The social media

 

 

di Nicola Lorenzo Barile

 

Fra i cambiamenti introdotti nel costume dalla diffusione del COVID-19, vi è senz’altro il ricorso abbondante alle piattaforme digitali: alla ricerca di notizie, per fare shopping e fruire di film e spettacoli: non è un caso, pertanto, che durante questo periodo giganti come Amazon e Netflix abbiano incrementato ulteriormente i loro profitti, non senza suscitare qualche riflessione, anche autocritica.

È il caso di The Social Dilemma, uno dei documentari più importanti di quest’anno (anche se forse non il migliore, secondo Rotten Tomatoes), prodotto proprio da Netflix: il regista Jeff Orlowski, tra una dichiarazione e l’altra di alcuni fra i professionisti della Silicon Valley su cosa c’è veramente dietro social networks e motori di ricerca molto popolari come Google, Facebook, Twitter, Instagram, Pinterest e così via, inserisce una fiction drammatica con protagonisti Ben, un ragazzo che prova con scarsi risultati a non toccare il suo smartphone per una settimana, e sua sorella Isla, altrettanto dipendente dai social  che, pubblicando le sue foto on line, va incontro ai commenti cinici e spietati dei suoi coetanei. Dietro a tutto questo c’è l’intelligenza artificiale, interpretata dall’attore Vincent Kartheiser, che catalizza l’attenzione degli users gestendo ad arte feeds e notifiche.    

The Social Dilemma spiega molto bene la contraddizione dei siti internet, che macinano ingenti utili apparentemente senza far pagare nulla per i loro servizi perché, in realtà, il prodotto sono i loro utenti. Non solo essi registrano il tempo trascorso dietro lo schermo, le ricerche svolte, ciò che piace o interessa solamente e, alla fine, definitivamente si acquista, consegnando poi questi dati agli inserzionisti, ma escogitano tutta una serie di trucchi psicologici per far usare sempre più telefono o computer.

Certe corde delicate, infatti, vengono toccate in modo da far premere o sfiorare conseguentemente pulsanti di tastiere o schermi touch screen. Siamo arrabbiati per qualcosa? Vogliamo marciare per le strade e manifestare? Dopo aver guardato The Social Dilemma, ci si chiede effettivamente se le nostre reazioni siano naturali o indotte, ma è così che funziona il sistema, sfruttando paure e rabbia per fare soldi; quasi come una droga, una volta che ci si è resi conto della sua portata, non rimane che comportarsi come la maggior parte dei leaders della Silicon Valley: vietare ai propri figli di utilizzare i social media.

Recensendo The Social Dilemma, il professor Randall B. Smith, uno specialista della filosofia di San Tommaso d’Aquino, è del parere che si dovrebbe parlare apertamente dei pericoli insiti nei social media, come si fa, appunto, con droga e pornografia (leggi qui).

Può sorprendere questa sua preoccupazione, ma, da buon tomista, il professor Smith è abituato a determinare prioritariamente le regole della giustizia che governano le relazioni sociali, distinguendo, come San Tommaso, fra la giustizia distributiva, che regola la distribuzione di ricchezze e guadagni, e la giustizia commutativa, che si applica alle relazioni reciproche fra individui, ovvero lo scambio di beni e servizi. Egli suggerisce, pertanto, l’avvento di vere fonti di informazioni, dotate di una prospettiva ampia e abbastanza profonda, in modo da arrivare alle verità di cui abbiamo bisogno per prendere decisioni prudenti e ben informate.

Di fronte all’obiezione circa lo scarso valore economico di quelle notizie, lo studioso si chiede di quanti soldi ci sarebbe bisogno allora per fare qualcosa di utile per la propria nazione; da quando, si chiede provocatoriamente, abbiamo iniziato a presumere che le notizie riguardassero unicamente come fare soldi per i miliardari e come far primeggiare le celebrità sulle prime pagine dei giornali? Come ogni tossicodipendente, conclude amaramente il professor Smith, la situazione della nostra società peggiorerà se non smettiamo di abbandonare le droghe allucinogene che ci intossicano.

