Adrien Candiard, padre domenicano
Adrien Candiard, padre domenicano

 

 

di Sabino Paciolla

Il movimento di Comunione e Liberazione, alla cui storia indegnamente appartengo, ha proposto come “libro del mese” “La soglia della coscienza“, scritto da Adrien Candiard, un padre domenicano.

Il Centro culturale di Milano ha presentato il libro mediante un incontro online, presenti l’autore e tre ospiti, oltre al moderatore, il giornalista Alessandro Banfi.

Desideroso di capire, ho seguito l’incontro. Purtroppo, pur presenti spunti interessanti, devo dire che sono rimasto interdetto da alcune risposte date da padre Adrien Candiard. In particolare alla domanda posta dalla dott.ssa Angelica Castellani, magistrato, sullo scopo della legge e del suo rapporto con il valore, al quale il padre domenicano ha risposto in questo modo (qui il video, che punta direttamente al minuto 49.00):

“Le regole morali servono per dire ‘qui c’è un pericolo’; il peccato non è andarci nel pericolo ma ‘andarci senza farci caso’. (…)

La regola è sempre una cosa generale, la coscienza prende in considerazione la situazione concreta.(…)

Un manuale di morale, di diritto, non sta mai nella mia situazione, con il mio passato, il mio presente ecc. il posto in cui posso decidere è la mia coscienza; (…) la coscienza personale è l’unico obbligo che abbiamo, poi questa coscienza nostra può sbagliare, però anche quando sbaglia la dobbiamo seguire; può sbagliare e abbiamo bisogno di educarla, di affinare il nostro approccio e le regole servono a questo; le regole della Chiesa non posso ignorarle, posso discuterle, posso dire che nella mia situazione non si applicano, ok .. ma almeno devi capire perché esistono. Se poi decidi che in questa situazione devi vivere in altro modo, bene, però se lo decidi in coscienza, lo fai; ma almeno devi avere capito il perché di questa regola, perché si considera che ci sia almeno un pericolo”.

Pur tenendo conto del fatto che l’intervento è stato a braccio, e che dunque potrebbe aver sofferto di una imprecisione dovuta alla estemporaneità, e che comunque occorre leggere il libro, non posso fare a meno di evidenziare la sensazione di essermi trovato in presenza di una sorta di “morale della situazione”, di una inclinazione dell’autore verso un “soggettivismo morale”. Una posizione in cui la verità oggettiva, e con essa il peccato, scompare di fronte al tribunale della  propria coscienza individuale, e dove l’autorità della Chiesa è ridotta a dispensatrice di “regole”, sì proprio così, “regole”, per evitare “pericoli”  (concetto espresso anche in altri momenti dell’incontro, quando ha illustrato quale sia per lui il ruolo del sacerdote).

Il padre domenicano dice che dobbiamo seguire la coscienza. E questo è giusto. Ma questo è solo una parte del problema. Il Catechismo è chiaro a questo proposito:

1792: All’origine delle deviazioni del giudizio nella condotta morale possono esserci la non conoscenza di Cristo e del suo Vangelo, i cattivi esempi dati dagli altri, la schiavitù delle passioni, la pretesa di una malintesa autonomia della coscienza, il rifiuto dell’autorità della Chiesa e del suo insegnamento, la mancanza di conversione e di carità. [neretto mio]

e

1791: Questa ignoranza spesso è imputabile alla responsabilità personale. Ciò avviene «quando l’uomo non si cura di cercare la verità e il bene, e quando la coscienza diventa quasi cieca in seguito all’abitudine del peccato». In tali casi la persona è colpevole del male che commette. [neretto mio]

Ma soprattutto, e il padre non lo evidenzia, c’è poi la questione dell’Intrinsece malum che non consente mai all’atto di essere buono, anche se chi lo compie lo ritiene giusto nella sua situazione.

Occorre infine ricordare che se le norme positive consentono un certo margine, diciamo così, di adattamento, quelle negative assolute sono in verità invalicabili.

