Luigi Di Maio e Charles Talleyrand
Luigi Di Maio e Charles Talleyrand

 

di Giovanna Ognibeni

 

Molti anni fa, in una piovosa primavera milanese, passavo i miei pomeriggi seduta ad un tavolo della biblioteca del Museo del Risorgimento in via Borgonuovo a Milano a compulsare gli atti parlamentari per una tesi sui progetti di legge in materia sanitaria del neonato Regno d’Italia: per una delle non infrequenti sinergie tra attività accademiche e istituzioni politiche, e partitiche, all’epoca era tutto un proliferare di tesi su riforme sanitarie, di igiene pubblica e del lavoro, che precedevano di poco la legge di riforma sanitaria del 1978.

Comunque fosse, nel grigiore non solo meteorologico la lettura talvolta mi era di svago; trovavo divertenti gli esordi degli interventi in aula che spesso suonavano ad un dipresso così: ” non posso dichiararmi d’accordo col mio illustre preopinante…” il quale era evidentemente un deputato o senatore di parte avversa che aveva appena finito di preopinare.

Ora, non rimpiango né auspico il ritorno ai tempi in cui si opinava o addirittura preopinava, tuttavia penso che qualcuno dovrebbe spiegare al Talleyrand de noantri che ricoprire un ruolo diplomatico non significa , come si potrebbe credere da frequentazioni eccessive delle serie sui narcos, poter dire: ”Non mi potete far niente c’ho il passaporto diplomatico”, ma saper esprimere e forse più spesso saper celare le proprie posizioni, senza offendere l’altra parte, non far sfoggio di imbelli prove muscolari, ché spesso si rischia di sembrare quei cagnetti che abbaiano rabbiosamente a cani molto più grossi fidando nella robustezza dei rispettivi guinzagli. La raccomandazione che il suo più illustre collega- ad oggi perlomeno, ci aspettiamo grandi cose da un giovane di sì belle speranze- rivolgeva ai suoi addetti, “soprattutto niente zelo”, significa coltivare la misura, la mediazione, il saper dominare la propria vanità. Per cominciare.

Questo stesso sparare a casaccio, con grande spreco di munizioni e rischi di fuoco amico, si trova nell’informazione, la grande ancella del potere.

Sempre più spesso nei resoconti giornalistici di dibattiti, confronti di posizioni diverse ci si imbatte nel termine “asfaltare”: tizio asfalta caio, ed il terzo, la voce della stampa libera, fa uso di un termine di singolare rozzezza e sorda violenza. Del resto anche in campo accademico negli ultimi tempi, si è assistito allo sconcertante spettacolo di professori universitari che nei loro account twitter o facebook, i veri agoni delle coscienze contemporanee, danno libero sfogo ai più bassi istinti e modi insultanti verso politici e politiche (nel senso di donne) avversi. Ora, se dei poveri genitori fanno sacrifici per fare studiare il figlio, e portarlo financo alla carriera accademica, per poi dover assistere alla sua totale inettitudine all’insulto elegante e formalmente cortese, beh sono da compiangere. Non si può neppure dire che si comporti come uno scaricatore di porto, dopo che è comparso Puzzer, uomo dalla condotta e dal linguaggio estremamente sobri e misurati.

Sarebbe bene che l’accademico in questione, poiché certamente sa leggere (lo si evince dal fatto che scrive sui social), si andasse a rileggere la novella (IX della sesta giornata) del Decamerone, nella quale Guido Cavalcanti “dice con un motto onestamente villania a certi cavalieri”.

Di rissa in rissa, di insulto in insulto, si ha la sgradevole impressione che la capacità di argomentare, di articolare un giudizio stia venendo progressivamente meno, e che si assista al generalizzarsi della perdita della grammatica elementare del pensiero, un analfabetismo funzionale della parola ancor prima che del discorso.   

Non ho idea di quanti millenni siano stati necessari all’uomo per passare dai primordiali grugniti all’articolazione delle prime parole per giungere al pensiero astratto ma sembra che il viaggio di ritorno sarà molto più veloce.

