di Massimo Lapponi

 

  1. Friedrich Wilhelm Förster contro tecnicismo e intellettualismo.

 

Il Förster critica la società e in particolare l’educazione moderna per il loro tecnicismo e intellettualismo. Puntando tutto sul conseguimento del dominio dell’uomo sulla natura, la società moderna non si accorge di scatenate sempre più gli istinti di godimento dell’uomo, con tutti i loro strascichi di egoismo e di violenza. D’altra parte curando nella scuola soltanto la formazione intellettuale dei giovani, nell’illusione che la formazione morale non sia che una conseguenza di quella intellettuale, essa trascura ciò che più conta: la formazione del carattere. Come risultato abbiamo un profondo squilibrio: tentazioni ed eccitazioni sempre più forti e forze di resistenza sempre più deboli.

Ma leggiamo alcuni testi del Förster.

“La moderna civiltà” egli scriveva nel 1904 “in tutta la sua essenza è soprattutto una civiltà tecnica; nella più gran parte delle sue manifestazioni vitali domina la sforzo diretto ad investigare e a domare la natura esterna.

“La civiltà del medio-evo invece si fondava essenzialmente sulla cura della natura interiore dell’uomo… Il rivolgere i pensieri dell’uomo all’accessorio è la caratteristica d’ogni civiltà puramente mondana; e noi ci troviamo oggi appunto al colmo d’una civiltà siffatta. Noi guardiamo giù alle rovine dei vecchi simboli della vita interiore, ed esaltiamo i monumenti della nostra signoria sulle cose esterne. Celebriamo l’età nostra perché col telegrafo e col telefono, colle ferrovie e coi celeri transatlantici ha unito fra loro gli uomini con mille nuovi fili; ma in realtà tutte queste cose finora non ci hanno che maggiormente straniati gli uni dagli altri; perché nella furia affannosa della vita moderna non ci rimane più calma sufficiente per riflettere sopra noi stessi e sui nostri simili, e così nei nostri vicendevoli rapporti diveniamo sempre più ciechi ed eccitati – e sempre più ci andiamo allontanando da quell’interno raccoglimento, nel quale soltanto può venire a noi la pace con gli uomini… in mezzo a questa nostra grande età delle scoperte siamo interiormente in molte cose impoveriti, non abbiamo trovato alcun metodo nuovo per vedere per entro all’anima umana… Ogni giorno s’inventano mille nuovi mezzi di soddisfacimento: ma i bisogni si vanno l’uno all’altro accavallando, e così il rapporto fra il pretendere e il conseguire rimane in eterno lo stesso – è andata perduta solo la facoltà della discrezione.”[1]

Si può dissentire sull’affermazione che al tempo in cui il Förster scriveva ci si trovasse “al colmo di una civiltà” tecnica ed esteriore, perché il colmo per il momento l’ha raggiunto la società odierna; ma in forza di ciò bisogna concludere che le sue osservazioni valgono per i nostri tempi assai più che per i suoi, e questo non nonostante, ma proprio a causa dei più recenti rivolgimenti nel campo della tecnica e dell’elettronica – e lo stesso vale per quanto riporteremo o riferiremo in seguito.

La riflessione del Förster sui problemi della civiltà “tecnica” e del suo allontanamento dai problemi più veri dell’uomo è durata più di mezzo secolo e, per quanto è si detto della sua attualità, vale la pena riferirne più dettagliatamente.

 

  1. La civiltà tecnica e il mito di Prometeo.

 

Riassumeremo ora un capitolo della stessa opera ora citata – che, come abbiamo detto, nell’originale tedesco risale al 1904 – intitolato I pericoli della civiltà tecnica, che si ispira all’antico mito di Prometeo.

Il discorso è rivolto a giovani liceali prossimi alla maturità. Il Förster incomincia coll’osservare che tutti siamo portati a dar ragione a Prometeo contro Zeus: “che saremmo infatti senza il fuoco?”[2]

            Ma qual è dunque la ragione della collera degli dei contro il titano? Per rispondere l’autore fa riferimento alla poesia popolare e alla mestizia che spesso l’accompagna, nella quale è dato vedere una concezione tragica della vita, più profonda e vera di quella dell’uomo colto. Ora la poesia popolare ammira sì l’eroe, ma nello stesso tempo mostra ribrezzo ed orrore per l’orgoglio titanico e per l’allontanamento dell’uomo dall’umiltà e dalla limitazione di se stesso. Nell’antichità questa coscienza era espressa dal coro. Nella leggenda medievale di Faust vi è la timida ammirazione per l’eroe accompagnata dalla certezza che il ribelle è votato all’inferno[3]: la sua azione non appartiene al dominio di una vita veramente creatrice.