Le norme, così come le ha presentate padre Adrien, sembrano più dei semplici segnali a forma di triangolo indicanti pericoli, adatti alla circolazione della vita quotidiana, magari senza neanche uno Scopo, che un valore cui aderire. A tal proposito, è stato proprio il magistrato a porre nella giusta dimensione la questione quando, ricordando un episodio della sua gioventù universitaria, ha detto che la legge non ha appena lo scopo di regolare il vivere comune e risolvere possibili conflitti (come lei, studentessa di diritto, aveva appreso) ma di “preservare un valore” (come invece riteneva il suo professore). Il che è qualcosa di molto più profondo di un semplice strumento regolatorio, qualcosa che richiama ad (un) Altro.

E la questione mi è apparsa ancora più grave, e forse anche rivelatore del pensiero dell’autore, quando il padre domenicano, nella domanda successiva a quella posta dal magistrato, ha risposto dicendo:

“…la malattia non è volontà di Dio. Questo ce lo dice Gesù nel Vangelo quando gli chiedono: ‘Ma lui è cieco perché ha peccato o hanno peccato i suoi genitori?’. Ma né lui né i genitori. E’ cieco perché è cieco. Punto e basta. Non dobbiamo cercare spiegazioni teologiche a tutto”.

A parte il fatto che il padre domenicano non ha completato la frase sul cieco nato. Infatti, rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio»”. Dunque, la teologia ha da dire la sua parola su tutto proprio perché la Parola di Dio ha a che fare con qualsiasi aspetto della vita. Tutto quello che accade è un rapporto tra la creatura e il Creatore. Certamente la teologia si avvarrà delle branche del sapere dell’uomo, ma l’ultima parola spetta alla teologia. Altrimenti Dio cosa c’entra con la mia cecità? Dio cosa c’entra con il terremoto? Dio cosa c’entra con la pandemia da coronavirus? Cristo cosa c’entra con il mio dolore? E’ esattamente quello che don Giussani disse a quei due fidanzati che per caso incontrò sulla strada di ritorno a casa, abbracciati stretti mentre si baciavano, e che al suo passaggio in bici si staccarono di scatto: “Scusatemi ancora un momento: ma quel che state facendo che c’entra con le stelle?”.

E allora, se la questione si riduce a delle regolette da seguire o meno, è mai possibile veramente educarci ed educare i nostri figli? Senza l’idea di una Verità oggettiva a cui tendere, di una Verità da abbracciare, da amare e da bramare, una Verità che ci è stata rivelata, che è fuori di me e che mi viene incontro (l’idea di rivelazione di una verità manca totalmente nella esposizione del padre domenicano), come è possibile che il nostro cuore si scaldi e si muova?  

Credo che mai il Giuss si sarebbe riferito alla Chiesa come a “suggeritrice di regole” per scansare “situazioni di pericolo”, mai ….Ci ha sempre educati a pensare la Chiesa come Mater et Magistra, tanto più quando vincola perché riafferma il vero della nostra vita.

 

Per meglio esprime il concetto appena detto, mi vengono in mente alcuni stupendi passaggi contenuti nel libro intervista con il teologo padre Antonio Maria Sicari intitolato “Breve catechesi sul matrimonio”, editrice Jaca Book, 1990 (il papa a cui i due autori si riferiscono è San Giovanni Paolo II), dove ad un certo punto don Giussani afferma:

Giussani: Per amare la morale cristiana e osservarla, bisogna essere coinvolti concretamente nel fatto di Cristo, bisogna che Cristo sia divenuto veramente il Signore di tutti, fino ad amare obbedientemente le leggi che Lui ha messo nella sua creazione. Bisogna che in casa domini Cristo.

Sicari: Eppure è sempre più frequente trovare dei cristiani, anche tra i nostri amici, che sono infastiditi dal fatto che il Papa (San Giovanni Paolo II) parli spesso della morale sessuale. Dicono che ormai quelle cose non le capisce più nessuno (…) e non è più possibile partire dall’etica o insistere subito su questo.

