Su questo blog, con l’unico scopo di favorire un sereno confronto, spesso rilanciamo articoli o spunti provenienti da altre fonti che riteniamo interessanti per i nostri lettori. Di seguito segnalo l’articolo scritto da Andrea Gagliarducci, pubblicato sul suo blog. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella traduzione da me curata. 

 

Di Giuseppe Ruggirello - photo taken by a friend, CC BY-SA 3.0, httpscommons.wikimedia.orgwindex.phpcurid=899696
Card. Camillo Ruini e Papa Benedetto XVI (Di Giuseppe Ruggirello – photo taken by a friend, CC BY-SA 3.0, httpscommons.wikimedia.orgwindex.phpcurid=899696)

 

A 94 anni, già costretto su una sedia a rotelle e in cattive condizioni di salute, il cardinale Camillo Ruini si ritrovò a vivere il terzo conclave della sua vita da cardinale, questa volta non più in qualità di cardinale elettore.

Nessuno gli avrebbe fatto rimprovero se avesse scelto di non partecipare.

Ruini, tuttavia, riteneva fosse suo dovere garantire la propria presenza, la propria voce e ogni energia che gli restava alle congregazioni generali — le riunioni pre-conclave che coinvolgono tutti i cardinali, anche quelli non elettori — convinto com’era che tutti stessero affrontando una transizione fondamentale per la Chiesa.

«Meglio contestati che irrilevanti» era la sua massima – «Meglio essere contestati che ignorati» – e lui aveva ancora qualcosa da dire, soprattutto ora che la Chiesa usciva dal pontificato di Francesco, così dirompente e sconcertante, per entrare in una nuova era di leadership che necessitava, secondo le parole dello stesso cardinale Ruini, di restituire una certa unità alla Chiesa e di rivolgersi nuovamente ai fedeli.

Era proprio lui, in tutto e per tutto.

Il cardinale Ruini è morto il 16 giugno all’età di 95 anni, a più di un anno dall’elezione di papa Leone XIV, che sembrava corrispondere alla sua speranza di un papa che avrebbe portato unità, ordine e tranquillità.

Non sappiamo chi sarà Leone XIV come papa – gli osservatori imparziali concordano sul fatto che il suo pontificato sia ancora in fase di definizione e che le sue idee sulla governance debbano ancora essere rivelate – ma sappiamo bene quale eredità Ruini si sia lasciato alle spalle.

Ruini è stato una figura chiave in un periodo complesso e importante per la Chiesa italiana. Nel 1985, da giovane vescovo ausiliare di Reggio Emilia, entrò a far parte del comitato organizzativo del Convegno Ecclesiale di Loreto, dove, insieme a Giovanni Paolo II, che lo sosteneva, promosse l’impegno per la presenza cattolica nella società.

L’«apostolato di presenza» della Chiesa nella vita sociale, culturale e politica italiana era incerto, a causa – forse paradossalmente – dell’emergere nel dopoguerra della Democrazia Cristiana, un partito politico che già faceva proprie formalmente le istanze cattoliche.

Giovanni Paolo II, tuttavia, voleva una Chiesa più impegnata e trovò un fedele alleato nel giovane vescovo emiliano. In Italia, il segretario e il presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) sono nominati dal papa, che è il Primate d’Italia.

Giovanni Paolo II scelse Ruini come segretario generale della CEI nel 1986, poi lo promosse a presidente nel 1991, nominandolo anche suo vicario per la diocesi di Roma e creandolo cardinale.

In Italia, quelli furono anni turbolenti.

Un enorme scandalo di corruzione che coinvolse praticamente tutti i principali partiti politici — noto come «Tangentopoli» —aveva spazzato via i pilastri politici del dopoguerra, compresa la Democrazia Cristiana. Tangentopoli frantumò l’unità politica cattolica e aprì la strada a nuovi partiti.

La mafia era impegnata in una guerra contro lo Stato, che portò all’assassinio dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, nonché di due beati, il giudice Rosario Livatino e padre Pino Puglisi.

Giovanni Paolo II, in visita in Sicilia, dopo un incontro con i genitori del giudice Livatino, si espresse in termini molto duri contro i mafiosi, esortandoli a convertirsi perché il giudizio di Dio era imminente. Le parole di Giovanni Paolo II provocarono la rappresaglia della mafia, che piazzò anche delle bombe davanti alla Basilica di San Giovanni in Laterano e alla Chiesa di San Giorgio al Velabro.

