Le_avventure_di_Pinocchio-pag217

 

 

di Giovanna Ognibeni

 

Domenica, due del pomeriggio nello spazio assolato antistante il capolinea di Villa Costanza a Firenze, un’orrenda cacofonia di suoni stridenti, metallici e ripetuti monotonamente mi assale suscitando in me il riflesso pavloviano di lamentare l’estensione della cittadinanza anche alle tradizioni sonore del tutto ignare di armonia e contrappunto: ecché? fa un caldo boia, sono in piedi e mi devo sorbire il quartetto andino, dovrebbe intervenire la vigilanza, eccetera eccetera, in un crescendo emotivo pericoloso se non altro per le mie coronarie. Di lì a poco vengo a sapere che si tratta di un evento nell’ambito del Decibel Open Air 2023, festival della musica elettronica, onestissimo almeno nell’intitolazione.

Proprio ora che, propizi gli dei, l’uso del termine ‘narrazione’ sta felicemente declinando nei conversari, ecco che mi torna utile maneggiarlo, perché rappresenta icasticamente l’asimmetria tra la realtà e la narrazione-interpretazione di essa: quello stridore insopportabile, quale neanche mia figlia al primo anno di violino, è divenuto parte significativa di un festival, si potrebbe supporre per orecchi raffinati e spirti eletti.

Del resto, questa non-complanarità degli accadimenti e delle parole può sola spiegare l’urtante assurdità dell’attuale pubblico discorso sul Covid: mentre la stragrande maggioranza della gente sembra (per ora!) fregarsene del ritorno dello Jedi Parte XII, conosciuto come variante ”vediamo come si comporterà”, vuoi perché tutti i vaccinati se lo sono fatto almeno due volte e la maggioranza dei non vaccinati una volta, vuoi perché ci si abitua a tutto, i politici e i Grand Commis delle Case Farmaceutiche, già conosciuti dal grande pubblico come scienziati, dal loro iperuranio si sporgono compassionevoli ad ammonirci ed esortarci alle future progressive iniezioni, e più emergono dati sull’inefficacia del vaccino e delle mascherine, sugli effetti letali di quello, sul criminale pressappochismo di aziende ed organi di controllo, con maggior pervicacia ci minacciano di estendere le vaccinazioni. Come nei film polizieschi in cui l’eroina esasperata o il cattivo scaricano tutte le pallottole nel corpo del già defunto, Dio non volesse che dopo 5 pallottole nel cranio rinvenisse.

Ora mi tocca citare anch’io l’aurea massima “Est modus in rebus”, arrivando per seconda (fregata sul tempo). Ma siccome viene dalla prima Satira di Orazio, scritta circa trent’anni prima della nascita di Cristo, mi sento libera di farlo.

Modus è certamente modo, misura, termine ma anche ritmo, regola musicale, norma. Dal modus discendono quindi l’ordine e l’armonia.

La massima di Orazio era portatrice di una saggezza diremmo media, comunemente accettata sulla base della constatazione dell’ovvio e naturale accadimento delle res, il prodotto dunque di una Ragione naturale formata ed educata per secoli dal pensiero greco-latino. Saggezza tutta mondana, senza l’ausilio della Grazia, non è inutile sottolinearlo. Frutto di un’epoca giunta ad una gloriosa fioritura del sapere e dell’arte.

Poco dopo sarebbe stata eretta l’Ara Pacis ma ancora un po’ dopo la solare certezza dell’imperatore Augusto sarebbe stata infranta dalla batosta fenomenale che le sue legioni subirono dai Germani di Arminio, già comandante di truppe alleate (ma qui entriamo nel campo minato del complottismo puro), nella foresta di Teutoburgo.

Beh, credo che l’Occidente oggi abbia già avuto la sua Teutoburgo e che anche a noi siano state distrutte le legioni del Pensiero e della Ragione. Ora il modus in rebus non esiste più e quello che nella fiaba di Andersen, “I vestiti nuovi dell’Imperatore” era un apologo sull’ipocrisia e cortigianeria è divenuto letteralmente vero.

Di più, oggi l’imperatore continua a camminare imperterrito.