Giussani: Io non sono affatto d’accordo. E per due motivi diversi, anche se legati tra loro. Il primo è che il Papa (San Giovanni Paolo II) insiste sugli aspetti fondamentali, essenziali per la costruzione di ogni società: il valore della persona, della ragionevolezza, dell’“atto”. Si tratta dell’uomo; è la natura dell’uomo che è in gioco in quei problemi sessuali che sembrerebbero così particolari. Il secondo motivo è che un cristiano, quando riflette sulle indicazioni del Magistero, anche se gli sembra che esso parta da lontano, è costretto subito a ritrovare l’imponenza di Cristo sulla sua vita.

Sicari: Ma è giusto dire che, per una nuova evangelizzazione, è necessario partire non dall’etica ma dall’estetica?

Giusani: Non bisogna semplificare troppo. Proprio questo Papa (San Giovanni Paolo II) che spinge alla nuova evangelizzazione parla molto dell’etica sessuale, perché essa tocca ora i punti fondanti, quelli in cui è salvata la dignità stessa della persona umana. E questo è già un fatto profondamente estetico, perché se è salva la santità della persona, allora lo splendore della presenza di Cristo nel mondo colpisce. La morale, quando tocca i fondamenti dell’esistenza, è l’estetica di ciò che è dato, della creazione, del dono. Si tratta di rimettere in gioco lo stupore della creazione, la verità della creazione. La moralità rende la persona sintonica al movimento della creazione in cui essa si trova coinvolta; allora rinasce lo splendore della creazione. Lo splendore è là dove la moralità è salvata.

Sicari: (…) Si dice: bisogna riproporre il fatto di Cristo, non un’etica.

Giussani: Ma se non si giunge a un’etica, non si comprende il fatto di Cristo. Non si è coinvolti nel fatto, se non si entra nel movimento morale che il fatto implica.

Sicari: A volte però si sente dire, anche da persone autorevoli: se fosse per le indicazioni morali, io non starei nel cristianesimo, perché sarebbe solo addossarsi altri pesi. Ci resto perché mi dà gioia, soddisfa le mie esigenze…

Giussani: Io sto nel cristianesimo perché è la verità; perché riconoscere il fatto di Cristo e la sua presenza mi converte, mi sospinge, mi attira a cambiare il mio modo di entrare in rapporto con tutte le cose, mi fa diventare più vero fin nei particolari. Incontrando il fatto cristiano, anche il rapporto affettivo diventa più doloroso e più vero: si accetta una maggiore “dolorosità”, perché lo si vuole più vero. Quando una donna vuole bene ad un uomo, se lui viene mandato dalla sua ditta per sei mesi in America, lei l’attende, è tesa a lui, gli resta unita. Il fatto stupefacente del loro amore, della loro unità è dentro la serietà etica della loro reciproca attesa.

Sicari: Vuoi dire che c’è un livello della questione in cui “etica” ed “estetica” coincidono?

Giussani: Io direi che la vera estetica è quella che nasce da un destino percepito come immanente al movimento della realtà. La vera estetica è sempre etica.

Sicari: È, secondo te, importante predicare anche oggi ai fidanzati la castità prematrimoniale, senza sconti o concessioni di alcun tipo?

Giussani: Ma certo! Perché senza verginità non imparano a possedersi veramente: possedere è amare e, nel gesto, cercare e amare il Destino dell’altro. Il gesto dev’essere determinato dal destino dell’altro. Il gesto si fa se è necessario per adempiere il compito che il Destino assegna.

Sicari: Appunto, ci sono perfino preti che sostengono che i gesti intimi dell’amore sono necessari ai fidanzati, per conoscersi meglio, per prepararsi…

Giussani: È un giudizio squallidamente sentimentale. Il dire che si vogliono bene è un artificio. Voler bene è desiderare il Destino, cioè desiderare che Cristo venga. Ma Cristo viene attraverso le circostanze della vita, integralmente rispettate nella loro natura. E la natura del fidanzamento è la promessa, non l’anticipazione furtiva e limitata. Altrimenti accade proprio quello che dicevamo prima. Dicendo a due fidanzati: «… purché vi vogliate bene!», si separa il Destino dai «fatti». Si sciupa sia il momento estetico che quello etico.

 

 



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