            Lo stesso pensiero è al fondo della leggenda di Prometeo: mentre il nostro io più superficiale si compiace dei successi esteriori nella lotta per le necessità più urgenti della vita, nelle profondità dell’anima “non si vede soltanto lo smisurato contingente di forza e di vita apportato nella società umana dalla signoria sulla forze naturali, ma si presenta altresì con profondo orrore lo smisurato orgoglio che invaderà gli uomini all’apogeo della loro potenza, e la sfrenata cupidigia che verrà in loro scatenata dalla possibilità di disporre a piacimento del mondo delle forze.”[4]

            Al tempo degli inizi della grande industria tra gli operai inglesi nacque la canzone del re vapore, il quale avanzando e travolgendo ogni cosa finiva per causare la propria rovina. Così nella leggenda di Prometeo si è creata l’immagine dell’uomo titanico che vuole farsi padrone degli elementi, ma che alla fine, per effetto della sua stessa libertà senza limiti, ne diventa schiavo. L’avvoltoio che lo divora rappresenta i suoi appetiti insaziabili e Pandora “incarna l’illusione che trae in inganno l’uomo titanico, l’illusione che il soddisfacimento inesauribile di sempre nuovi bisogni sia realmente un dono di Dio, una garanzia del moto ascensionale umano, mentre in realtà dal suo vaso” dei desideri “riversa sul mondo uno spaventevole esercito di mali.”[5]

            La leggenda non afferma che la signoria dell’uomo sugli elementi sia soltanto apportatrice di mali. Ciò che in essa desta orrore è il fatto che Prometeo ha conquistato il fuoco contro l’ordine di Zeus, il quale rappresenta “quell’ordinamento superiore della coscienza e della moderazione, che esige dal singolo il sacrificio degli istinti e del capriccio sfrenato. Quel che v’è di titanico nella natura umana, la sua energia spirituale e sociale, che si concentra sulle cose terrene, ha messo nelle mani dell’uomo una potenza inesauribile, e ciò ha eccitato potentemente in lui un’arrogante sicurezza di sé, e una smisurata cupidigia: ecco a che cosa vuole profeticamente alludere la leggenda allorché dice che il fuoco venne conquistato in un’orgogliosa ribellione alle supreme verità della vita. E di qui appunto la visione della leggenda fa nascere la tragica sorte che tocca in seguito al Titano: il potere sui beni della terra, senza il pio ossequio alle potenze celesti, non fa che ridurre l’uomo nel più abbietto servaggio, sotto la tirannia”[6] dei suoi istinti più materiali.

            “Ed ora considerate un po’ con calma la vita presente, guardate l’accumularsi di colossali ricchezze, guardate il mondo tutto dei godimenti, che ogni giorno s’accresce, guardate la morale da padroni che dappertutto si fa strada, ed eleva sull’altare il ‘diritto di godere’; e poi chiedete a voi stessi: Non è questo dunque Prometeo sulla rupe, dilaniato dall’avvoltoio?” [7]

            Eschilo, che fa dire da Efesto a Prometeo: “Troppo ricchi doni tu facesti all’umanità”[8], non considera la punizione del titano un capriccio degli dei, ma vi vede rappresentata la sorte di una civiltà in cui l’uomo, inebriato dal suo potere sugli elementi, perde ogni spirito di sottomissione alle potenze invisibili della vita e perciò diviene schiavo delle proprie inferiori passioni.

