Su questo blog, con l’unico scopo di favorire un sereno confronto, oltre alla pubblicazione dei nostri articoli originali, spesso rilanciamo articoli o spunti provenienti da altre fonti che riteniamo interessanti per i nostri lettori. Di seguito segnalo l’articolo scritto da Andrea Gagliarducci, pubblicato sul suo blog. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella traduzione da me curata.
Il piccolo scisma tradizionalista della Fraternità San Pio X (SSPX), con tutte le sue conseguenze, ha messo in luce come l’unità nella Chiesa, che Leone XIV aveva fissato come obiettivo primario del suo pontificato, sia ancora ben lungi dall’essere raggiunta.
In effetti, il dibattito all’interno della Chiesa è ancora troppo acceso, tanto che è difficile cogliere i contorni di ciò che sta accadendo.
Dopo le ordinazioni episcopali senza mandato papale e la conseguente scomunica latae sententiae per tutti i membri della Società Sacerdotale di San Pio X (SSPX), molti cosiddetti tradizionalisti hanno sottolineato una sorta di disparità di trattamento.
«Perché i fedeli della Messa tradizionale vengono scomunicati», si chiedono, «mentre i nuovi vescovi cinesi, alcuni dei quali sono stati nominati direttamente dal governo e le cui nomine la Santa Sede si è limitata ad accettare, non lo sono?»
Questo confronto tra il caso dei tradizionalisti e quello dei cinesi è interessante perché mette a confronto due situazioni nettamente diverse.
Il problema dei cosiddetti lefebvriani — che prendono il nome dal loro fondatore, l’arcivescovo Marcel Lefebvre —non si limita alla liturgia.
Già quando si verificò il primo scisma nel 1988, la Santa Sede creò la Fraternità di San Pietro, che comprende sacerdoti che celebrano con il Messale precedente a quello promulgato da Paolo VI, ma che sono in comunione con il Papa.
Il punto chiave è che i lefebvriani rifiutano in blocco le conclusioni del Concilio Vaticano II, considerandoli non vincolanti, e decidono quindi di ordinare vescovi senza mandato papale, in completa autonomia, per mantenere un legame, anche di successione apostolica, con la tradizione. Coloro che ordinano i vescovi sono stati a loro volta legittimamente ordinati, e quindi l’ordinazione è valida. Ma si tratta di un’ordinazione illecita.
Infatti, ordinando vescovi senza mandato papale, ci si scomunica da soli. Per questo motivo, la scomunica è latae sententiae, per il semplice fatto di aver commesso l’atto.
Ma ordinazioni senza mandato papale si sono verificate anche in Cina, e i vescovi ordinati senza mandato papale sono stati automaticamente scomunicati.
Nel 2018, quando Papa Francesco accettò di firmare l’accordo con la Cina per la nomina dei vescovi, una delle condizioni di tale accordo era proprio il ritorno alla piena comunione di tutti i vescovi ordinati illecitamente. E così è avvenuto. Infatti, il principio di quell’accordo era quello di ristabilire la comunione nella Chiesa, e tale comunione non poteva avvenire se non fossero state revocate le scomuniche.
Da quando è stato raggiunto l’accordo, si sono verificati diversi casi estremi. Joseph Li Shan è stato nominato vescovo di Shanghai senza l’approvazione del Papa, e Francesco ha quindi dovuto «rettificare» la situazione procedendo personalmente alla nomina.
E poi c’è stato il caso del vescovo ausiliare di Shanghai, Ignatius Wu Jianlin, e del vescovo della prefettura apostolica di Xinxiang, Francis Li Jianlin. Questi due vescovi erano stati «eletti» in Cina durante il periodo di sede vacante, anche se il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, ha successivamente affermato che le nomine erano state comunque concordate.
Il 15 giugno, Chang Yanfeng è stato ordinato nuovo vescovo della diocesi di Chifeng, ma la notizia è stata resa nota solo un mese dopo, il 22 luglio, il che ha sollevato il sospetto che l’ordinazione fosse avvenuta senza il consenso della Santa Sede e che fosse stata successivamente rettificata.
In nessuno di questi casi, tuttavia, vi è una sfida diretta all’autorità del Papa.
Esiste una procedura, stabilita da un accordo, e la Santa Sede sta cercando di far rispettare tale accordo, nonostante l’apparente eccesso di iniziativa da parte del governo cinese. Potrebbero esserci dei limiti alla scomunica, ma la motivazione di tale scomunica non sarebbe chiara, considerando che ci si muove nell’ambito del dialogo.
Si tratta di un dialogo complesso, ma comunque vagamente regolamentato, sebbene molti in Santa Sede sostengano che l’accordo con la Cina debba essere modificato e ridefinito. Resta da vedere come ciò debba avvenire, poiché il testo dell’accordo non è mai stato reso pubblico e questa segretezza ci impedisce di comprenderne appieno il funzionamento.
Il caso dei tradizionalisti è diverso, per diversi motivi.
In primo luogo, c’è stato un annuncio ufficiale delle ordinazioni che le ha precedute con largo anticipo. C’è stato un dialogo con la Santa Sede, che ha cercato di impedire nuove ordinazioni. C’è stata una lettera del Papa in cui si chiedeva esplicitamente che le ordinazioni non avessero luogo.
