di Mattia Spanò

 

Inciampo in un tweet di Anna Paola Concia, che molti ricorderanno per un giro di giostra nel parlamento italiano. La Concia – donna elegante e garbata – risponde così al delirante regalino digitale di una tenera cucciola che invoca la soluzione finale per gli ebrei in funzione filo-palestinese. Palestinesi dei quali, posso presumere, fino a tre settimane fa la cucciola in questione ignorava la grama esistenza. Com’è noto, da queste parti le cose accadono soltanto quando i media ne parlano.

Riporto integralmente il pensiero della Concia. “Gentile Francesca vivo nel quartiere ebraico di Francoforte dove in tutti i marciapiedi del mio quartiere ci sono pietre d’inciampo. Non so se sa cosa vogliono raccontare, forse no. Nel paese in cui vivo verrebbe perseguita per legge per quello che ha scritto. È  fortunata”.

Come nel caso di Testa, il merito della discussione mi interessa fino a un certo punto. Devo estendere – ben oltre le intenzioni dell’autrice, che come tutti soggiace alla brevità del medium – la parte finale del suo ragionamento.

La Concia, che esce di casa e sbatte in pietre sporgenti che ricordano ebrei trucidati astenendosi dal fare causa al Rathaus di Francoforte per il rischio fratture,  afferma che invocare l’Olocausto in Germania è reato. Questo è un paradosso spiacevole.

Che in Germania ci sia una legge che punisce l’odio verso gli ebrei non è una buona notizia, piuttosto la certificazione del caos. Reprime il fenomeno senza risolverlo. Significa, sic et simpliciter, che el pueblo sa cose che non capisce.

Il popolo sa che l’asino, cioè lui stesso, viene bastonato. In altre parole il popolo non è educato, ma minacciato e punito. Sapere senza capire non è un problema: è il problema.

La gente esce di casa a Francoforte, inciampa nei cippi commemorativi di ebrei morti, maledice quelli vivi ma non può dirlo perché altrimenti va in prigione. Accumula risentimento, paura, rabbia. Pronta a sfogarla non contro chi la produce legiferando, ma contro i beneficiari della legge – o quelli che ne escono danneggiati, come nel caso dei cosiddetti no-vax. Basta rileggere il capitolo manzoniano sul tumulto di San Martino per capire cosa succede a promulgare leggi malfatte.

Sapere senza capire è un modo surrettizio di creare eserciti di piccoli Hitler. La maggior parte delle persone è convinta che Hitler fosse un mostro, un unicum nella storia. Non è così.

Ho incontrato diversi hitlerini, che col sorriso sulle labbra parlano della necessità di tre miliardi di morti per stare tutti più larghi nella natura incontaminata. Gente che non produce massacri epocali perché non è nella posizione per farlo. La lezione della Arendt sulla banalità del male non è stata né capita, né creduta.

Il punto sul quale riflettere è questo: si è creata una tensione formidabile fra due inclinazioni opposte. La prima è quella della legalizzazione (o più propriamente legalità). La seconda quella depenalizzazione.

Come tutti imparano sin da bambini, la legge è quello strumento attraverso il quale lo Stato regola la vita delle persone, distinguendo ciò che si deve fare da ciò che è vietato fare. In genere lo Stato si occupa meno di ciò che si può fare: lo concede sporadicamente tramite il non detto – ciò che la legge non determina.

Qualcuno troverà risibile la semplificazione divina contenuta nei Dieci Comandamenti, e l’ulteriore semplificazione operata da Cristo quando dà un comandamento nuovo: che ci amiamo gli uni gli altri. Qualcun altro si divertirà molto leggendo il Codice di Hammurabi, che in 8000 parole divise in 282 articoli sancisce le prime regole scritte a noi note. O per il fatto che il diritto romano era così poco interpretabile che le tracce giurisprudenziali siano in realtà piuttosto scarse.

I quacquaracquà che governano il nostro mondo ci stanno conducendo alla legittimazione pratica e legale dello sterminio. Da bravi mediocri, più la gente muore più loro alzano i toni: l’arsenale della democrazia, la lotta della luce contro le tenebre e paccottiglia del genere.

Al contrario del diritto romano, la bulimia normativa degli Stati moderni ha fatto sì che non ci sia comportamento umano emergente che sfugga alla tagliola della legge. Il che ha prodotto un interessante effetto collaterale: il disseccamento della capacità di distinguere il bene dal male, e per conseguenza il giusto dall’ingiusto. O il pratico dall’inutile controproducente.

La maggior parte delle persone sa che uccidere è una cosa illegale. Lo sa, ma non lo capisce. D’altra parte, avendo starnazzato solo e soltanto di legalità dal 1992 in poi, è perfettamente inutile far notare che nel 1938 in Italia era legale perseguitare gli ebrei. Odiare gli ebrei oggi è punito dalla legge, come i “discorsi di odio”. Questo ha rimosso l’odio dai cuori? Penso l’abbia gonfiato a dismisura. Se un domani le leggi razziali – meglio: quelle anti-ebraiche – fossero ripristinate, la maggior parte delle persone non avrebbe nulla da obiettare. Anzi.