            Ma Eschilo predice anche il liberatore, “l’eroe divino che alla forza congiungerà l’umiltà, e alla pienezza della vita la volontà della rinuncia. Quando il Titano che si cela nell’uomo avrà sofferto abbastanza a causa della sua smoderatezza, allora sospirerà di nuovo di redimersi dall’arrogante egoismo, e di immedesimarsi piamente con le potenze della vita superiore.”[9]

            Questa leggenda ha una profonda attualità. L’opera titanica di assoggettamento della natura, di conquista per l’utilità dell’uomo della forze del cielo e della terra ci coinvolge tutti. “E a tutti noi viene offerto il vaso di Pandora con l’insaziabile moltitudine dei godimenti attuali e dei sogni di godimenti avvenire.”[10] In questa lotta il materialismo pratico, l’isolamento egoistico, l’avvoltoio dei desideri ci minacciano tutti. “Consideriamo questa leggenda… come un profondo ammonimento, che ci risuona dalla notte dei tempi e dalle prime forti esperienze dell’albeggiante civiltà: l’ammonimento che solo alleandosi col potere della coscienza e della mansueta moderazione può il Titano condurre l’uomo ad elevarsi veramente al di sopra della materia!”[11]

            Ma quegli scienziati che, con un supremo sacrificio della vita personale, si sforzano di strappare alla natura i suoi segreti, non sono un esempio di disinteresse e di impegno spirituale?

            Indubbiamente vi sono stati e vi sono quelli che, con abnegazione ammirevole, hanno aperto nuove vie per l’economia umana.

“Ma questo vuol forse dire che le smisurate ricchezze prodotte colla cooperazione di queste forze ideali siano anche diventate realmente una benedizione per l’umanità, e non invece soprattutto una spaventevole tentazione al materialismo pratico e alla caduta dello spirito nel comfort? E se sui culmini del lavoro spirituale l’anelito verso nuove conoscenze genera sublimi esempi di disinteressata dedizione, con ciò è forse anche detto senz’altro che anche il possesso di questo sapere, che sveglia nell’uomo una soverchia sicurezza di sé, e fortemente lo tenta all’orgoglio, e senza tregua gli dischiude nuove fonti di godimento, diventi nella gran massa dell’umanità una fonte di vera civilizzazione? Se il minatore mette a repentaglio la vita per estrarre l’oro dalle viscere tenebrose della terra, ciò vuol forse anche dire che quest’oro portato alla superficie della terra serva alla vita superiore dell’anima?

“Proporsi questi quesiti è risolverli. E non vediamo noi oggi come sempre più alta s’elevi la fiumana della sfrenata e brutale cupidigia, e cerchi di travolgere nella crescente mancanza di carattere anche i lavoratori dell’intelletto e della tecnica; e come tutto questo indirizzo materialistico della vita e la concezione edonistica del mondo a poco a poco e in ogni cosa tendano a sostituire motivi inferiori all’ideale abnegazione?”[12]

A questo punto il Förster pone in bocca ai giovani liceali la domanda: cosa dobbiamo fare per serbarci fedeli ad una vita superiore? E risponde: tenete presente la grandezza del pericolo, guardatevi dall’idolatria del puro sapere, la quale vi farebbe dimenticare la formazione del carattere, che è la cosa assolutamente più importante, non disprezzate mai, ma al contrario imitate le anime consacrate, “apportando nella vita quotidiana e nella libertà un poco di quell’autodisciplina, di quella calma e di quell’umiltà che santificaron la lor vita,”[13] invece dello sport fisico praticate la rinuncia e la temperanza, senza le quali non si è veramente liberi.

 

  1. Dominio esteriore e dominio interiore.

 

Da quanto abbiamo riferito appare evidente che il Förster non condanna la tecnica in quanto tale, ma solo nella misura in cui essa distoglie l’uomo dalla ricerca della sua vera finalità spirituale, ricerca che, oltre a valere per la formazione del carattere e della libertà spirituale dell’uomo, costituisce anche il fondamento indispensabile della pace e della concordia tra gli uomini e tra i popoli.

