crisi affligge i sacerdoti tanto, e ben di più, rispetto ai laici. Ciò significa che molti cattolici oggi vivono un rapporto profondamente ambiguo con la cosiddetta “Chiesa istituzionale”. Si tratta di un rapporto che può essere descritto come quello del tipico parrocchiano, da “insider” nella misura in cui la sua partecipazione alla Messa è relativamente costante, mentre, a livello di emozioni e impegno esistenziale, si può dire invece che sia un “outsider”. Anche questa è un’alienazione dall’interiorità, e solo in questo caso è un’alienazione da Cristo che viene a noi nei Sacramenti. E’ stato fatto molto del Pew Research (centro di sondaggi, ndr), che dimostra che la maggioranza dei cattolici negli Stati Uniti non crede più nella dottrina della Presenza Reale di Cristo nell’Eucaristia. E si son fatte molte chiacchiere sulla necessità, alla luce di tutto questo, di una migliore catechesi e predicazione. Ma anche se questo è necessario (e lo è), non affronta la fenomenologia più profonda di ciò che sta accadendo qui e ora. Vale a dire la crisi di un allontanamento dall’intimità con Cristo attraverso i Sacramenti della Chiesa istituzionale, perché quella Chiesa non ha riconosciuto gli aspetti competitivi e secolarizzati della fede della maggior parte dei cattolici medi. Non ha riconosciuto né questo allontanamento né che molti cattolici siano in realtà psicologicamente estranei alla Chiesa, anche se siedono sulle panche ogni domenica.

Ci sono, tuttavia, ancora ragioni per sperare, ma perché siano davvero autentiche, ciò richiederà ben più di quelle tipologie stanche che sono state, fino ad ora, la maggioranza delle reazioni cattoliche alla modernità. Il tradizionalismo radicale, il progressismo cattolico e il conservatorismo cattolico standard, tutti non sono all’altezza per diverse ragioni. Nessuna di queste realtà è abbastanza radicale, il che significa che nessuna sa davvero comprendere se stessa. Mancando una vera radicalità cristocentrica e cruciforme, il tradizionalismo non è neanche lontanamente tradizionale in modo sufficiente, il progressismo cattolico non è affatto progressista ma sta semplicemente scimmiottando la moda intellettuale, e la forma standard “conservatrice” del Cattolicesimo è più un liberalismo borghese di stampo Whig (il termine Whig descrive i progressisti politici che credono nel graduale miglioramento della società umana, ndr) che prega. Tutti hanno i loro punti di forza e di debolezza, e tutti hanno cattolici sinceramente devoti tra le loro fila. Più cattolici di me, di sicuro. Ma come risposta alla nullificazione di Dio nella modernità e nella profonda cultura dell’incredulità, sono tutti fallimenti che combattono contro le ombre.

 

Parte quarta: La reazione di Ernstfall (in tedesco significa caso d’emergenza, ndr)

Non ho alcun “programma” o “strategia” per procedere al meglio nella nostra evangelizzazione. E questo perché tutto ciò non è qualcosa che può essere “tirato fuori” preventivamente in qualche sottospecie di comitato e pubblicato allo stesso modo di una serie di documenti della Conferenza Episcopale, come se la crisi spirituale che viviamo possa essere affrontata sviluppando nuovi magheggi burocratici. La soluzione dovrà fermentare dal basso, quando emergeranno nuovi santi e nuove forme di santità ispirate dallo Spirito Santo in modi tali da eludere tutto ciò che possa essere catturato in “sessioni di ascolto”. Stiamo affrontando ciò che Balthasar ha chiamato il nostro momento “Ernstfall” (cioè di massima emergenza) di testimonianza cristiana, vale a dire un momento di crisi decisionale in cui dobbiamo scegliere quale forma prenderà la nostra santità in un mondo in cui Dio è stato “nientificato”. E questo richiederà un vero ascolto dello Spirito del Cristo crocifisso e risorto e non i sussurri dello zeitgeist (tradotto dal tedesco, significa lo spirito del tempo, la modernità, ndr) sulle questioni più scottanti.

Pertanto, la vera rivoluzione può riprendere solo – come è sempre accaduto – dall’emergere della creatività dei santi. E se guardiamo con attenzione la Chiesa nel corso del secolo scorso, vediamo i segni rivelatori di una santità che sta attestando una chiara opzione preferenziale per la vita nel mondo e di solidarietà con quel mondo, pur essendo semplici forestieri in quel mondo – come “popolo in cammino”, secondo un’espressione del Vaticano II. È una santità nel mondo, ma non del mondo, e per il bene del mondo. Come David L. Schindler ha detto, esistiamo nel “cuore del mondo” ma proprio perché siamo “dal centro della Chiesa”.

Tuttavia, c’è stata anche una certa tensione nell’insorgere di questa nuova forma di santità laica. La santità spesso ha lati grezzi, è provocatoria, e spesso prende la forma di un “rinselvatichimento” del Cristianesimo cercando di rendere la fede di nuovo “originale”. Balthasar ha giustamente sottolineato che “stare concentrici a Cristo significa essere eccentrici per il mondo”. Ma la prodigalità spirituale, l’esuberanza e la singolarità “incolta” di queste nuove forme di santità sono spesso in contrasto con l’anestetizzazione anodina di grandi aree della Chiesa in Occidente.

