di Sabino Paciolla
Ieri, 28 settembre, a conclusione del suo storico viaggio in Francia, che ha toccato anche luoghi simbolo della fede come Notre-Dame e Lourdes, Papa Leone XIV ha voluto recarsi a Metz, città nella quale la storia europea mostra concretamente il passaggio dalla divisione alla riconciliazione.
Metz è legata profondamente alla figura di Robert Schuman ed è una città di confine, punto d’incontro fra culture e sovranità diverse: un luogo particolarmente significativo, dunque, per pronunciare un discorso sull’identità dell’Europa e sulla necessità di riscoprirne le radici per costruire la pace.
Robert Schuman (1886-1963), nato in Lussemburgo come cittadino tedesco e divenuto cittadino francese nel 1919, fu uno statista profondamente cattolico ed è considerato uno dei principali Padri fondatori dell’Europa unita.
Non è casuale neppure la sede scelta: il Centro Congressi Robert Schuman, dove il Papa ha partecipato sia all’incontro interreligioso sia a quello intitolato Alle radici dell’Europa per la pace e l’unità. Il programma ufficiale del viaggio mostra chiaramente che Metz non è stata una semplice tappa pastorale, ma il luogo scelto specificamente per una riflessione sull’Europa.
Nel suo discorso il Papa ha affrontato diversi temi: dalle radici cristiane dell’Europa all’immigrazione, dalla dignità della persona alla pace e alla guerra, fino all’appello conclusivo rivolto ai giovani.
Uno dei punti centrali del discorso riguarda la necessità, per l’Europa, di riscoprire le proprie origini e le proprie radici storiche, culturali e cristiane, assumendo Robert Schuman come figura simbolica e politica di riferimento. L’idea di fondo è che l’Europa non possa essere compresa soltanto come una realtà geografica o istituzionale, ma come il risultato di una lunga stratificazione di civiltà, incontri e sintesi culturali.
«L’Europa, infatti, ha gradualmente preso coscienza di sé nelle epoche storiche della civiltà ellenistica, dell’Impero romano, e poi della diffusione del cristianesimo, integrando, nel corso del tempo, nuove culture come, tra le altre, quelle germaniche e slave […]».
In questa prospettiva, il cristianesimo viene presentato come una componente decisiva della formazione europea, insieme all’eredità classica e al contributo di figure come san Benedetto, Schuman e De Gasperi.
Dice il Papa:
«L’Europa va intesa, quindi, come una realtà culturale e storica ancor prima d’essere una realtà geografica».
E ancora:
«Non si può quindi parlare dell’Europa senza menzionare il cristianesimo».
Il discorso di Papa Leone XIV si inserisce in una linea molto netta già presente in Giovanni Paolo II e Benedetto XVI: per entrambi il cristianesimo non è un elemento accessorio della storia europea, ma una componente decisiva della sua identità culturale, morale e civile.
Giovanni Paolo II lo disse in modo particolarmente esplicito a Santiago de Compostela, il 9 novembre 1982:
«L’identità europea è incomprensibile senza il Cristianesimo, e proprio in esso si ritrovano quelle radici comuni dalle quali è maturata la civiltà del vecchio continente, la sua cultura, il suo dinamismo, la sua operosità, la sua capacità di espansione costruttiva anche negli altri continenti; in una parola, tutto ciò che costituisce la sua gloria».
Già l’anno precedente, il 6 novembre 1981, Giovanni Paolo II aveva affermato con altrettanta chiarezza:
«L’Europa ha bisogno di Cristo!».
Benedetto XVI, nel 2012, affrontò direttamente il problema dell’identità europea contemporanea. Distinse due «anime» dell’Europa: da una parte una ragione astratta, che vorrebbe emanciparsi dalla storia e dalle tradizioni; dall’altra un’anima cristiana radicata nella storia europea. Quest’ultima, spiegava Benedetto,
«rimane ancorata alle radici che hanno dato origine a questa Europa, che l’hanno costruita nei grandi valori, nelle grandi intuizioni, nella visione della fede cristiana».
Se dunque Leone XIV invita l’Europa a riscoprire le proprie radici per comprendere il presente e costruire il futuro, Benedetto XVI parlava esplicitamente di un’«anima» cristiana dell’Europa, mentre Giovanni Paolo II arrivava ad affermare che «l’Europa ha bisogno di Cristo».
E i frutti del cristianesimo nel territorio che oggi chiamiamo Europa, ricorda Leone XIV, sono stati molteplici:
«L’aiuto ai poveri, ai malati, agli anziani; l’educazione dei bambini e le università; gli ospedali e la medicina; l’architettura e l’ingegneria; lo sviluppo delle scienze; il diritto e l’organizzazione delle città e degli stessi Stati».
Il discorso di Leone XIV giunge in un momento particolarmente delicato per l’Europa, segnato anche dalla percezione, presente in una parte dell’opinione pubblica, di una crescente distanza fra le istituzioni comunitarie e le popolazioni dei diversi Stati.
Certamente Leone XIV non muove nel discorso una critica diretta alla dirigenza europea. Le sue parole, tuttavia, fanno emergere un forte contrasto sul piano della concezione stessa dell’Europa. Da una parte, il Papa parla di un’Europa che nasce da una storia, da radici culturali e cristiane, dalla centralità della persona, dalla solidarietà concreta e dal rapporto fra diritti e doveri; dall’altra, vi è il rischio che l’integrazione europea venga percepita prevalentemente attraverso norme, procedure, apparati e regolamentazioni.
