Ecco la lettera aperta che Marina Terragni ha indirizzato ai parlamentari Pd e 5Stelle che hanno approvato le lezioni sull’identità di genere, perfino nelle scuole elementari e senza necessità di consenso da parte dei genitori: “Forse non sapete che …”

Da quando Marina Terragni ‘milanese, femminista, madre, giornalista e scrittrice’ (così si presenta sul suo blog FemminileMaschile), ha cominciato a parlare e scrivere contro l’utero in affitto[1] è stata accusata – come molte altre femministe – di transfobia, omofobia e moralismo.

 Pur avendo per anni appoggiato le lotte LGBT contro ‘il patriarcato’, le pensatrici della differenza sessuale come lei – nel mondo anglosassone (dove le chiamano femministe ‘radicali’) – vengono, già da qualche anno, frequentemente e duramente contestate nei convegni e nelle università, censurate dai social network, fatte oggetto di bullismo ed emarginate[2].

Pensando ai guasti che questo clima di intimidazione e di conformismo (qualcosa che richiama il maccartismo, l’ha definito la femminista americana Lierre Keith[3]) sta procurando alla causa delle donne (e non solo ad essa), la giornalista ha indirizzato un’interessante lettera aperta Alle/i parlamentari Pd e 5Stelle che hanno approvato le lezioni sull’identità di genere perfino nelle scuole elementari e senza necessità di consenso da parte dei genitori: forse non sapete che … Oggi il Parlamento britannico ha emanato nuove linee guida che VIETANO di insegnare ai bambini che ‘potrebbero essere nati nel corpo sbagliato’ se non si comportano in modo conforme agli stereotipi di genere. Quello che la Legge Zan intende introdurre oggi, con qualche anno di ritardo, non è più consentito in Gran Bretagna, nazione pioniera della formazione LGBTQIA+ .

Ecco il testo della lettera aperta pubblicato sul suo profilo Facebook.

 

Marina Terragni
Marina Terragni

ALLE/I PARLAMENTARI PD E 5STELLE CHE HANNO APPROVATO LE LEZIONI SULL’IDENTITÀ DI GENERE PERFINO NELLE SCUOLE ELEMENTARI E SENZA NECESSITÀ DI CONSENSO DA PARTE DEI GENITORI: FORSE NON SAPETE CHE

Per anni nel Regno Unito i temi LGBTQIA+ con particolare riferimento alla cosiddetta identità di genere, sono stati materia di insegnamento nelle scuole. Oggi il dipartimento all’educazione britannico ha emanato nuove linee guida che VIETANO di insegnare ai bambini che “potrebbero essere nati nel corpo sbagliato” se non si comportano in modo conforme agli stereotipi di genere. Quello che la legge Zan intende introdurre oggi, con qualche anno di ritardo, non è più consentito in Gran Bretagna, nazione pioniera della “formazione” LGBTQIA+. Si è riconosciuto infatti che quella formazione, oltre a rafforzare anziché demolire gli stereotipi di genere, è dannosa e pericolosa per i minori. Negli ultimi anni in Gran Bretagna c’è stata una vera e propria epidemia di richieste di transizione tra i minori: nel biennio 2009-10 le richieste di transizione TRA I MINORI sono state 40 per le femmine (FtM) e 57 per i maschi (MtF); nel biennio 2017-18 sono diventate 1806 per le femmine (FtM) e 713 per i maschi (MtF). La propaganda ha funzionato!Proprio in queste settimane si sta dibattendo nelle aule giudiziarie il caso di Keira Bell, che in seguito a una frettolosa diagnosi ha iniziato il percorso di transizione a soli 16 anni e oggi, pentita, ha fatto causa al servizio sanitario inglese. La sentenza è attesa a giorni. Il fenomeno dei giovani detransitioner è talmente esteso che stanno nascendo studi legali specializzati per assisterli nelle cause contro il sistema sanitario britannico, che rischia di trovarsi ad erogare mega-risarcimenti agli ex-bambini transizionati: un monito anche per le istituzioni scolastiche e per il servizio sanitario italiano.p.s: inviate a tutte-i le parlamentari che conoscete, grazie

 


[1]Terragni M., Temporary MotherUtero in affitto e mercato dei figli, Morellini 2017  

[2]Essere “cis-woman”, ovvero una donna la cui identità di genere è conforme al sesso di nascita – in sostanza, la stragrande maggioranza delle donne del pianeta- è motivo sufficiente per essere accusata di multiforme “phobia”. “Cis” – ovvero non “trans” – è termine spregiativo in sé, indicando la posizione regressiva di chi si sente a proprio con il sesso biologico e quindi, nel caso delle donne, accetta supinamente la condizione di oppressione fatalmente connessa all’identità femminile così come la conosciamo nel patriarcato. Ci sarebbe solo un modo per liberarsi dalle catene: sciogliere il legame con il proprio corpo biologico… Ma nessuna tra noi femministe della differenza vuole slegarsi dal proprio corpo. Noi radichiamo il pensiero nel nostro corpo, e lo amiamo così com’è. Terragni, La Queer-Politics, Nuova Faccia Del Patriarcato, inFemminileMaschile,26 ottobre 2016

[3] Ivi.

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