Se ci chiediamo il perché e come si sia arrivati a questo punto, ci troveremmo nella situazione di chi volesse sbrogliare un gomitolo di lana pelosa: in alcuni punti il nodo è inestricabilmente stretto a causa di tutta la peluria che rende impossibile la separazione e l’identificazione del filo principale. Possiamo scegliere con un po’ d’arbitrio un punto in cui l’intreccio è più visibile, ad esempio al momento in cui il pensiero naif di Aristotele e compagnia – il logos deve unire ciò che è unito in natura e disgiungere ciò che in natura è disgiunto – viene capovolto. Per tutta la filosofia classica l’inizio è nell’Essere e tutto discende, si genera e si muove a partire da lì: Agere sequitur Esse (tranquilli, il mio bagaglio di citazioni latine è in realtà una trousse da viaggio). Alla fine del Settecento l’Illuminismo genera anche questa rivoluzione, il rapporto tra Essere ed esistere è rovesciato nella trionfale ouverture di Idealismo,  Romanticismo, Sturm und Drang, il Viandante sul mare di nebbia (visione consolatoria per il turista che, salito in alta montagna in ciabatte e perso il sentiero, vede alzarsi la nebbia mentre il cellulare è scarico) e via via immagini fascinose e seducenti. È l’Io che crea tutto, vuoi che alla fine il tuo Io personale non possa decidere in autonomia il genere?

La Ragione di Dio, la Sapienza “che era presente quando creavi il mondo” che “tutto conosce e tutto comprende” venne detronizzata e sull’altare di Notre Dame Paris apparvero attrici e ballerine simboleggianti la Dea Ragione (oggi validamente sostituita dalla Pachamama). Si affievolirono gli ardori rivoluzionari, ma sull’impianto ideologico non venne sparso il sale, come consigliavano gli antichi per non far nascere mai più le male piante, e la crescita proseguì in tono minore: all’albero della Libertà si preferirono gli arbusti bassi. Il pensiero si frammentò in dosi omeopatiche e venne, ed è diffuso nel sentire comune, così da portarci a pensare tutti allo stesso modo. L’effetto imitativo è tanto efficace quanto sorprendente: schiere sterminate di donne in pochi anni sono state convinte a cercare un compagno “che le facesse ridere” (la vita di coppia come un perenne Zelig).

Ecco il perfezionamento della tecnica rivoluzionaria, lì dove fallirono i Robespierre e poi i Lenin: perché sterminare i Vandeani? È più economico e sicuro convincere l’intera Vandea ai nuovi culti. Ed è quello che è stato fatto negli ultimi sessant’anni, ormai i popoli dell’occidente sono stati promossi alla Scuola Media del Nuovo Ordine.

Ora consentitemi di collegare le sciocchezze scritte ieri con quelle di oggi e di domani, perché i mutamenti dei nostri gusti, usi e costumi sono i fondamenti di questi nuovi saperi.

Nel contributo precedente sulla moda, certamente non volevo dire che “signora mia, si stava meglio con un vestito indosso e l’altro nel fosso”, ma sottolineare il fatto che da decenni ci viene detto che l’eleganza è ormai democratica, acquistabile a 5 euro da Primark.

Un tempo l’abito diceva la nostra posizione nel mondo, una sorta di divisa d’appartenenza, oggi ci è venduto sotto il falso pretesto di essere strumento di affrancamento sociale e possibilità di realizzare la nostra identità profonda, non più ciò che siamo ma ciò che ci piacerebbe essere (e arrivi sparato al transgender).

Il successo di questa tattica è stato potentemente rafforzato dalla diffusione degli outlet: anche prima, negli anni’70, ’80 esistevano nella forma di spacci aziendali cui accedevi con la tessera prestata dal collega, o col passaparola, ma è da fine degli anni ’90 che è esploso il fenomeno degli outlet, che non a caso nell’architettura e nella toponomastica (Corte di qui, Corte di là) richiamano atmosfere alla Mulino Bianco.

Con questo artificio psicologico – qui risparmi ma ti senti a casa – e con la gratificazione di una coscienza pulita, perché sì hai speso tanto, ma vuoi mettere quanta roba hai comprato? si creano illusioni e dipendenza; specchietti per le allodole nomi di moda, Ralph Lauren. Calvin Klein, e nomi che li riecheggiano, il trionfo dell’ecopelle e dell’ecologico, in altri termini sostanzialmente “caviale” di lompo.

Ma questi espedienti tecnico-tattici (per dirla alla Capello) non si sono limitati alla sfera modaiola e datano tutti curiosamente all’ultimo decennio dello scorso millennio.

Ad esempio la stessa tattica ha connotato un’altra area del non necessario, il viaggiare, magari senza perché ma anche senza se e senza ma. Così voli low cost e alberghi last minute. Vale a dire potevi viaggiare in aereo anche a 10 euro, agli inizi c’erano voli Londra (più esattamente Stansted a 60 Km dalla metropoli) – Orio al Serio a 5 euro! o soggiornare in albergo ad un terzo del valore di mercato in stanze in cui lo sciacquone regolarmente non funzionava e con vista a tre metri dalla parete in cemento grigio.

Anche un aspetto necessario del nostro vivere, il cibo, è stato coinvolto in questa rivoluzione culturale di maoistica memoria e precisamente nel trasformarlo in un’esigenza di lusso e di prestigio.

