Abbiamo già parlato del raid che la gendarmeria vaticana ha effettuato negli uffici della Segreteria di Stato vaticana. Sono seguite le dimissioni del comandante della polizia vaticana Domenico Giani. Tanti gli interrogativi. Ce ne parla Edward Pentin in questo articolo pubblicato su National Catholic Register.

Eccolo nella mia traduzione.

 

Domenico Giani e l'allora arcivescovo Angelo Becciu

Domenico Giani e l’allora arcivescovo Angelo Becciu

 

Le dimissioni del comandante della polizia vaticana Domenico Giani avvenute lunedì erano attese da tempo, ma i retroscena della sua rimozione rimangono avvolti da intrighi e mistero

Il Vaticano ha annunciato oggi la sostituzione di Giani, [prende il suo posto] Gianluca Gauzzi Broccoletti, che è in servizio nel corpo di polizia vaticano dal 1995 ed è stato nominato vice di Giani l’anno scorso.

Un ex ufficiale della Guardia di Finanza e del Servizio Segreto Italiano, Giani, 57 anni, ha portato una grande esperienza e contatti al suo ruolo quando è stato assunto da Papa San Giovanni Paolo II 20 anni fa. Ha effettivamente servito come capo guardia del corpo del Papa, conquistando la fiducia anche di Benedetto XVI e di Papa Francesco e proteggendo i successori di Pietro in quasi 70 visite apostoliche, comprese alcune altamente pericolose (in particolare la visita di Benedetto in Turchia nel 2006 nel mezzo delle ricadute islamiche a causa del suo discorso di Ratisbona e la visita di Papa Francesco nella Repubblica Centrafricana devastata dalla guerra nel 2015).

Secondo quanto riferito, un cattolico attivo e devoto a San Francesco d’Assisi, Giani ha detto ai media vaticani che ha usato tutte le sue energie per svolgere “il servizio a me affidato” e che ha cercato di farlo con “abnegazione e professionalità, ma con calma, come ci ricorda il Vangelo di due domeniche fa, un ‘servo inutile’ che ha fatto la sua piccola parte fino alla fine”.

Ecco perché il presunto motivo delle sue dimissioni – la fuga [di notizie] dei nomi di cinque funzionari vaticani sospesi dopo un’incursione della polizia vaticana del 1° ottobre, per la quale il Vaticano ha detto che “non ha alcuna responsabilità personale” – sta confondendo gli osservatori vaticani e sollevando una serie di domande.

La nota riguardante i cinque funzionari, un monsignore e quattro laici, era destinata ad uso interno, ma è trapelata alla rivista italiana L’Espresso, che ha debitamente pubblicato le informazioni. Il Vaticano ha deplorato la pubblicazione dei nomi dei funzionari, dicendo che i cinque sono stati sottoposti a “gogna mediatica” nonostante le indagini in corso che non hanno ancora stabilito alcuna cattiva condotta da parte loro. Papa Francesco avrebbe definito il rilascio dei nomi “peccato mortale”. La fonte della fuga di notizie non è stata ancora identificata.

Il clamore crescente ha portato ad un senso di inevitabilità che qualcuno avrebbe dovuto assumersi la responsabilità, e gli occhi si sono quindi rivolti a Giani, nonostante la sua dichiarata innocenza per qualsiasi coinvolgimento diretto nella fuga di notizie.

 

Altre possibili ragioni

 

Eppure la sua partenza arriva dopo mesi di chiacchiere a Roma sul fatto che l’ex ufficiale dei servizi segreti italiani fosse “in partenza” e qualche sorpresa per il fatto che aveva mantenuto il suo lavoro per così tanto tempo.

“Il motivo per cui si è dimesso è falso”, ha detto una fonte informata. “Non sono riusciti a trovare una buona ragione per licenziarlo, non hanno voluto rivelare le ragioni interne per farlo, e così hanno usato questa storia come un facile strumento per farlo uscire”.

Fonti anonime hanno citato una serie di motivi, uno in particolare perché era troppo strettamente legato alla “vecchia guardia” e coinvolto nella resistenza alla pulizia della corruzione finanziaria e di altro tipo in Vaticano.

Questo aspetto è stato messo a fuoco durante il licenziamento del primo revisore generale del Vaticano, Libero Milone, nel 2017. Milone disse ai media al momento che era stato espulso dopo aver avviato un’indagine su un possibile conflitto di interessi che coinvolgeva un non identificato cardinale italiano.

Disse che i suoi telefoni erano stati intercettati e i computer hackerati e che il cardinale Angelo Becciu (allora sostituto, vice segretario di Stato) aveva detto a Milone di dimettersi sulla base di un’indagine della polizia vaticana durata sette mesi.

Il cardinale Becciu sosteneva all’epoca che Milone “stava spiando la vita privata dei suoi superiori e del personale, me compreso,” e che se non avesse “accettato di dimettersi, l’avremmo perseguito”.

Ma Milone disse che i fatti che gli furono presentati la mattina del suo licenziamento “erano falsi, fabbricati” e che era “sotto shock”, perché “tutte le ragioni” addotte per il suo licenziamento “non avevano alcun fondamento credibile”.