Il cardinale Ruini seppe destreggiarsi in quei tempi complessi, inizialmente continuando a cercare un centro cattolico unificato e sostenendo i partiti emersi in seguito allo scioglimento della Democrazia Cristiana.

Poi si rese conto che era giunto il momento per i cattolici di impegnarsi non solo con un unico partito, ma con più partiti. «Meglio essere contestati che irrilevanti» divenne l’idea guida del progetto di presenza politica e culturale di Ruini.

In un’epoca in cui non c’è alcun partito, nessun organismo, nessun governo che promuova le idee cattoliche, Ruini intuì l’urgenza che la cultura fosse orientata al cristianesimo, che permeasse la società e ispirasse i politici, anche quelli degli schieramenti opposti, a unirsi in una visione comune per il bene comune, pur rimanendo in disaccordo sul modo migliore per perseguirlo e raggiungerlo.

Si trattava di un approccio piuttosto rivoluzionario per l’Italia, un paese tradizionalmente conservatore che perquaranta anni dopo la Seconda guerra mondiale era stato governato da un partito cattolico e che era stato ricostruito proprio dai cattolici che durante la guerra si erano opposti al fascismo.

La visione di Ruini si estese anche all’arena internazionale, integrandosi perfettamente con la visione di Giovanni Paolo II di una Chiesa impegnata innanzitutto nella cultura.

Giovanni Paolo II aveva maturato questa convinzione in Polonia, comprendendo che la lotta contro il Partito Comunista non poteva essere una lotta frontale e ideologica, ma doveva partire proprio dalla cultura stessa. Il papa polacco inviò, ad esempio, il cardinale Poupard, suo inviato in Unione Sovietica, a tenere discorsi non di teologia ma di cultura, smantellando così i residui dell’Impero sovietico.

La grande eredità del cardinale Ruini risiede quindi proprio nella forza di un impegno che trascende le divisioni partitiche e tocca la cultura. Il dibattito non si è mai interrotto. Benedetto XVI ha mantenuto la linea di Giovanni Paolo II, con un approccio meno interventista, ma riflettendo sempre sulla necessità di riportare il cristianesimo al centro del villaggio.

Papa Francesco, invece, ha ribaltato la questione: è la Chiesa che deve intervenire dove necessario, adottando il proprio linguaggio quando serve. Con Ruini, la discussione verteva su principi non negoziabili. Papa Francesco, che ha avuto parole infuocate anche su temi come l’aborto, ha preferito invece coinvolgere il mondo attraverso il compromesso, negoziando su temi e linguaggio, nella necessità di trasmettere un linguaggio cristiano.

E Leone XIV?

Nei suoi discorsi, il tema è molto preciso. Leone XIV parla di principi e chiede ai cristiani di applicarli. Se il discorso ai movimenti popolari all’inizio del suo pontificato sembrava ancora scritto ai tempi di Papa Francesco, così come la prima esortazione, Dilexi Te, sulla povertà, Leone XIV ha assunto sempre più un tono diverso.

Non è un invito all’attivismo politico, ma nemmeno un compromesso con il mondo: il linguaggio di Leone XIV è quello della verità, anche quando non viene compreso (lo ha detto nel suo primo discorso al corpo diplomatico) o quando si rischia di essere disprezzati (lo ha spiegato durante la veglia di preghiera per la pace dell’11 aprile 2026).

Leone XIV chiede ai cristiani di conoscere i principi, di applicarli e di dar loro vita.

È una sintesi tra l’idea di un guerriero culturale e quella di una presenza in qualche modo legata al Terzo Mondo. Non sappiamo come si evolverà la grande eredità del cardinale Ruini, ovvero il progetto culturale, che si è diluito nel corso degli anni, in qualche modo bloccato da situazioni che avevano poco a che fare con il progetto stesso.

Ciò che è certo è che l’eredità di Ruini è enorme.

Alcuni lamentano che Ruini fosse troppo politico. Ebbene, lo era perché i tempi lo richiedevano. È rimasto un sacerdote innamorato di Dio, un sacerdote pieno di fede che ha sempre interpretato la propria vita come un servizio, anche e soprattutto quando era messo alla prova.

L’importante era non essere irrilevanti.

Andrea Gagliarducci

 


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