Come in quegli stessi anni il viaggio di nozze a Venezia o nella costiera amalfitana diveniva terribilmente out e tutte le coppie andavano a Cuba (più engagé dei generici Caraibi), così anche a tavola – nel ristorante o nelle cene con amici – iniziava il processo ad oggi consolidatosi di rendere imperativa la moda del reinterpretare le vecchie noiose ricette, aggiungendo q.b. amaranto, quinoa, radici di genziana; i cuochi diventati chef sono sempre più degli assemblatori di ingredienti (le dernier cri è però quello di scomporre i piatti), comune cifra stilistica sono gli spaghetti arrotolati e i ghirigori di salse verdi  o gialle, vagamente evocanti tracce di volatili.

Se volessimo continuare nella metafora bellica dell’operazione “cambio di mentalità”, la cavalleria posizionata ai fianchi è stata la televisione con la moltiplicazione delle trasmissioni di cucina e pasticceria, nelle versioni di concorso, affabulazione, complicità tra incapaci, suore e monaci. Ci estenuiamo come bevitori di assenzio davanti a piatti minimal e alla trovata di mettere il dessert a cucchiaio nei vasetti di conserva delle nonne (l’originalità diviene immediatamente luogo comune).

Abbattitori di temperatura o celle di lievitazione, per la modica spesa intorno ai 500 euro, sono gli imprescindibili strumenti per i proliferanti Escoffier e Artusi. Anche del necessario nutrirsi e del millenario rito del condividere il cibo è stato cambiato il senso, ed è divenuto la ribalta per ego ipertrofici. Ormai abbiamo “scollinato” il crinale delle esigenze di base: il sudore della fronte e i dolori del parto sono bypassati alla grande!

Insomma, non dobbiamo più fare fatica, né per prendere un diploma, né per alzare i vetri dell’auto, dobbiamo solo prendere i frutti che spontaneamente ci si offrono e soddisfano la nostra vanità. Anche per lo spirito siamo foraggiati: visite guidate ai musei che ci forniscono un sacco di dati ininfluenti e inutili ma che rientrano nel prezzo pagato, ci dicono che libri dobbiamo leggere e ci rimpinzano di serie televisive.

Il matrimonio dura sino a quando i colori sono smaglianti, appena sbiadiscono si cambia, e verrà presto il giorno in cui si metterà in vendita su Vinted.

La gente, noi casualmente, è ingozzata come oche di oggetti, di desideri, di sensazioni primordiali. Oche all’ingrasso.

O, se vogliamo una metafora più raffinata, possiamo ricorrere a un racconto distopico, in anticipo di cinquant’anni e più su Huxley e Orwell: Le Avventure di Pinocchio. Storia di un Burattino. Che dire delle figure del Gatto e della Volpe che convincono il burattino a seminare gli zecchini? Il denaro che genera altro denaro. O criptovalute.

Intanto noi siamo già arrivati con Pinocchio e Lucignolo al Paese dei Balocchi, dove “non vi sono scuole, lì non vi sono maestri, lì non vi sono libri. In quel paese benedetto non si studia mai. Il giovedì non si fa scuola, e ogni settimana è composta di sei giovedì e di una domenica”. Con la disturbante sensazione che i nostri sei mesi di bagordi stiano sgocciolando alla fine. E che i nostri Omini di burro non sorridano più mentre agitano la frusta. Tra l’altro ora mettono in ginocchio le industrie tessili, ci consigliano il mercato dell’usato e ci dicono di scordarci i viaggi ed anche la fiorentina.

Forse è l’ora di riconoscere che noi occidentali siamo stati ridotti a plebe, talvolta a plebaglia, senza neppure corrispondenza col nostro status economico e sociale. Nella Roma imperiale, quando incominciavano a saltare le forme della convivenza civile e politica, la plebe era un formidabile strumento nelle lotte di potere e perciò trattenuta e mantenuta con “panem et circenses” oggi sostituiti, o più esattamente, rappresentati da Reddito di Cittadinanza e serie Netflix a sfare.

Non vorrei spoilerare il finale delle mie riflessioni, ma penso proprio che da quando l’uomo ha ucciso Dio non può più immaginarsi vivo per l’eternità e non sente più su di sé lo sguardo paterno che gli certifichi, lo renda certo di valere. Dalla prima conseguenza nasce l’ansia terribile della morte, che attanaglia i ricchi e super ricchi (per un povero un’eternità di bollette da pagare non risulta poi così appetibile), fa spendere a Bezos un sacco di soldi ed induce tanti a trasfusioni di sangue giovane, novelle Contesse Bathory– tanto per significare quanto siamo progrediti.

La seconda conseguenza spinge tutti a parossismi autocelebrativi: poiché ognuno di noi è più o meno un settemiliardesimo dell’intera umanità, eccoci a starnazzare a più non posso per dire che ci siamo.

E che tutto giri intorno a noi.

 



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