Nella stessa opera ora citata – in una sezione pubblicata però poi separatamente in tedesco e in traduzione italiana -: egli, rivolgendosi ai ragazzi, osserva:

“Nel vestibolo della sede di una grande fabbrica di dinamite ad Amburgo sorge una statua di una donna, che tiene nella sua destra una fiaccola e posa il piede sopra un demonio che si contorce per terra e scava la roccia con le mani. Questa è la vittoria dell’uomo sulla natura. E la fiaccola è la luce della scienza; i vostri padri ed i vostri nonni hanno compiuto un lavoro immenso in questo trionfo sulle forze della natura… 

            “Quale sarà ora il vostro lavoro? Io credo che il compito che vi aspetta sia infinitamente più difficile, ma anche infinitamente più grande e più importante. E se non lo adempirete, anche tutte le altre glorie non serviranno a nulla e saranno soltanto fonte di lutto e di maledizione per l’umanità. Voi dovete lavorare affinché gli elementi selvaggi nell’anima umana siano domati una volta per sempre; questi, come cattivi geni, distruggono sempre ciò che la ragione e l’amore hanno creato. Domare le forze della natura che sono in noi e assoggettarle alla ragione, è cosa in questo momento più urgente che non forare i monti e trovar nuove applicazioni elettriche. Se gli uomini son tanti animali selvaggi, a che serve che possano telefonare da Berlino a Parigi e andare in automobile? Guardate le cose di questo mondo, e vedrete come tutta la luce elettrica non basti a diradare le fosche tenebre dell’avidità del danaro, e come i popoli, malgrado i piroscafi e i telegrafi, non possano vivere assieme senza assassinarsi reciprocamente per settimane intere, e senza dilaniarsi il corpo colle bombe.

“Il Ministro della China a Londra disse una volta che egli aveva osservato come gli Europei, nonostante le loro ferrovie e i loro alberghi, non fossero diventati migliori come uomini. Secondo lui, le loro invenzioni li ponevano solo in grado di fare dieci volte più danno che non gli altri popoli.”[14]

E in un altro luogo della stessa opera egli ancora asserisce:

“L’intera essenza… della nostra questione sociale in ultima analisi sta in questo, che col nostro dominio sui doni e sulle forze della natura esteriore non è proceduto di pari passo l’assoggettamento del lato elementare e animalesco della natura umana; e così ci troviamo di fronte al fatto che la moderna società non è spiritualmente e moralmente matura per gli smisurati mezzi di potenza materiale che la sua scienza e la sua tecnica hanno scatenato. La civilizzazione è assoluta padronanza tecnica sulla natura, è sviluppo d’innumerevoli bisogni – la civiltà vera è subordinazione d’ogni bisogno individuale alle potestà spirituali della vita, è signoria dell’uomo sulla sua propria natura; senza una civiltà di questo genere una civilizzazione non è vitale; e per conseguenza è una questione di vita e di morte per la nostra società, ch’essa sia per avere la forza di subordinare nuovamente la sua civilizzazione tecnica a quel che si chiama civiltà dell’anima – o che invece ogni suo sapere e potere sia irrimediabilmente destinato a servire solo al raffinamento materiale, e per conseguente alla morale degenerazione.”[15]

E il Förster si chiede:

“Come fare, ora, a metterci di nuovo d’accordo colle più profonde condizioni della nostra vita? Dobbiamo tornare al medioevo? Strappar le rotaie, tagliare i fili telegrafici, lasciar l’elettricità alle nuvole, rendere il carbone alla terra e chiudere le università? Questo non è possibile, e s’anco lo fosse, non sarebbe desiderabile. Perché fra tutte le forze vitali scatenate noi possiamo anche trovare i mezzi spirituali per meglio orientarci riguardo ai bisogni fondamentali della vita umana, e per rendere la nostra fusione coll’Altissimo più intima di quel che sia mai stato possibile per l’addietro. Dobbiam solo tornare a comprendere che dove la cura della vita dell’anima non occupa il posto centrale nei pensieri dell’uomo, non è in generale possibile alcuna vera civiltà – a lungo andare anzi nemmeno una civiltà tecnica. E lo comprenderemo: la miseria e il vuoto della nostra esistenza ci apriranno gli occhi.”[16]

 

  1. Una tensione nel cuore del pensiero del Förster.

 

Vorremmo qui osservare che nei testi del Förster appare una certa tensione, e quasi una certa contraddizione, tra una valutazione positiva della tecnica in quanto tale, purché sia bilanciata da un’adeguata vita spirituale, e la coscienza, che ogni tanto appare, seppure confusamente, che di fatto una certa tecnica diffusa nella società finisce per rendere praticamente impossibile una civiltà dell’anima, perché le eccitazioni che essa produce inaridiscono le fonti di ogni vita spirituale.

