Cara Giusy,

mi raccontavi ieri sera che numerose classi delle scuole medie e superiori stanno andando al Teatro Brancaccio, a Roma, a vedere il musical Tutti parlano di JamieLo spettacolo racconta le vicende di un adolescente, Jamie per l’appunto, che – abbandonato dal padre – vive serenamente nel paesino inglese di Sheffield coltivando il sogno ambizioso di diventare una drag queen.

Al telefono la tua voce suonava stanca, e non solo per la gran mole di lavoro di cui ti fai carico, a scuola, in famiglia e come Presidente dell’Associazione Non si tocca la Famiglia, ma anche per la tristezza causata dalla faciloneria con cui tante scuole promuovono, attraverso vari progetti e spettacoli, l’assunto antiscientifico della fluidità di genere (nel 2017 lo spettacolo più visto dagli allievi delle scuole medie italiane è stato Fa’afafine, la storia di un bambino ‘fluido’, maschio nei giorni dispari, femmina negli altri). 

Non è infatti un caso che negli ultimi dieci anni, cioè da quando l’ideologia gender anche in Italia viene veicolata in modo pervasivo – principalmente attraverso i social, ma anche, purtroppo, attraverso le scuole – il numero di minori che entrano in crisi è cresciuto in modo esponenziale! 

Conosciamo entrambe la grande confusione e la sofferenza delle ragazzine (sono infatti soprattutto le femmine a rifuggire dalla prospettiva di diventare donne come da una casa in fiamme, per riprendere un’efficace espressione di Marina Terragni) che, improvvisamente, raccontano di sentirsi prigioniere di un corpo che non è il loro, e l’angoscia che ne consegue anche per i familiari coinvolti: ascoltare le mamme con cui l’Associazione è venuta in contatto, in particolare la testimonianza di quella che ha raccontato pubblicamente i diversi step della transizione di genere nella figlia, è un’esperienza che non si dimentica facilmente! 

Mi sono perciò lasciata sfuggire: Ma perché le scuole lo fanno? Mi hai risposto che: Non sanno che l’inclusione si fa in un altro modo. Vale a dire – come hai ribadito altre volte – con l’ascolto e la comprensione verso ogni difficoltà che un allievo possa presentare e collaborando con la famiglia. Peraltro, sappiamo bene – conoscendo i dati OSCAD  e il clima che si respira nelle scuole – che l’intolleranza oggi riguarda soprattutto la diversità etnica e religiosa, oppure i difetti fisici, non l’orientamento sessuale: come potrebbe essere diversamente, del resto, vista l’esaltazione della diversità/ambiguità sessuale da parte di tante persone dello spettacolo (come ha mostrato anche festival di Sanremo), tra i quali numerosi beniamini dei più giovani?       

Eppure, si va avanti – con la benedizione della Ue – in questo modo, anzi, diversi istituti prendono decisioni ancora più invasive e potenzialmente pericolose per gli studenti, come la Carriera Aliasun protocollo farlocco (in quanto esula dalle competenze riconosciute loro dalla legge) con cui le scuole si impegnano al proprio interno ad utilizzare per gli studenti che ne facciano richiesta – anche senza una documentazione medica che attesti l’effettiva presenza della disforia di genere e persino senza il consenso dei genitori – un nome d’elezione, diverso da quello anagrafico. E guai se un professore non si adegua! Rischia di venire svillaneggiato dalla stampa e contestato dagli studenti, come è accaduto all’insegnante di disegno che, in un liceo di Roma, aveva ripristinato su una verifica scritta (quindi su un atto ufficiale) il nome anagrafico della sua allieva: alla faccia della tanto sbandierata educazione alla legalità! Eppure sono ormai molte le testimonianze dei detransitioner, cioè di quanti – come Keira Bell, nota per aver fatto causa alla clinica inglese Tavistok  – denunciano i medici per aver sbagliato diagnosi e aver causato loro danni irreversibilcon cure ormonali e interventi chirurgiciquando erano ancora troppo giovani per comprendere realmente le implicazioni di tali trattamenti e acconsentirvi liberamente.

 Eppure esistono documenti medici, come le nuove Linee guida inglesi per il trattamento della disforia di genere nei minori, seguite alla clamorosa chiusura della Tavistok, che sconsigliano la transizione sociale  cioè il cambio del nome – nei più giovani, definendola una forma di intervento psicosociale (non a caso dovrebbe per legge avvenire in Italia solo previa sentenza di un giudice, che – ascoltati nel caso di minori gli specialisti – può anche negarla) e non un atto neutro. Essa infatti rappresenta  il primo passo di una transizione di genere che prevede l’assunzione a vita di ormoni – la cui pericolosità per la salute è ben documentata – e infine un intervento chirurgico dagli esiti alquanto discutibili

La cosa più assurda è che la maggior parte (fino al 90%) delle persone afflitte da incertezze sulla propria identità sessuale – piuttosto comuni nell’età dell’adolescenza e in quella che la precede – chiariscono spontaneamente i propri dubbi con la crescitaAltre perplessità si possono comunque risolvere con una diagnosi adeguata e una terapia multidisciplinare, che tenga conto di tutte le problematiche (anche psichiatriche, come disturbi dello spettro autistico o depressione) che affliggono gran parte di questi giovanissimi pazienti, per i quali la disforia di genere è solo un sintomo transitorio. Queste sono anche le conclusioni del Manifesto scientifico dell’Osservatorio internazionale La Petite Sirène che – con altre associazioni – stiamo diffondendo in Italia a tutela dei minori. 

Ieri sera ti ho salutato con l’augurio di trovare nell’attuale governo una sponda per liberare la scuola da questa forma di colonizzazione ideologica, anche vista la contrarietà alla teoria del gender espressa pubblicamente dall’attuale Presidente del Consiglio, l’on. Giorgia Meloni. Quanto al forte appoggio che tale colonizzazione trova in Occidente nelle più alte sfere, ho trovato questa citazione interessante di Aldous Huxley (Il mondo nuovo):

Man mano che la libertà economica e politica diminuisce, la libertà sessuale tende ad accrescersi a titolo di compenso. E il dittatore sarà bene accorto a incoraggiare questa libertà. Aggiungendosi al diritto di sognare sotto l’influenza della droga, del cinema, della radio, essa contribuirà a riconciliare costoro con la schiavitù che è il loro destino. 

Un abbraccio,

Lucia 

 


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