Per questo assistiamo ad una doppia alienazione dalla parrocchia moderna. Da un lato, abbiamo milioni di cattolici “insider-outsider” come ho descritto, ma ora abbiamo anche l’alienazione di quei cattolici che desiderano una forma più radicale di vita cristiana, la quale vuole essere sia nel mondo che profondamente diversa dal mondo. Chiamate questi cattolici come volete – cattolici d’avanguardia, cattolici che tornano nel mondo, cattolici da osteria, cattolici da colonia d’arte boema, cattolici da fattoria urbana, cattolici da istruzione classica e da istruzione tra le mura domestiche – fatto sta che i loro tentativi di “rinselvatichimento” fanno a pugni con la noia suburbana, la ricchezza tecnologica e la monotonia spirituale della vita standard nelle nostre parrocchie.

Christopher Altieri, in un perspicace articolo su Crux, prende atto della ripetuta insistenza di Papa Francesco e dei suoi collaboratori ecclesiastici sul fatto che la Chiesa debba “accogliere” tutti. Ci viene detto all’infinito che la Chiesa è una “grande tenda”, un “ospedale da campo”, ed è aperta a tutti e che Dio ti ama “così come sei”. Naturalmente, queste sono tutte affermazioni apparentemente vere. Ma Altieri osserva, giustamente a mio avviso, che a tutta questa retorica mancano le questioni più profonde che sono in gioco nel mondo contemporaneo – questioni che ho cercato di delineare qui – e che c’è una domanda molto più importante che la gente di oggi si sta ponendo. Ciò di cui abbiamo bisogno ora è di affrontare quella domanda scottante: perché dovrei innanzitutto preoccuparmi della Chiesa?

Questa è una domanda critica e spesso viene trascurata in queste discussioni. Come afferma Altieri, sembra che Papa Francesco stia combattendo le battaglie di un’epoca del cattolicesimo di molto tempo fa e superata. Dov’è questa Chiesa “rigida” e “farisaica” di cui il Papa parla così spesso? Dov’è questa presunta Chiesa ipercritica di bacchettoni che puntano il dito ossessionati dalla morale sessuale? Dov’è questa presunta Chiesa iper-scrupolosa di “sorveglianti della moralità” che impedisce alla gente di accedere alla Comunione? Se esiste, deve essere in alcune parti di quel cattolicesimo occidentale di cui non ho fatto esperienza.

La realtà pastorale è di fatto l’opposto, e il soggetto medio non si preoccupa tanto pensando: “Sarò accolto in questa Chiesa?” ma piuttosto si chiede: “Cosa mi può attrarre e interessare di questa Chiesa?” La monotonia è la più profonda minaccia esistenziale per le nostre parrocchie – la noia di una Chiesa assolutamente inoffensiva che insegue costantemente gli ultimi problemi tipici delle boutique alla moda – e questa monotonia sta sbriciolando la Chiesa.

George Bernanos descrisse questa noia moderna del credente già nel 1937 e il suo giovane Curato, nel “Diario di un parroco di campagna”, dice all’inizio: “La mia parrocchia è divorata dalla noia; è proprio questa la parola giusta. Come tante altre parrocchie! La noia le divora sotto i nostri occhi e noi guardiamo impotenti.”

La noia, non l’“esclusione”, è il cancro esistenziale che sta divorando gli organi vitali della Chiesa. E a mio avviso né l’aumento di un ascolto di tipo sinodale nè qualsiasi altra forma di autocompiacimento burocratico ecclesiale, migliorerà questa noia. È una noia che è molto più oscura della “notte oscura” di un credente alle prese con l’accidia spirituale. Questa è la noia di un nichilismo culturale con un felice volto consumista che maschera la disperazione che sta covando sotto la cenere. E “le sessioni di ascolto” sono tutte belle e buone. Ma che stiamo ascoltando esattamente? E a quale scopo? Un buon ospedale da campo è tuttavia un ospedale, non un ospizio. E affrontare la noia moderna chiacchierando di “persone sinodali che fanno cose sinodali” sarà utile come un defibrillatore in un obitorio.

Tristemente, non sembra che a Papa Francesco interessi molto questo punto di vista. Ma dovrebbero esserci decine di vescovi nella Chiesa che comprendono la natura della crisi pastorale di quei cattolici “insider-outsider” che si stanno lentamente allontanando. Dov’è la loro voce? Siamo ancora così bloccati in quella pietà superficiale da immunità papale verso le critiche che questi vescovi non possono parlare senza paura di gravi ripercussioni? San Paolo si oppose a San Pietro in faccia e gli disse che si sbagliava riguardo ai circoncisi. Abbiamo bisogno di vescovi che dicano a Papa Francesco che si sbaglia sui bisogni pastorali del nostro tempo. Quelle persone stanno implorando di essere sfidate e che gli si dia una fede di profonda sostanza che esige qualcosa da noi.

Questo sarà un problema per un’altra volta. Ma è una questione che va esaminata attentamente per le sfumature teologiche riguardanti la teologia del papato e se sia in qualche modo “disobbedienza” al Papa criticarlo sempre pubblicamente.

Larry Chapp

 

Il dottor. Larry Chapp è un professore di teologia in pensione che ha insegnato per vent’anni alla De Sales University. Ora possiede e gestisce, con sua moglie, la Dorothy Day Catholic Worker Farm a Harveys Lake, Pennsylvania. Si può fargli visita online presso la Gaudium et spes 22.

[1] Spesso tradotto come “brama di potere” o “brama di dominare”. Nella Città di Dio, Sant’Agostino fa riferimento alla libido dominandi come caratteristica principale della Città dell’Uomo, in cui l’uomo decaduto desidera sempre più potenza per non essere dipendente da Dio.

[2] Citazione da “La luce abbagliante di Dio : un lettore di Madeleine Delbrêl”, pag. 12.

[3] Vedi opere di Renè Girard.

[4] Ibid. pag. 22-24.

 


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