Per quanto riguarda il primo aspetto riportiamo il seguente testo, tratto dall’opera del 1923 L’anima della gioventù:

“Nelle opere di Tommaso Carlyle incontriamo parecchi luoghi – al contrario che in quelle di John Ruskin – in cui lo scrittore esalta l’imponenza di un gigantesco edificio industriale come un trionfo dello spirito umano.”[17]   

E cita, con piena adesione, Carlyle stesso:

“Considerata dal punto di vista del risultato, una tessitura di cotone significa vestire gli ignudi – dal punto di vista dei mezzi significa il trionfo dell’uomo sulla materia.”[18]

Soprattutto l’ultima affermazione non sembra del tutto coerente con le pagine del Förster che abbiamo già citato. E ora ne riporteremo altre in cui la pericolosità se non della tecnica in se stessa almeno di un suo incontrollato sviluppo – anche se mai affermata esplicitamente – sembra leggersi tra le righe.

Così egli scriveva nel 1917:

“Noi moderni viviamo in un’epoca in cui per molti si sono dileguati gli ideali sublimi della vita individuale, i soli che potessero organizzare i caratteri e far valere il mondo interiore contro l’urgere del mondo esteriore. Andiamo superbi d’aver assoggettato il mondo esteriore a la nostra volontà come non mai; ma effettivamente è il mondo esteriore che è andato acquistando sempre maggior dominio sull’uomo interiore. Questo appare oggi chiaramente da mille segni che s’impongono alla nostra meditazione, da mille manifestazioni che la crisi angosciosa della guerra ha bensì respinto nello sfondo, ma che sentiamo intimamente insormontabili.

“E dapprima la sempre crescente trascuratezza della gioventù, non prodotta affatto da crisi economiche e sociali, bensì espressione del carattere generale del tempo. La posizione della nostra gioventù può enunciarsi in questo modo: eccitazioni esteriori cresciute a dismisura, contro forze interiori di resistenza e contro aiuti e preventivi esteriori sempre minori. Tutta la nostra civiltà tende verso un asservimento sempre più raffinato alla parte materiale dell’umana natura, così che i grandi magazzini rappresentano le cattedrali della civiltà moderna, in cui la smania di accrescere le proprie comodità ha invaso gli uomini.”[19]

            Nella stessa opera vi è un testo molto drammatico, in cui i pericoli della civiltà tecnica vengono denunciati con grande determinazione.

            A che serve l’educazione – si chiede l’autore – se le tendenze della vita civile vanno in senso opposto? L’esagerazione della civiltà toglie a tutti il raccoglimento e il tempo per ricercare l’unum necessarium, cioè il bene proprio dell’anima che anela al suo fine ultimo. Nella scuola e nella casa regna la tecnica rivolta a conseguire i fini del benessere esteriore, tanto che l’intelligenza e la volontà non sono più rivolte a rafforzare nell’uomo la coscienza dei suoi fini superiori e la determinazione di perseguirli contro ogni tentazione e distrazione, ma servono ormai soltanto all’acquisizione di un sapere esteriore e alla ricerca del proprio benessere. “Ormai” afferma il Förster “si considera come una fatalità indeprecabile che l’intelletto e la volontà perdano i loro caratteri.”[20] E l’autore richiama la celebre risposta negativa di Rousseau alla domanda se la tanto conclamata civiltà abbia fatto realmente progredire la morale umana. Non è infatti vero che presso i popoli primitivi si incontra “assai più spirito di sacrificio, bontà di cuore, rettitudine di sentimento e di carattere che presso i popoli civili?”[21] Invece presso questi ultimi lo sviluppo delle comodità e l’intellettualismo hanno reso gli uomini presuntuosi e crudeli, esteriormente raffinati, ma di fatto più brutali nei rapporti reciproci. La stessa forza educativa del cristianesimo si è rilassata divenendo troppo dottrinalmente astratta. “Chi potrebbe occuparsi di educazione e non vedere con Rousseau, nella civiltà unilateralmente eccessiva, la nemica per definizione del carattere umano?”[22]

            Non si vuole dire con ciò che bisogna ritornare alla natura, giacché la Bibbia stessa ci dice: “fatevi soggetta ogni cosa.”