C’è stata anche una decisione consapevole da parte della Fraternità di procedere con le ordinazioni di quattro nuovi vescovi, pur essendo consapevoli delle conseguenze a cui andavano incontro. In effetti, i lefebvristi hanno deciso di procedere senza alcun dialogo, arrivando persino a presentare ricorso per ottenere la sospensione della decisione.
Mentre il governo cinese sta spingendo al limite un accordo che tuttavia concede qualcosa, i lefebvristi hanno compiuto un’azione che ritengono necessaria per mantenere la continuità della successione apostolica nella tradizione, ma senza alcun accordo con la Santa Sede.
Può sembrare una distinzione sottile e di natura amministrativa, ma non lo è. Il Papa deve accettare una situazione affinché essa sia valida.
Ma Leone XIV non è ancora riuscito a mettere in evidenza, con i fatti e con il carisma, la necessità di mantenere l’unità attorno al Papa. Francesco è stato un Papa che ha imposto l’unità attraverso il sistema delle cariche e la selezione mirata di determinati collaboratori.
Benedetto XVI ha cercato di raggiungere l’unità attraverso la ragione.
Lo stile di governo di Leone XIV è ancora poco chiaro – in parte perché il suo pontificato è ancora ancorato al passato, incapace di cambiare gli uomini che finora hanno gestito i dossier.
La trattativa con la Cina è un processo che si autoalimenta, e forse presto l’accordo segreto verrà modificato e «adeguato», o reso pubblico, in modo da impedire a chiunque di manipolarne i termini.
Ma anche la questione tradizionalista è sospesa nel passato.
In effetti, una scomunica globale – che, tra l’altro, presenta molti limiti, a cominciare dalla dichiarazione di invalidità dei sacramenti, che è stata messa in discussione anche dal cardinale Müller – risolve il problema di aver considerato il fenomeno tradizionalista come qualcosa da sradicare.
Non è un caso che il capo della FSSPX, Davide Pagliarani, abbia chiesto a Leone quella misericordia di cui Papa Francesco ha parlato così spesso e in modo così eloquente.
Il fatto chei due casi vengano messi a confronto nonostante la loro evidente diversità e persino incommensurabilità dimostra la divisione e la confusione all’interno della Chiesa.
Esiste un mondo che simpatizza con il tradizionalismo e non può accettare di vedere i tradizionalisti esclusi dalla «comunione» della Chiesa, senza considerare che sono state proprio le loro decisioni a metterli fuori dalla comunione.
Questo stesso mondo, tuttavia, non riesce ad accettare la peculiare situazione vissuta in Cina, dove l’accordo con il governo — che andrebbe migliorato, chiarito o addirittura abolito in casi estremi — serve proprio a proteggere i cinesi. La comunione è stata ricercata, forse (quasi certamente) ingenuamente, ma sicuramente con l’idea di creare uno spazio di dialogo.
Si sarebbe potuta cercare la comunione anche con i tradizionalisti?
Sì, senza dubbio, e probabilmente non è stata «negoziata» bene – ammesso che «negoziata» sia il termine corretto – ma la comunione ricercata in Cina è anche un modo per superare la morsa del governo cinese e la sua politica di sinicizzazione.
Per ora, la Santa Sede si è mostrata piuttosto passiva, ma non lo sarà per sempre. Almeno, questa è la speranza.
Andrea Gagliarducci
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“Il punto chiave è che i lefebvriani rifiutano in blocco le conclusioni del Concilio Vaticano II, considerandoli non vincolanti, e decidono quindi di ordinare vescovi senza mandato papale, in completa autonomia, per mantenere un legame, anche di successione apostolica, con la tradizione.”
questa mi sembra una deduzione da verificare,
è da sottolineare il fatto che i vescovi venivano nominati senza mandato papale tale autorizzazione è stata istituita proprio per poter scomunicare i vescovi designati dal governo cinese
Finalmente sembra che si inizi a parlare (anche) della questione dei sacramenti.
La questione delle scomuniche ha riportato pienamente in luce il fatto che l’ortodossia non sia affatto sotto accusa, così come non lo sono i libri liturgici anteriori alla riforma del 1970.
Ergo, se da un lato la situazione della FSSPX era già da tempo “oltre” il limite fissato, è anche vero che l’ostracismo verso i sacramenti celebrati in rito antico denuncia ancora oggi la violenza e l’assurdità dei provvedimenti verso la compagine tradizionalista.
Ecco perchè l’argomento – apparentemente non conferente – relativo alle nomine dei vescovi cinesi spiega tutta la sua importanza Si può scendere a patti con il potere politico per difendere i fedeli cinesi e non privarli dei sacramenti? Apparentemente si. Bene. Si può ridurre ad una sola parrocchia al Mondo il luogo in cui ricevere i sacramenti nel rito tridentino? Apparentemente si. E allora come si può impedire ai sacerdoti appartenenti agli istituti ex- Ecclesia Dei – pienamente in comunione con Roma – di celebrare i sacramenti ?