di Aurelio Porfiri

 

Mi sembra di ricordare che il terzo secolo dopo Cristo venisse denominato come “età dell’inquietudine”. Una definizione che trovo estremamente calzante anche per questo ventunesimo secolo dell’era cristiana, in cui viviamo un senso di precarietà che ha pochi precedenti.

Gli ultimi due anni tutto questo si è accellerato grazie alla pandemia e alla guerra, ma i semi di questo stato inquieto erano stati gettati già in precedenza. 

La proliferazione di stati di disagio mentale nella popolazione è esponenziale e a questo fa da contraltare ed aiuto anche l’evidente calo dell’importanza della religione nella vita della gente.

In cosa sboccherà questa età dell’inquietudine? È difficile da capire, anche perché ci troviamo immersi in essa e ancora non se ne vede una fine. E se l’inizio fu una ribellione a principi che reggono il Cristianesimo, la fine di essa rimane aperta ad ogni ipotesi. 

Viviamo in un tempo mentalmente fragile in cui l’ansia domina la vita delle persone. Pensiamo sempre che solo un Dio ci può salvare? Oppure anche questo si perde nelle tensioni di un tempo di prova? Le risposte a tutto questo si tramutano in altrettante domande.

 

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