“Ma noi ci siamo lasciati assoggettare invece dal comfort e dai perfezionamenti tecnici. I giganteschi vapori transatlantici, questo trionfo della scienza e della tecnica al servizio del piacere e degli scioperati, non sono forse un terribile simbolo del falso sviluppo di tutte le cose? In verità noi abbiamo bisogno di contrappesi spirituali e morali ben maggiori di prima, per non mettere tutta l’attività dello spirito umano solamente in pro della sfera inferiore della nostra natura! Quindi è urgente, quasi come il disarmo degli eserciti, un disarmo internazionale dei programmi delle scuole e delle università, perché la nostra civiltà si riumanizzi e limiti la preparazione puramente professionale con tutti i suoi adattamenti alla attività unicamente materiale.”[23]

Come S. Francesco si consacrò alla povertà per contrastare gli eccessi della nuova civiltà comunale, così è auspicabile che vi siano uomini che volgano le spalle al moderno lusso, al tecnicismo e alla cultura puramente intellettuale per ricercare in nuove forme l’unum necessarium. “Continuerà a dominare il nano Alberico, che muti la civiltà in tecnicismo, abusi delle tradizioni più pure materializzandole, e finalmente meccanizzi anche il problema dell’educazione? Oppure l’umanità, nella sua miseria crescente, chiamerà tanto urgentemente pane invece di pietre, che non sarà più possibile mettere l’accessorio nel centro, respingendo l’essenziale nell’ombra?.. Verrà pure un tempo in cui ciò che non è che un mezzo, uno strumento in servizio dello spirito e solo come tale è sacro, non sarà più eretto a scopo unico, a significato della storia e della vita individuale, come è avvenuto nei secoli della scoperta della terra e dell’asservimento della natura, fino alla recente catastrofe immensa della civiltà.”[24]

Vorremmo infine riportare un testo del 1959, scritto dal Förster all’età di novant’anni, dunque uno degli ultimi del grande pensatore[25]

“…In cosa consiste l’essenza di una vera tragedia? Sicuramente non in qualche fallimento di pura intenzione o nel semplice fatto di qualche spaventoso e insolubile conflitto; ancor meno si trova in alcuna forma di sola catastrofe e di tracollo. No, noi ci troviamo di fronte ad una vera tragedia quando la grandezza umana si combina con l’orgoglio crescente e, attraverso l’intossicazione del successo, diventa megalomania e insofferente mancanza di ogni riguardo umano e, così facendo, incomincia la sua alleanza con le forze del mondo inferiore. Gli uomini così sviati cadono sotto gli eterni giudizi riservati a quegli spiriti che decadono dalla prima sorgente del loro essere e perdono il loro vero io al fine di poter trionfare nel mondo delle apparenze e del successo transitorio.”[26]

In quest’ultima citazione non si parla esplicitamente della tecnica, ma il confronto con i testi precedenti indubbiamente permette di estendere anche, se non soprattutto, all’abuso della tecnica la definizione försteriana della tragedia.

 

  1. Bilancio del pensiero del Förster: la tecnologia e il nuovo senso comune.

 

Che bilancio trarre dall’esame del pensiero del Förster? Che certamente le storture da lui denunciate si sono enormemente aggravate negli ultimi decenni – ciò che egli dice dei transatlantici quanto immensamente dovrebbe essere oggi ampliato! -, ma che nello stesso tempo si è perduta la coscienza della loro gravità, anche nei rappresentanti della tradizione. Per questi ultimi dunque non potrà essere che salutare tornare a meditare attentamente la lezione del Förster.