È precisamente il rischio di un’Europa senz’anima dal quale, in forme diverse, i Pontefici che hanno preceduto Leone XIV hanno più volte messo in guardia.
Ciò che rende particolarmente interessante il discorso di Metz è allora una domanda di fondo: che cosa tiene insieme l’Europa? Un insieme di istituzioni e regolamenti oppure una coscienza storica e culturale condivisa? Leone XIV, come i suoi predecessori, colloca la propria riflessione decisamente sul secondo terreno.
Senza un’anima, l’Europa rischia di soffocare nella propria dimensione burocratica e di perdere quella forte identità culturale che ha contribuito, nel corso dei secoli, al suo sviluppo nei diversi campi del sapere e dell’agire umano.
In questa prospettiva critica, l’Europa appare oggi in difficoltà anche di fronte alle grandi sfide geopolitiche e agli inquietanti scenari di guerra.
Quando Leone XIV parla di identità, però, non invita affatto l’Europa ad arroccarsi. Al contrario, nel suo discorso la consapevolezza della propria identità diventa la condizione per rendere possibile un dialogo autentico con l’altro. La riscoperta delle radici e l’apertura non sono presentate come alternative, ma come due dimensioni che devono procedere insieme.
Ed è qui che si arriva a un altro punto importante del discorso: il rapporto fra pace, guerra e riarmo.
Le scelte compiute dall’Unione Europea negli ultimi anni hanno privilegiato anche un forte rafforzamento della capacità di difesa. Chi ritiene che l’Europa avrebbe dovuto assumere fin dall’inizio una postura maggiormente orientata alla diplomazia considera questa strategia insufficiente o persino controproducente rispetto all’obiettivo di arrestare il conflitto alle porte dell’Europa, tanto più in uno scenario nel quale esiste il rischio di un’escalation fra potenze dotate di armi nucleari.
Leone XIV, nel discorso di Metz, mette esplicitamente in guardia dall’«illusione del riarmo»:
«Non a caso, i ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui».
E aggiunge:
«Favorire la pace è un’opera attiva. Oggi bisogna chiedersi se stiamo realmente facendo “sforzi creativi” per promuovere la pace mondiale, o se stiamo semplicemente cercando di “arginare l’emorragia della guerra” e prepararci meglio a quelle che presumiamo debbano ancora venire».
L’Europa secondo Schuman, ricorda Leone XIV,
«è un continente dove si preferisce dialogare piuttosto che affrontarsi con le armi; dove si mettono in comune le risorse per fare in modo che “ogni guerra […] diventi non solo impensabile, ma materialmente impossibile”».
È proprio su questo terreno che il discorso del Papa pone interrogativi particolarmente forti rispetto all’attuale strategia europea di rafforzamento della difesa. Il piano ReArm Europe/Readiness 2030 mira infatti a rendere possibili fino a 800 miliardi di euro di spesa aggiuntiva per la difesa entro il 2030, attraverso diversi strumenti, fra i quali maggiore flessibilità fiscale per gli Stati membri e 150 miliardi di prestiti tramite il programma SAFE.
La scelta di destinare una quantità così ingente di risorse e capacità finanziaria alla difesa apre inevitabilmente un dibattito sulle priorità dell’Europa, sulle conseguenze economiche di tale strategia e sull’equilibrio fra esigenze di sicurezza, politiche sociali, crescita e sostegno alle famiglie e ai cittadini.
Il richiamo di Leone XIV a Schuman diventa, in questo contesto, particolarmente significativo. La frase secondo cui l’Europa si costruisce attraverso «realizzazioni concrete che creano prima di tutto una solidarietà di fatto» rimanda a una concezione graduale e concreta della costruzione europea, nella quale le istituzioni acquistano senso nella misura in cui servono comunità reali e creano legami effettivi tra i popoli.
Non è la negazione delle istituzioni europee; è, semmai, l’affermazione che esse hanno bisogno di qualcosa che le preceda e dia loro significato.
Piuttosto che affidarsi soltanto alla logica del riarmo, il richiamo di Schuman riproposto da Leone XIV invita a percorrere la strada dei piccoli passi, animati da realismo e coraggio, capaci di creare quella «solidarietà di fatto» sulla quale nacque il progetto europeo.
Per questo Leone XIV conclude il suo discorso rivolgendosi direttamente ai giovani:
«Abbiate il coraggio di vivere in modo responsabile la missione di costruire la pace, nel vostro cuore, nelle vostre relazioni, nella vostra famiglia, nelle scuole e nelle università, nella vita delle vostre città, dei vostri paesi e di tutta l’Europa.
Non sottomettetevi alla logica della violenza e dell’oppressione.
Amate la vita in ogni momento e non abbiate paura del futuro!
Non abbiate paura di formare una famiglia, di generare figli, di difendere la dignità di ogni persona, dal primo istante nel seno della madre fino all’ultimo respiro.
Non abbiate paura di lavorare instancabilmente al servizio del bene delle vostre comunità, anche attraverso l’impegno politico.
Siate costruttori di comunità!
E con voi, l’Europa, saldamente radicata, continuerà a fiorire e a ispirare il mondo intero.
Che Dio vi sostenga in queste decisioni e che benedica e protegga tutta l’Europa!».
Sostieni il Blog di Sabino Paciolla





















Scrivi un commento