Non è del tutto corretto, però, fermarsi al quadro cupo delle piattaforme digitali dipinto da The Social Dilemma. Fra i suoi creativi vi è anche il versatile Michael De Luca, produttore esecutivo dell’audace trasposizione di uno dei più famosi romanzi di fantascienza: Childhood’s End (1953, conosciuto in italiano, più liberamente, come Le guide del tramonto, Milano, 1967 e 2016) di sir Arthur C. Clarke (1917-2008), uno dei padri del genere, noto al grande pubblico per aver ispirato il sofisticato e ancora insuperato 2001: Odissea dello spazio di Stanley Kubrick (2001: A Space Odyssey, 1968).

Realizzato come serie tv, Childhood’s End venne trasmesso in Usa il 14, 15 e 16 dicembre 2015 dal canale via cavo specializzato in produzioni di fantascienza Syfy (in Italia è stato possibile vederlo su Premium Action il 15, 16, 17 giugno 2017). Una impresa difficile, già tentata nel passato, dato che, come ha spiegato lo showrunner della serie, l’inglese Matthew Graham, nel romanzo di Clarke ci sono complesse riflessioni, difficili da adattare per lo schermo ma, ciò nonostante, è stato fatto tutto il possibile per conservare la filosofia di fondo della storia, anche se non è stato possibile entrare nei dettagli del romanzo.

Ecco il plot così come comunicato dalla rete: «Childhood’s End segue la pacifica invasione della terra da parte della razza aliena chiamata Overlords [i Superni, in italiano]. Karellen, il loro ambasciatore, stabilisce il primo contatto con Ricky Stormgren, il proprietario di una fattoria. Le confortanti parole e gli straordinari regali tecnologici di Karellen vincono rapidamente il favore degli umani, dando inizio a decenni di apparente utopia, al prezzo dell’identità e della cultura dei terrestri. Ma il suo rifiuto di mostrarsi fisicamente e l’insistenza nel voler parlare solo tramite Stormgren, cominciano a far sì che le persone dubitino del fatto che le sue intenzioni siano del tutto benevole».

Apparentemente, la trama Childhood’s End sembra anticipare quella di 2001: Odissea dello spazio, anche se senza la sua dimensione onirica e spirituale; Clarke, del resto, si è sempre professato ateo, ma non del tutto indifferente alla religione, che anzi ricorre spesso nei suoi racconti, come il famoso I nove miliardi di nomi di Dio (The Nine Billion Names of God, 1953).

Ha aggiunto Nick Hurran, il regista: «è un libro di idee, ma non quelle legate a eventi relativi solo al nostro periodo o a quello originale del romanzo. Sono idee senza tempo: mortalità, moralità, destino, essere responsabili della nostra felicità. Qualcuno potrebbe girare una nuova versione tra sessant’anni e sarebbe attuale quanto lo è oggi».

Ciò nonostante, alcuni cambiamenti si sono resi necessari perché Childhood’s End, specifica Graham, «è un libro di idee e di personaggi che servono a decifrare queste idee, per cui devi approfondirli al meglio per portarle alla luce». Così, ad esempio, spiega il motivo per cui il protagonista Rikki Stormgren è passato da rappresentante del governo a contadino: «Il libro è stato scritto in un periodo in cui la gente pensava che i politici fossero migliori di noi comuni mortali e non credo che lo si pensi ancora ai giorni nostri. Ho pensato che sarebbe stato meglio se Karellen avesse scelto una persona che lavora in una fattoria invece di quella che sarebbe la scelta più ovvia, come il capo delle Nazioni Unite». Interessante è la chiosa finale dello showrunner: «Inoltre, ogni riferimento tra Karellen e l’umanità è ispirato dalla relazione di Dio con i profeti nell’Antico Testamento. So che c’era il re Davide, ma Dio raramente sceglie i re. Sceglie il ragazzo della fattoria, il pastore, la donna al pozzo; sono le persone scelte per un compito speciale, quindi lo abbiamo fatto con la storia».