Quasi nessuno è in grado di sostenere un’argomentazione contraria al riguardo, spiegando perché leggi razziali o l’omicidio siano sbagliati. Molte persone si dichiarano contrarie alla pena di morte ma indifferenti rispetto al genocidio degli ebrei, dei palestinesi o se lo augurava per i no-vax.

Qualche anno fa sui giornali italiani comparve una stucchevole polemica sulla definizione dell’Olocausto come male assoluto. Un male assoluto è un qualcosa scisso da cause e conseguenze.

Sta lì, a imperitura giornata della memoria – per 360 giorni all’anno circa siamo dispensati dall’orrore, ovvero legittimati a pensare la qualunque, mentre per la Giornata della Memoria emendiamo la nostra coscienza guardando Schindler’s List in tv e plaudendo i dolenti pistolotti della senatrice Liliana Segre o chi per lei.

Questa, piaccia o meno, è la sostanza del perimetro percepito del problema. Come esiste il calore percepito, esistono la coscienza la morale percepita. Un amico, passato poi per negazionista, a proposito dell’Olocausto osò chiedere: se Hitler invece di sei milioni ne avesse ammazzati centomila, sarebbe stato meno grave? Nel Regno della Quantità inviso a Guenòn, la risposta è inevitabilmente: sì.

Per ragioni analoghe ci fanno inorridire il bullismo tra i giovani e nelle scuole, l’omofobia e il femminicidio, o il tizio che ha la sfigatissima idea di sparare al cervo Bambotto.

Accadono fatti esecrabili e giù il piagnisteo generale, l’ “ah, signora mia, ai nostri tempi certe cose non succedevano”. In realtà succedeva ben di peggio, come sappiamo: il punto è che qualche milione di ebrei assassinati, o palestinesi, o iracheni, valgono quanto il cervo Bambotto.

Dall’altro lato della barricata si erge lei, sua maestà la Depenalizzazione. Della droga, dell’aborto, del tradimento coniugale, perfino del furto come accade in California. Se un bengalese pesta la moglie, viene assolto perché è la sua cultura. E poi diamine: mica la pesta sempre. Quando capita.

Nel momento in cui si pretendono leggi che vietino cose e ne permettano altre con tanta molesta acribia, è il segno che lo spazio morale, spirituale e psichico della libertà non è semplicemente ristretto. È scomparso. Estinto. Evaporato. Fra qualche milione di anni non ritroveranno nemmeno il fossile.

Dovrebbe essere chiaro dai fatti tragici di questi giorni che il governo israeliano stia cercando la legittimazione morale per fare un genocidio mentre lo sta compiendo. È un caso da manuale: l’assassino che processa e assolve se stesso mentre uccide. Sia chiaro: non è la prima volta che accade, tutt’altro.

L’altra faccia del male assoluto in fondo è il genocidio relativo. Insomma: alla fine della fiera qualche tribù bisogna pur sempre estirparla. Certa gente deve smetterla di esistere.

Mi picco di essere un realista. Il che significa che qualche volta, molto raramente, riesco ad esserlo. La mia modesta proposta è la seguente: o si riduce l’umanità in schiavitù vietandole anche cosa pensare (la strada è quella), o le si consente qualsiasi cosa: per molti anni alle nostre spalle, le magnifiche sorti e progressive sono state la libertà assoluta, l’altro nome del male assoluto).

Entrambe le opzioni rischiano di portarci sull’orlo dell’estinzione, perché eliminati gli ebrei o i palestinesi (o perché no entrambi: mai porsi dei limiti, vietato vietare, la gente si deve esprimere essere ciò che è) si troveranno altri ebrei o altri palestinesi da eliminare, o da salvaguardare come il cervo Bambotto, che comunque alla fine ha buscato la sua fucilata.

Magari si chiameranno no-vax, oppure negri, o carnivori, o guidatori di Panda diesel che inquinano la casa comune. Poco importa, ma forse una presa di contatto diretta con certe ricadute aiuterebbe a recuperare ciò che viene prima della legge: la verità naturale iscritta nel cuore dell’uomo. Che è perfino offensiva nella sua semplicità: tutti moriamo, nessuno escluso. Per questo uccidere ha ben poco senso.

In una sua acuta disamina, il generale Laporta osserva e dimostra che mai il potere si è interessato al bene dei popoli. Per questo la terza via – riconsegnare a Dio gli adempimenti delle cose umane, come abbiamo fatto per millenni da Hammurabi in poi, e forse prima – resterebbe la migliore. Anche se Dio fosse un’invenzione. Abbiamo l’umiltà coraggiosa per capirlo?

 


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