“Sono stato minacciato di arresto”, ha detto, aggiungendo che Giani “mi ha intimidito per costringermi a firmare una lettera di dimissioni che avevano già preparato settimane prima”.

Milone ha anche detto di sospettare che il suo licenziamento forzato fosse legato all’incriminazione del cardinale George Pell, allora prefetto della Segreteria vaticana per l’economia, con accuse di abusi sessuali in Australia, dato che i due eventi si sono verificati nel giro di una settimana l’uno dall’altro. Entrambi stavano scoprendo ampie prove di cattiva gestione finanziaria dell’epoca.

L’anno scorso il Vaticano ha ritirato tutte le accuse contro Milone.

Anche i legami di Giani con il Cardinale Becciu sono significativi, dato che è stato il Cardinale Becciu che ha contribuito a porre fine alla prima revisione esterna del Vaticano da parte del gigante della revisione PwC nel 2016.

L’audit (cioè il lavoro della PwC, ndr) e i suoi costi erano stati concordati dal Cardinale Pell e dal Consiglio per l’Economia, ma il Cardinale Becciu ha sostenuto che non erano state effettuate sufficienti consultazioni sulle spese e sospese unilateralmente l’audit dopo soli quattro mesi.

Ora arriva il recente raid sulla Segreteria di Stato, effettuato da Giani su ordine dei pubblici ministeri vaticani, che, come riporta il National Catholic Register, era rivolto principalmente al cardinale Becciu e ai precedenti impiegati del dicastero.

L’Espresso ha riferito di essersi concentrato sull’uso improprio di Peter’s Pence e su una dubbia operazione immobiliare londinese. Il Financial Times di questa settimana ha rivelato di più su quest’ultima, in particolare che 200 milioni di dollari in conti bancari svizzeri controllati dalla Segreteria di Stato sono stati utilizzati nel 2014 per finanziare uno sviluppo immobiliare di lusso nel quartiere londinese di Chelsea. Il Financial Times ha riferito che l’immobile ha generato grandi profitti per una società che gestiva anche l’investimento per la Santa Sede, mentre il cardinale Becciu era sostituto. (Si dimette da quell’incarico il 29 giugno 2018, un giorno prima di essere elevato al rango di cardinale e successivamente è stato nominato prefetto della Congregazione delle Cause dei santi).

 

Il gioco del potere vaticano

 

La domanda principale che ci si pone, oltre alle domande sulla cattiva condotta finanziaria, è la seguente: perché la Segreteria di Stato si occupava di beni immobili? Tutti i beni immobili della Santa Sede sono di competenza di un altro dicastero, l’Amministrazione del patrimonio della Sede Apostolica (APSA).

Il cardinale Becciu ha detto al National Catholic Register il 12 ottobre che ha preferito “tacere e lasciare che la giustizia faccia il suo corso. Certo, la verità verrà fuori”.

Giani non è sospettato di essere coinvolto in quella vicenda, ma la sua vicinanza al cardinale Becciu e la sua collaborazione con lui è al centro della discussione, così come altri elementi legati all’ex comandante della polizia vaticana, cioè che era diventato “troppo potente”.

Scrivendo sulla rivista italiana Start Magazine del 14 ottobre, Andrea Mainardi ha osservato che Giani ha indagato “questioni di sesso e droga, di dipendenti sleali e, soprattutto, di denaro” durante gli scandali “Vatileaks” del 2012 e 2015.

Numerose fonti, sotto la condizione di anonimato, hanno detto al Register negli ultimi mesi che Giani sapeva “tutto di tutti” ed era ampiamente riconosciuto come “l’uomo più potente del Vaticano” – tanto che alcuni addetti ai lavori vaticani direbbero che anche il Papa e il Cardinale Pietro Parolin, il Segretario di Stato vaticano, fossero “spaventati da lui”.

Anche il Register ha spesso sentito negli ultimi anni accuse secondo cui le sedi vaticane, in particolare nella Segreteria per l’economia, erano pesantemente intercettate. Oltre che nell’ufficio dell’auditor generale, due dispositivi sarebbero stati trovati negli uffici del cardinale Pell. Giani e i suoi ufficiali li avrebbero messi lì, dicono le fonti.

L’ex comandante era “tanto controverso e criticato quanto stimato e amato, e quindi odiato”, scriveva Mainardi, che alludeva anche al discutibile ampliamento e ristrutturazione di un appartamento vaticano dove Giani vive con la moglie e i figli. Giani, ha scritto, è “nel mirino di un gioco di potere vaticano che deve essere decifrato”.

Ha davvero a che fare con la fuoriuscita dei nomi dei cinque funzionari vaticani, o con la frizione tra la Segreteria di Stato e i dipartimenti finanziari del Vaticano? O è perché Giani sapeva davvero troppo della corruzione in Vaticano, rendendolo troppo potente? 

Le sue dimissioni potrebbero anche avere qualcosa a che fare con la pubblicazione di un nuovo libro la prossima settimana da parte del giornalista investigativo italiano Gianluigi Nuzzi, che minaccia di annunciare un altro scandalo Vatileaks.

Il Register ha chiesto a Giani di commentare le ragioni delle sue dimissioni, ma al momento della pubblicazione [di questo articolo] non non aveva risposto.

 

 

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