Ucraina-Russia-NATO

 

 

di Lucia Comelli

 

Vinta la Guerra Fredda, dopo qualche tentativo di dialogo con la Russia all’epoca soprattutto del primo Bush (1889 – 1993), ma anche del secondo Bush, con il vertice di Pratica di Mare nel 2002 [Intesa Nato – Russia contro il terrorismo] … è prevalsa nell’élite politico-diplomatico e militare degli Stati Uniti la convinzione che c’era un mondo che si era liberato dalla Russia e che andava aiutato per sviluppare la propria economia, per ricostruire lo Stato, per modernizzarlo. E allora gli USA hanno accolto uno dopo l’altro gli ex satelliti della Russia, nel quadro di un’alleanza egemonizzata dagli Usa, cioè nella Nato fino alle frontiere della vecchia Unione Sovietica e oltre (con i Paesi del Baltico) e, se ci fossero riusciti, nel 2008 avrebbero fatto lo stesso con la Georgia e l’Ucraina. Ora la Nato è un’alleanza sui generis, diversa da quelle del passato[1]: è un’alleanza politica militare in cui esiste un esercito permanente integrato, con un comando militare che lavora 24 ore su 24 ore e un comandante supremo (sempre americano) che in realtà è il Capo di Stato Maggiore di tutti i Paesi dell’Alleanza Atlantica. E questo comandante fa esattamente quello che fanno tutti i Capi di Stato Maggiore, cioè prepara la prossima guerra. E siccome senza avere un’idea precisa di chi sarebbe il nemico, non si riesce a programmare un bel nulla, allora bisogna che il nemico ci sia e il nemico c’è e guarda caso l’establishment militare americano non rinuncia a quel nemico. Allora mettiamoci nei panni di un Paese che vede avanzare verso le proprie frontiere un’alleanza politica militare [nata proprio per contrastare il blocco sovietico] il cui scopo è quello di preparare la guerra…

Il brevissimo ed interessante video che riporta l’intervento che Sergio Romano, ex ambasciatore ed editorialista del Corriere della Sera, ha tenuto il 16 maggio 2018 per l’ISPI (Istituto per gli studi di politica internazionale), pur essendo datato, mantiene la sua validità: infatti spiega, da un punto di vista storico, quanto il  timore di un totale accerchiamento della Russia da parte delle forze Nato (che hanno disseminato negli ultimi anni l’Ucraina di basi militari) possa aver pesato sulla sciagurata decisione di Putin di invadere il Paese, per scongiurare la prospettiva di un suo ingresso nell’Alleanza atlantica. Anche le considerazioni finali dell’oratore sull’estrema convenienza che la Russia e la stessa Europa avrebbero a collaborare tra loro, data la straordinaria complementarietà delle loro economie, suggerirebbe a mio parere, l’opportunità per i politici italiani di non sposare il bellicismo anglosassone, ma di attivarsi piuttosto vigorosamente a favore della pace, tenendo conto di tutti gli interessi vitali in gioco, compresi quelli di una tutela dei cittadini ucraini di lingua e cultura russe, prevalenti nella parte orientale del Paese. Una tutela già prevista dagli Accordi di Minsk (2014) firmati e poi disattesi dal governo filoccidentale, fieramente nazionalista, salito al potere proprio quell’anno[2].

 

 

Note: 

[1] Le alleanze ottocentesche consistevano soprattutto nella promessa di un aiuto militare in caso di aggressione da parte di un nemico comune.

[2] Uno dei primi atti del nuovo parlamento ucraino è stato quello di abrogare, il 23 febbraio del 2014, la legge – voluta dal governo precedente – che ufficializzava l’utilizzo delle lingue regionali laddove esistevano consistenti minoranze allofone. Cfr. Perché la questione linguistica è rilevante per capire il conflitto, in Il Sole 24 ore, 5 marzo 2022. Il Protocollo di Minsk avrebbe dovuto porre fine alla guerra civile nell’Ucraina orientale, iniziata in aprile con la secessione delle province di Doneck e Lugansk. Firmato a Minsk, capitale della Bielorussia, dai rappresentanti di UcrainaRussia e delle autoproclamate  Repubbliche Popolari di Doneck Lugansk – sotto l’egida della Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) – l’accordo prevedeva un cessate il fuoco immediato, lo scambio dei prigionieri e l’impegno, da parte del governo di Kiev, di garantire maggiori autonomie alle suddette regioni.

 


 

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