Per quanto riguarda la formazione di un nuovo senso comune, determinata dagli eccessi della tecnologia, vorremmo attirare l’attenzione sull’ultimo testo che abbiamo riportato e in particolare sulla menzione di “quegli spiriti che decadono dalla prima sorgente del loro essere.” In un articolo precedente[27] avevamo attirato l’attenzione sugli effetti negativi di una certa tecnologia sulla formazione della percezione e della conoscenza intellettiva del bambino e dell’uomo. Qui vorremmo considerare anche gli effetti negativi della stessa sulle passioni e sulla volontà dell’uomo, specialmente nell’età evolutiva. L’intuizione della propria dipendenza dall’essere creatore, infatti, non è legata soltanto alla conoscenza, ma anche alla volontà, come risulta in particolare dal pensiero del Förster, più interessato all’aspetto morale che a quello metafisico. Ma in realtà i due aspetti sono inscindibilmente legati e l’ambiente esasperatamente tecnologico in cui spesso vivono i bambini e i giovani di oggi incide negativamente su ambedue per cancellare nel loro spirito l’intuizione del proprio essere e della sua dipendenza dal Creatore[28]. Infatti lo spirito di dominio sulle energie naturali e di orgoglio smisurato, la conseguente ricerca di godimento senza moderazione, la sottomissione alle passioni sensibili, le eccitazioni sempre più invasive, il continuo esasperato divertissement, l’estraniamento reciproco e la generale competizione – tutte cose già denunciate dal Förster – non allontanano dall’intuizione metafisica e morale dell’essere e del dover essere e non sono molto più reali oggi che non quando il Förster scriveva[29]? Non dobbiamo perciò temere per i nostri bambini e per i nostri giovani – e naturalmente anche per gli adulti – che decadano “dalla prima sorgente del loro essere e perdano il loro vero io al fine di poter trionfare nel mondo delle apparenze e del successo transitorio”?

 

 

[1] Friedrich Wilhelm Förster, L’istruzione etica della gioventù [trad. dal tedesco], S.T.E.N., Torino, 1911, pp. 21-22.

[2] Op. cit. p. 81.

[3] Vorremmo qui aggiungere che la stessa cosa si potrebbe dire della leggenda di Don Giovanni, oggetto di compiacente ammirazione, ma che alla fine il convitato di pietra trascina all’inferno.

[4] Op cit. pp. 82-83

[5] Op. cit. p. 83.

[6] Op. cit. pp. 83-84.

[7] Oc. Cit. p. 84.

[8] Ibid.

[9] Ibid.

[10] Op cit. p. 85.

[11] Ibid.

[12] Op. cit. pp. 85-86.

[13] Op. cit. p. 86. In una serie di articoli pubblicati sul sito “Rinnovamento benedettino” si è cercato di tracciare una via concretamente percorribile perché questa indicazione del Förster possa realizzarsi nell’educazione della gioventù. Questo è il link del primo articolo, dal quale si può agevolmente procedere ai successivi: https://ctbene.wordpress.com/2022/05/18/san-benedetto-maestro-dellinfanzia-e-delladolescenza/

[14] Friedrich Wilhelm Förster, Il vangelo della vita, I vol. [trad. dal tedesco], S.T.E.N., Torino, 1909, pp. 86-87.  

[15] L’istruzione etica della gioventù, cit. pp. 23-24.

[16] Op cit. p. 24.

[17] Friedrich Wilhelm Förster, L’anima della gioventù [trad. dal tedesco], S.T.E.N., Torino, 1926, p. 61.

[18] Op. cit. p. 62. In un’opera pubblicata la prima volta nel 1907, ampliata nel 1909 e rifatta ancora nel 1952, parlando del contrasto tra le esigenze dello sviluppo tecnico e i bisogni dell’anima, così egli scrive: “Dove trovare la soluzione di questo contrasto? La troviamo già chiaramente espressa nella Sacra Scrittura. Essa rende giustizia all’una e all’altra di queste due grandi urgenze: dice infatti agli uomini: ‘Fatevi soggetta ogni cosa’, e in tal modo benedice l’impulso conquistatore dell’umanità verso una perfetta signoria delle forze e dei doni della natura. D’altra parte essa dice: ‘Cercate prima il regno di Dio… e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.’ Sa infatti che la materia può essere realmente organizzata soltanto dallo spirito.” (Friedrich Wilhelm Förster, Sexualethik und Sexyalpädagogik, Paulus Verlag, Recklinghausen, 1952, p. 317, cit. in traduzione italiana in Massimo Lapponi, “Una pagina di F.W. Förster sulla vita consacrata: ‘Ascesi e dominio dello spirito’” in Benedictina,46 (1999) fasc. n. 2, pp. 417-418).

