Rilancio l’articolo del prof. Leonardo Lugaresi ripreso dal suo blog.

 

Giustizia LGBTQ

 

Lo ringrazio di vero cuore perché nei giorni scorsi ha pubblicato una lettera, indirizzata a tutti i fedeli della sua diocesi (quindi anche a me), in cui esprime un giudizio, basato sulla dottrina della chiesa cattolica, a proposito di alcune gravi e scottanti questioni della nostra vita sociale e politica: la proposta di legge Zan, il problema della denatalità e il mercato delle armi. In altri tempi, anche non troppo lontani, non ce ne sarebbe forse stato bisogno e/o sarebbe stato scontato che un vescovo lo facesse. Oggi non è più così.

Tra le molte cose cristiane contenute nella lettera, che invito a leggere, qui, ce n’è una che mi ha particolarmente colpito. Richiamando i principi della dottrina cristiana sulla sessualità, mons. Regattieri cita, quasi per esteso, nel corpo della lettera, il paragrafo 2357 del Catechismo della Chiesa cattolica, che anch’io sulla sua scorta qui copiaincollo: «[Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni], la Tradizione ha sempre dichiarato che “gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati”. Sono contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati». Capite? Non si è limitato a farvi un pudico cenno in nota, abbastanza criptico da non essere capito da nessuno se non da pochi addetti ai lavori. Lo ha ripetuto ad alta voce, così com’è (solo evitando di riportare la prima parte della frase, relativa alle «gravi depravazioni» di cui parla la Scrittura): lo ha ridetto papale papale (anzi no … direi piuttosto “episcopale episcopale”).

Credo che purtroppo si debba riconoscere che questo è un atto di coraggio. Non dovrebbe esserlo, ma lo è. C’è da temere, infatti, che quel punto del catechismo – che pure non fa altro che ripetere ciò che la chiesa ha sempre ininterrottamente creduto e insegnato per due millenni, ritenendo di seguire l’insegnamento del suo Maestro – oggi una parte considerevole dell’episcopato e del clero, più o meno segretamente, lo aborra (ed è lecito il sospetto che in molti casi lo faccia pro domo sua), mentre è sicuro che un’altra parte ancor più ampia fa finta di ignorarlo e lo mette tra parentesi, come una cosa che sì, sarà anche vera, ma di cui è assolutamente inopportuno parlare.

Vigente la legge Zan, come il mio vescovo sa bene, la semplice enunciazione pubblica di quella parte del catechismo gli costerebbe, con un elevatissimo grado di probabilità, una denuncia penale, a cui seguirebbe immediatamente – per il necessario ossequio al feticcio della cosiddetta «obbligatorietà dell’azione penale» – l’apertura di un procedimento giudiziario. L’andamento e l’esito del quale dipenderebbero poi quasi totalmente dall’arbitrio dei magistrati a cui capitasse di occuparsene, ma coi tempi che corrono è sensato prevedere che si arriverebbe, sia pure con un minore grado di probabilità, al rinvio a giudizio. In giudizio poi, l’assoluzione sarebbe più probabile della condanna, ma dopo un lasso di tempo e un tale carico di fastidi e di “danni collaterali” che basterebbero a indurre qualunque “persona prudente” a non mettersi nei guai. I buoni argomenti non mancherebbero, ma di fatto si avrebbe una censura (un’autocensura) della parola di Dio. Un altro po’ di lampada sotto il moggio.

Ma anche adesso, senza ancora la legge Zan (che Dio ce la risparmi, anche se non ce lo meritiamo), il mio vescovo ha compiuto un atto di coraggio, ripetendo pubblicamente quelle parole, perché ciò basta a qualificarlo, agli occhi di molti, come un “nemico”. Né vale, a scagionarlo, che subito prima egli abbia doverosamente ricordato il fermo rifiuto della chiesa nei riguardi di ogni discriminazione personale. Per questo coraggio, dunque, gli sono molto grato.

Di aver paura, infatti, ciascuno di noi è capace da solo. Non mi serve il vescovo, so essere pusillanime per conto mio. Per aver coraggio, invece, noi pecore abbiamo bisogno di pastori che “diano la vita” per il gregge. Capisco che per loro sia dura. Ma è l’ora delle tenebre. Sono tempi da lupi.

 

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