Originariamente, la serie era stata concepita in due parti, poi Syfy comunicò ai suoi creativi che voleva tre episodi. La sfida per regista e showrunner diventò cosa inserire nel secondo episodio, perché se il primo aveva una struttura chiara fin dall’inizio (ambientazione generale e arrivo dei benevolenti Superni), il terzo doveva essere ovviamente quello conclusivo, ma così diventava difficile scegliere cosa raccontare nel secondo episodio. Rileggendo il romanzo, Graham s’imbatté in una frase apparentemente semplice: «E poi i Superni persuasero gli umani ad abbandonare le religioni» che, a ben vedere, poteva costituire un vero e proprio film nel film. Rifletté allora Graham: «La pace mondiale cambia il nostro modo di vedere le cose, facendo sì che non mettiamo più la nostra fede in cose che non possiamo vedere o di cui non ci sono prove. Non è un concetto anti-religioso, mi interessava l’idea di esseri onnipotenti che ci danno la possibilità di risolvere i nostri problemi da soli. Non dobbiamo più sperare nella vita dopo la morte, possiamo creare il nostro paradiso sulla terra mentre ci viviamo. E soprattutto, volevo raccontare le reazioni delle persone religiose. Così abbiamo creato il personaggio chiamato Peretta, che non esisteva nel romanzo e rappresenta l’aspetto religioso della storia. Ed è attraverso i suoi occhi che seguiamo la storia, nonché il personaggio che più mi preoccupava, perché temevo la reazione dei fans del romanzo. Ma penso che quando la vedranno scopriranno quanto si sia inserita organicamente all’interno del plot». Come riassume Karellen il suo compito nel teaser della serie: «Gli umani hanno bisogno di supervisione. I Superni vi daranno il paradiso in terra, per cercare di indorarvi la pillola. Più di così non posso dirvi al momento».

Il valore del romanzo di Clarke non sta nella plausibilità del futuro immaginato per l’umanità, come accade generalmente per le opere di fantascienza, ma nell’accurata disposizione dei vari elementi che conducono inesorabilmente verso il sorprendente finale che Clarke ha immaginato per l’umanità, portando alle estreme conseguenze lo scontato cliché secondo il quale ciò che giace alla fine dell’infanzia, cui si allude nel titolo, non è appunto la morte dei bambini, ma la nostra, giacché, se ci pensiamo, è del resto nell’ordine naturale delle cose che essi ci sopravvivano.

Karellen allude spesso, nel corso del romanzo, a questa nostra finitudine, con linguaggio scientifico, ma trascendente al tempo stesso: «In questa sola nostra galassia (…) ci sono ottantasettemila milioni di soli. Ma anche questa cifra non dà che un’idea molto vaga dell’immensità dello spazio. Sfidandola, sareste come formiche che tentassero di classificare ed etichettare tutti i granelli di sabbia di tutti i deserti del mondo. (…) È un pensiero che rattrista ma dovete rassegnarvi. Può darsi che un giorno possiate conquistare i pianeti. Ma le stelle non sono per l’uomo». 

Lo scrittore e critico cristiano C.S. Lewis (18981963) ha sostenuto che la migliore fantascienza ha sempre un sotto-testo spirituale, un rispetto per le domande sui fini e sul significato finali dell’umanità, non importa quanto ben camuffati nella storia. Come ha osservato nel suo saggio Sulla fantascienza (On Science Fiction, 1955), «[per] costruire “altri mondi” plausibili e commoventi devi attingere all’unico vero “altro mondo” che conosciamo, quello dello spirito», come del resto stanno a testimoniare i suoi romanzi di fantascienza, dal contenuto esplicitamente teologico. Non è un caso, pertanto, che l’eco del trascendente di Childhood’s End abbia attirato la sua speciale ammirazione: «È temperante e catartico ricordare, di tanto in tanto, la nostra collettiva piccolezza, la nostra apparente solitudine e l’apparente indifferenza della natura, i lenti percorsi biologici, geologici e astronomici che potranno, a lungo andare, rendere molte delle nostre speranze (e se possibile alcune delle nostre paure) cose ridicole».

Lewis, ovviamente, era un cristiano. Credeva, cioè, in uno scopo divino per l’uomo che elevasse la dignità umana, così che la sua opera, inclusa la sua narrativa, era pervasa di speranza, ma Childhood’s End testimonia che c’è stato un tempo in cui la migliore fantascienza riconosceva la possibilità di uno scopo superiore dell’uomo. Ciò che manca oggi, non solo nella fantascienza, è precisamente qualcosa che assomigli o nobiliti l’anima umana.

      

 

 

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