[19] Friedrich Wilhelm Förster, Educazione ed autoeducazione [trad. dal tedesco], S.T.E.N., Torino, 1921, p. 14.

[20] Op. cit. p. 366.

[21] Op. cit. p 367

[22] Ibid.

[23] Op. cit. pp. 367-368.

[24] Op. cit. p. 368.

[25] Scrive un biografo del Förster: “Nel 1899 il Förster compì un viaggio negli Stati Uniti. Chicago, Pittsburg, New York gli fecero meditare a lungo se la cosiddetta etica autonoma fosse in grado di imporre la propria legge alla inesorabile legge del produttivismo e del profitto, dell’egoismo e del benessere… Si impone urgentemente un richiamo all’interiorità; l’uomo dissipato e disperso nelle occupazioni esteriori, l’uomo ubriacato e stordito da mille sensazioni alienanti deve ritrovare il suo centro” (Mauro Laeng, F.W. Foerster, cit., p. 26). La citazione che riportiamo nel testo, scritta sessant’anni più tardi, dimostra il continuo approfondimento degli stessi temi nel corso della lunga vita dell’autore.

[26] Friedrich Wilhelm Förster, The Jews [trad. dal tedesco in inglese], Hollis & Carter, London, 1961, p. 6 [trad. italiana nostra]. Di questo stesso testo riportiamo qui due brani che sembrano più chiaramente accennare al pericolo insito nell’ambiente tecnologico che ci circonda e che perciò impedisce al nostro spirito di risalire alla vera fonte spirituale di ogni cosa. Sarebbe un riavvicinamento più esplicito alla posizione di Ruskin: “All too many Christians have regarded Judaism as a mere preparation or preliminary phase leading to Gospels… though they gratefully quote the prophets and the Psalms, they have tended to relegate to the background – and that quite disastrously – the most important thing of all: I mean the all-dominating reality of God and the supreme need to make real his laws in human history” (p. 148). “Perhaps the circumstance that in the religious world of so very many Christians the figure of God the Father has thus been thrust into the background admits of a very simple explanation. It derives from the psychological fact – a fact with very far reaching consequences – that in our modern world, which is so very much under the influence of science and technology, such thrusting into the background is a fate suffered – and that to a quite astonishing degree – by all attempts ti rise to the highest spiritual cause of things. The attitude behind all this will give place to a very different one when the consequences of turning our culture into a matter of technics, and so robbing its very foundation of their spiritual content, stand clear and unmistakable before us” (p. 150).

[27] Massimo Lapponi, “Appunti di filosofia dell’educazione”, in Aquinas 51(2008/3) pp. 545-552.

[28] Scrivevamo in un testo non pubblicato, in cui sottolineavamo più l’aspetto intellettivo che quello volitivo: “Ma si può aggiungere che la creazione di un ambiente di vita esasperatamente tecnologico, in cui appare esclusivamente l’opera dell’uomo, giunge a cancellare nella coscienza dell’uomo il senso della sua dipendenza. Come scrive Del Noce, l’ateismo vuol giungere ‘alla distruzione dell’esperienza che attesta la dipendenza dell’uomo, e infine al tentativo di costruzione di ‘un’altra realtà’, come proiezione secolare dell’‘altra realtà’ religiosa. In questa nuova realtà spariranno i problemi connessi con la ‘dipendenza’ dell’uomo’ [Augusto Del Noce, Tramonto o eclissi dei valori tradizionali?, cit. p. 175]. Non intendiamo ora indagare come i grandi filosofi atei intendessero modellare quest’altra realtà, ma ci sembra che un mondo esasperatamente tecnologico raggiunga proprio questo risultato. In esso infatti l’intelligenza si nutre solo di prodotti frutto di se stessa e perde il contatto diretto con la natura creata. L’intelligenza stessa diventa innaturale e perde la coscienza della propria naturalità e creaturalità. Si sente frutto di se stessa, strumento trasformatore della realtà, organo di potere, operativa e non rivelativa.”

[29] Un lavoro assai utile sarebbe il raffronto della dottrina di S. Tommaso sulle passioni e sui vizi con i nuovi problemi e le nuove tentazioni create dall’abuso della tecnologia.

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