Ricevo e volentieri pubblico.

 

Piedi di neonato (foto Pixnio)
Piedi di neonato (foto Pixnio)

 

Spettabile Ordine,
 
dopo settimane di riflessione ho deciso di versare la mia quota d’iscrizione annuale. Uno dei motivi che mi spinge a farlo è che desidero avere voce all’interno dei vertici della mia professione, che amo moltissimo.
 
Numerose mie colleghe, spesso madri di famiglia, si sono viste sospendere dal loro lavoro di dipendenti ASL o libere professioniste, a causa dell’asservimento degli Ordini professionali a Leggi incostituzionali e assurde dal punto di vista scientifico. Questo nonostante siano state per anni irreprensibili ai doveri imposti. Per anni sono state ligie nel pagamento delle quote agli Ordini nonostante il fatto che il ritorno di interesse del far parte di un Ordine – che dovrebbe arricchire le competenze, dare previdenza sociale, proteggere il singolo professionista e dare luce alla professione – è pari al ritorno sociale che esiste attualmente e da decenni nel pagare le tasse a uno Stato che toglie fondi a Scuola e Sanità. 
 
Ammetto che personalmente mi disinteresso del lavoro dell’Ordine e della Federazione Nazionale, poiché non mi ritrovo nel modo in cui viene gestita la professione, dalla formazione universitaria – che ritengo superficiale, scadente, avvilente, mancante, asservita a una mentalità medicalizzata e farmacologicamente piegata al completo disinteresse verso la promozione della salute della fisiologia femminile – al modo in cui viene gestita la promozione della salute femminile (ricordo che i livelli di patologizzazione della gravidanza sono alti, la percentuale di assistenze patologiche e vissute come violente alla nascita sono drammatiche e le percentuali di allattamento materno esclusivo sono bassissime). 
 
Attualmente le ostetriche sono obbligate a studiare in corsi universitari che non le rendono capaci di affrontare l’assistenza domiciliare e autonoma della partoriente, non forniscono una formazione completa sulla fisiologia del ciclo ovarico e conformano le ostetriche a promuovere nei consultori il ricorso a una contraccezione farmacologica e a una genitalità irresponsabile, violando intenzionalmente, nello specifico, gli articoli 1, 2, 4, 5 e 6 della legge 194/78 (infatti i livelli di contagio delle IST sono abominevoli soprattutto tra i giovanissimi e la diffusione del ricorso alla EllaOne è indice di continua deliberata desponsabilizzazione anche delle persone di sesso maschile, abituate a risolvere le loro necessità genitali grazie all’utilizzo – solo da parte della donna – delle pillole anticoncezionali, a quelle “dei giorni dopo” e all’IVG, che hanno tutte delle conseguenze fisiche e psichiche accertate). 
 
In questo ultimi due anni l’Ordine ha utilizzato i versamenti obbligatori delle quote di ostetriche sospese per non essersi sottoposte a terapia farmacologica sperimentale, in modo illogico e ingiusto, e nell’ultima riunione la Presidente ha lamentato di non aver potuto fare altro che sospendere le iscritte non vaccinate, adducendo motivazioni quali l’obbligatorietà a mettere in atto una Legge dello Stato. La disobbedienza civile verso le leggi ingiuste è un dovere morale, quando si ricoprono ruoli importanti dai quali dipende la vita di molte persone (quantunque si trattasse anche di una sola persona, bisognerebbe opporsi): usare le quote versate per sostentare economicamente le colleghe sospese, anche mettendo a rischio il proprio ruolo istituzionale, sarebbe stato un modo per riconoscerne l’ingiustizia e per dimostrare rispetto per la libertà di scelta altrui. Invece scopro che le quote vengono utilizzate per sedi associative dagli affitti esorbitanti e altre spese discutibili. In questi ultimi due anni le colleghe sospese hanno dovuto ricorrere ad altri mestieri per sostentarsi e sostentare la loro famiglia, continuando a occuparsi di figli, genitori anziani, parenti disabili (situazioni per le quali non esiste un supporto sociale), oppure hanno dovuto chiedere aiuti economici a parenti o, peggio, prestiti bancari per pagare mutui o bollette. Rispondere – come ho sentito fare da tanti professionisti della sanità – “Fatti loro, dovrebbero vaccinarsi/avrebbero dovuto vaccinarsi” è scandaloso, in quanto credo che ancora viviamo in un Paese che si bea di definirsi democratico (anche se media, il mainstream, i social e la politica, sono asserviti a un messaggio unico di proporzioni totalitarie e dittatoriali) e dove la “libertà di scelta” (osannata da chi promuove la soppressione deliberata del feto) è sempre sulla bocca dei benpensanti che si dicono a favore delle libertà civili.
 
In un mondo basato sull’onestà, un membro libero di un’istituzione che si vede obbligato all’applicazione di una Legge ingiusta, non si fa strumento di tale applicazione, ma mette a repentaglio anche la vita, per la salvaguardia di quelle persone che avrebbero lesa la loro dignità e la loro libertà, dall’obbligo derivato dal far parte di quella data istituzione. Attualmente, purtroppo, neppure i sindacati e le associazioni di categoria si muovono in tal senso (salvo casi illuminati di chi ha scelto di opporsi con forza), tanta è la paura della libertà individuale (si veda ciò che è accaduto in USA alla sospensione della Roe vs Wade: sedi di associazione che sostengono la maternità – quindi la libertà delle donne di diventare madri – devastate, chiese incendiate, giudici della Corte Suprema minacciati di vita con la loro famiglia): evidentemente ci si muove verso sempre un solo modo di pensare e “libertà di opinione” è un modo di dire.
 
 
 
Affermato questo, auspico una rivoluzione della mia amata Professione Ostetrica, per giungere a una società che rispetta le libertà individuali – a partire da quella di vivere – dal concepimento sino alla morte naturale, vedendo il sostegno alla salute della donna che non sia quella “della persona incinta” (come auspicherebbe la terribile Agenda 2030 che ai miei figli è propinata anche alla Scuola dell’Infanzia), ma quella della femminilità e della maternità, come espressioni di bellezza del genere umano. 
 
In fede, 
Rachele Sagramoso 
Ostetrica 
 

 

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