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di Sabino Paciolla

 

Elsevier, società del gruppo Reed-Elsevier, è il maggior editore mondiale in ambito medico e scientifico. Ha cominciato la sua attività di stampa nel 1580 a Leida. L’azienda pubblica circa 20.000 testate, tra cui le autorevoli riviste The Lancet, Journal of Molecular Biology, Cell e Tetrahedron Letters, e libri scientifici classici come l’Anatomia del Gray, il Dizionario medico Dorland e Malattie del cuore di Braunwald (fonte: .wikipedia)

Il 5 giugno scorso ha pubblicato uno studio firmato da 12 medici di fama, fra cui Peter McCullough (del Baylor University Medical Center, a Dallas) e George Fareed (di Brawley Brawley, California). Fra gli altri illustri autori Paul Alexander (della McMaster University di Ontario, Canada) e Harvey Risch (di Yale). Il titolo dello studio è il seguente: Early multidrug treatment of Sars-CoV-2 infection (Covid-19) and reduced mortality among nursing home (or outpatient/ambulatory) residents

L’articolo è un metastudio, cioè una rassegna di altri studi, scelti ovviamente tra quelli più importanti, sul tema del trattamento precoce del Covid-19 nei pazienti a più alto rischio: gli anziani nelle case di cura, spesso gravati da obesità e altri problemi di salute. La cernita ha ristretto il raggio a nove studi ritenuti particolarmente significativi: due spagnoli, uno belga, uno olandese, uno francese, uno italiano e tre statunitensi (uno dell’Indiana e due di New York. In sostanza lo studio parla delle  “terapie domiciliari precoci”, come le chiameremmo noi in Italia. 

Un altro studio, questa volta retrospettivo, sullo stesso tema, pubblicato sul magazine dell’autorevole The Lancet, lo trovate qui. Tra gli autori vi è il prof. Remuzzi, direttore dell’Istituto Mario Negri di Milano.

Ritornando allo studio pubblicato su Elsevier, la cosa molto interessante è il fatto che i risultati positivi delle terapie domiciliari precoci sono stati riscontrati in una popolazione molto critica, quella degli anziani nelle case di cura. Ovvia la deduzione logica: se le terapie precoci funzionano per gli anziani in casa di cura, in genere gravati da più patologie, a maggior ragione funzioneranno per la popolazione più giovane ed in salute. 

Vista l’importanza dell’articolo, di seguito vi propongo il contenuto della sintesi dello studio nella mia traduzione. 

 

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L’epidemia di COVID-19 da coronavirus 2 della sindrome respiratoria acuta grave (SARS-CoV-2) si è diffusa in tutto il mondo con un’enorme morbilità e mortalità negli anziani. Il trattamento in ospedale affronta la natura sfaccettata della malattia, compresa la replicazione virale iniziale, la tempesta di citochine e il danno endoteliale con trombosi. 

Abbiamo identificato nove rapporti sui risultati del trattamento precoce in pazienti delle case di cura COVID-19. La terapia multifarmaco che include l’idrossiclorochina con uno o più antibiotici, corticosteroidi e agenti antitrombotici per la coagulazione del sangue può essere estesa agli anziani in casa di cura senza ricovero. I dati di nove studi hanno rilevato che i regimi multifarmaco a base di idrossiclorochina sono associati a una riduzione statisticamente significativa > 60% della mortalità. Andando avanti, concludiamo che il trattamento empirico precoce per gli anziani con COVID-19 nell’ambito della casa di cura (o in contesti aggregati simili con residenti/pazienti anziani, ad esempio LTF o ALF) ha una ragionevole probabilità di successo e una sicurezza accettabile.

Questo gruppo rimane il nostro più alto gruppo a rischio e garantisce un trattamento acuto prima del peggioramento dei sintomi. Data la rapidità e la gravità dei focolai di SARS-CoV-2 nelle case di riposo, il trattamento attuato all’interno del centro dei pazienti acuti con COVID-19 è una strategia ragionevole per ridurre i rischi di ospedalizzazione e di morte. Se si permette ai pazienti anziani ad alto rischio in questi ambienti congregati di tipo casa di cura di peggiorare senza un trattamento precoce, essi possono essere troppo malati e fragili per beneficiare della terapia intraospedaliere e sono a rischio di insufficienza polmonare, microtrombi dei polmoni, reni ecc. 

La questione è la tempistica delle terapie, e noi sosteniamo che il trattamento precoce prima dell’ospedalizzazione è il momento giusto e può potenzialmente salvare la vita, soprattutto tra le nostre popolazioni anziane a più alto rischio colpite più duramente dalla malattia grave e dalla morte per COVID-19. 

Dobbiamo ribadire che stiamo parlando di un trattamento “precoce” prima che la malattia sia molto avanti nelle sequele della malattia, dove il paziente ha bisogno di ricovero e di interventi aggressivi. Ci riferiamo ai giorni iniziali, ad esempio il primo giorno, dopo l’infezione, quando emergono i sintomi o c’è un forte sospetto clinico. 

Questa opzione terapeutica precoce merita una seria e urgente considerazione da parte dell’establishment medico e dei rispettivi decisori (compreso il governo, ndr). Ai medici deve essere consentita la loro discrezione clinica su come trattare in modo ottimale i loro pazienti. I medici devono essere coraggiosi e fidarsi dei loro giudizi esperti e fare di tutto per salvare la vita dei loro pazienti. 

Pertanto, ipotizziamo che il trattamento ambulatoriale precoce, una volta iniziato non appena iniziano i sintomi nelle persone positive ad alto rischio, ridurrebbe significativamente le ospedalizzazioni e impedirebbe i decessi. In particolare, la fornitura di una terapia sequenziale multifarmaco precoce con farmaci riconvertiti (cioè farmaci che non sono specifici per il covid ma che hanno dato risultati positivi per la cura di tale malattia, es. Idrossiclorochina, che è un malarico, o l’Ivermectina, che è un antielmintico, ndr) ridurrà l’ospedalizzazione e la morte nei pazienti anziani assistiti in strutture di assistenza a lungo termine. 

Le implicazioni più importanti della nostra ipotesi sono: 1) le ospedalizzazioni e i decessi sarebbero ridotti 2) la trasmissione sarebbe ridotta a causa dell’attenuazione dei sintomi e 3) il recupero dopo l’infezione e il trattamento fornisce un’immunità naturale di esposizione che è ampia, durevole e robusta (contribuendo all’immunità naturale all’interno della popolazione). Il risultato finale è una minore pressione sugli ospedali e sui sistemi che permetterebbe di curare anche altre malattie non-COVID.

 

 

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