In ogni modo potrebbe essere l’ora di un word checking, vale a dire la certificazione della congruità, per tacere dell’assennatezza, delle parole che usiamo per descrivere la realtà esterna, vera o falsa che sia.

Perché il fact checking è in sé stesso una bufala: è materiale inerte, un sasso che io butterei via ma che un gemmologo riconoscerebbe per un diamante grezzo.

Un piccolo esempio tratto dai manuali di storia: un orribile massacro, un eccidio può essere di 17 persone mentre perdite collaterali in tafferugli possono assommare a 60, 70 morti. E se questo capita in resoconti storici, si può immaginare cosa succeda nelle cronache giornalistiche.

Ai fatti si può far dire quello che si vuole, nessuno si preoccupa se le cose siano andate veramente in un certo modo, quello di cui eventualmente ci si rammarica è di avere sbagliato narrazione!

Siamo un popolo di allenatori, ma la prima regola metodologica dovrebbe essere quella socratica di convincersi di non sapere nulla in molti campi, e pochissimo in tanti altri. Ad esempio, non sono né virologa, né medico né biologa, per cui certamente non mi posso pronunciare sull’attendibilità di uno studio scientifico A sul vaccino né dell’opposto B, però dovrei coltivare  le doti di buon senso che in misura variabile son date a quasi tutti, per cui se i giornali riferiscono frequentemente di attacchi cardiaci in atleti giovani e giovanissimi, in misura significativamente maggiore che nei periodi prevaccinazione, e tenendo conto che i giornali non hanno mai manifestato l’intento di sottovalutare l’efficacia e l’innocuità del vaccino, bene allora sono confortata nel proposito di mettere la mia intelligenza in vigile attesa.

E così, per mettere alla prova il mio word checking, esamino il primo grande paradosso del Grande Racconto Sulla Guerra contro Mordor, alias Russia.

In un’epoca decristianizzata come la nostra, che elimina scientemente, direi quasi scientificamente ogni riferimento a Dio, siamo diventati tutti più buoni, e assistiamo al trionfo dell’irenismo più spinto. Viene il sospetto che sia la religione a rendere gli uomini più cattivi.

Proprio non possiamo sopportare questa vile aggressione e scopriamo attoniti che le bombe distruggono e lacerano e che le persone muoiono, e noi, che abbiamo filtrato il moscerino dei Balcani, del Libano, dell’Iraq, della Siria e ancora e ancora, non riusciamo a digerire questa guerra empia. Parlando esclusivamente ai e dei cattolici, educati forse in questo da una Chiesa, almeno da una parte della sua gerarchia, che negli ultimi decenni a proposito di circa una quarantina di milioni di aborti annui nel mondo (e in Italia di 6 milioni dal ’78 ad oggi) si è comportata come un ciambellano del celeste impero capace di far scivolare via nella massima discrezione il lieve rutto di una principessa di sangue reale, essi sono capaci con una tale trave nell’occhio ad impuntarsi a togliere quella che al confronto è una pagliuzza nell’occhio dell’orso russo.

Perché, i cattolici se lo ricordino, da quel “grumo inerte di cellule” può venire fuori solo un essere umano; non si lascino suggestionare da alcuni rappresentanti delle istituzioni che sembrano aver sviluppato caratteristiche da serpenti o topi di disneyana memoria: sono uomini anche loro. O perlomeno lo erano.

Poi, certo, si scopre che ciò che rende la guerra più o meno accettabile è il motivo per cui si fa, se è per portare democrazia, allora va bene e, sebbene venga deplorata in via di principio, non ci si agita troppo al riguardo. Su Dresda in due giorni nel febbraio del 1945, quindi a poco più di due mesi dalla fine della guerra e dall’annientamento dell’esercito tedesco, venne scatenato un bombardamento eccezionale, che provocò non meno di 40000 morti, tutti civili, secondo stime prudenti. Non mi sembra sia mai stata ventilata l’ipotesi di un processo per crimini di guerra; perché in fondo erano nazisti e un po’ se lo meritavano? Così come forse se lo sono meritato i civili ucraini russofoni del Donbass otto anni fa?

Il secondo grande paradosso è l’uso specifico del linguaggio. Mi spiego: sino a non molti anni fa, si sarebbero usati altri stilemi linguistici, tipo “decisioni dalle conseguenze incalcolabili”, “foriere di sviluppi di gravità eccezionale”, “avventate” “non adeguatamente motivate”, “pericolose, esiziali” e via alludendo e avvertendo. Ora no, presidenti di altissime istituzioni sovranazionali, primi e secondi ministri, politologi e il fior fiore degli analisti politici, al grido di “eh no, io dico pane al pane” si lasciano andare a parlare di guerra scellerata, invasione criminale, pazzia furiosa e cavoli, bisogna pur dare qualche esempio ed epurare qua e là, esattamente come bisogna educare i ragazzi a portare in aula la mascherina: serve meno che a zero, ma vuoi vedere come tempra il carattere?

La giustificazione di questa condanna, nella mitologica versione del “senza se e senza ma”, che ti fa sentire un guerriero tutto d’un pezzo, è il concetto che ha cominciato prima lui.

La maggior parte di noi è in qualche modo autorizzata a dire cavolate, ce lo consente lo status di ignorante, ma vedere i sedicenti (nel senso che se lo dicono da soli) esperti sparare sciocchezze come un miliziano del battaglione Azov fa un po’ specie. Ed è a loro che consiglio di ripassare un po’ la storia, di qualunque epoca ed area geografica. Ma se fanno fatica, posso ricordare loro due esempi, spigolati dai miei scarsi studi. Il primo viene dalla nostra storia risorgimentale, e precisamente dai primi mesi del glorioso 1859, quando il buon Cavour, in forza degli accordi stipulati con Napoleone III di alleanza puramente difensiva, aveva il problema di pungere con continui colpi di spillo l’Austria (il primo fu il discorso di inizio anno agli ambasciatori di Vittorio Emanuele) per provocarla. Il giovane Francesco Giuseppe ci cascò in pieno dichiarando guerra al Piemonte e perdendo così la Lombardia e vari ducati, grandi e piccoli, già sotto la sua influenza.

Il secondo esempio è ancora più eclatante: un decennio dopo, Bismarck, che ha appena costituito la confederazione germanica in alternativa all’impero asburgico ma che si trova a dover fare i conti con la riottosità e le spinte centrifughe degli Stati del Sud, ha la grande idea di impegnarli nella guerra comune alla Francia. Solo che questa è divenuta incredibilmente mollacciona e non reagisce come lui vorrebbe. Perciò ha la bella pensata di far trapelare (vizio antico) alla stampa un resoconto artefatto dell’incontro tra il Kaiser e l’ambasciatore francese presentandolo come un’umiliazione per l’Impero francese: il drappo rosso sventolato davanti al toro gallico ottiene in pieno il suo effetto. Sotto la spinta dell’opinione pubblica francese inferocita, Napoleone è costretto a dichiarare guerra, e così la Francia perderà l’Alsazia e la Lorena, Napoleone III il trono, e i francesi dovranno pagare un’indennità fortissima di guerra; altro che meno docce.

Morale: puoi obbligare chiunque a dichiararti guerra e se vuoi la guerra basta che agiti una fialetta placebo. Sarà la Storia -forse- a stabilire se Putin abbia fatto una scelta strategica sbagliata, se avesse altre opzioni per liberare la Russia dalla morsa che si stava stringendo sempre più. Tutto è discutibile, ciò che è risibile è raccontare la storia in termini favolistici, i buoni e il cattivo. Ed un autocrate a viso scoperto è forse peggio del democratico che ti impone, sempre per il tuo bene, di pensare come vuole lui, ti censura i libri e i film per bambini, sempre per il loro bene?

Ultima noterella: se ci si prova a citare Papa Leone I che ferma Attila, Ambrogio che costringe l’imperatore Teodosio a chieder perdono, il sogno di Costantino, le Crociate a difesa del Santo Sepolcro si viene sommersi da grasse risate: tutto deve essere spiegato in termini di Real Politik.

Su questa questione invece pare che tutti siano diventati quaccheri.

 

 


 

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