Un interessante editoriale quello di Ross Douthat, pubblicato sul New York Times che, prendendo spunto dal rogo della cattedrale Notre-Dame de Paris, riflette sulle attuali “fiamme” che attraversano la Cattolicità dopo la pubblicazione del contributo del Papa emerito Benedetto XVI sugli abusi nella Chiesa.

Lo propongo all’attenzione dei lettori di questo blog nella mia traduzione.

Notre Dame de Paris in fiamme

Notre Dame de Paris in fiamme 15 aprile 2019

 

Una prima bozza di questo editoriale è stata scritta prima che le fiamme inghiottissero la Cattedrale di Notre-Dame de Paris, prima che la sua guglia cadesse in una delle più terribili immagini dal vivo dall’11 settembre 2001, prima che un violento incendio andasse oltre quanto ogni altro rivoluzionario anticlericale francese abbia mai osato.

Il mio tema originale era l’ultima polemica dell’attuale oramai lunga alcuni anni Quaresima cattolica, in cui i conflitti per la teologia e gli abusi sessuali si sono fusi in un unico pasticcio esacerbato e suppurativo. L’istigatore della controversia, questa volta, è stato l’ex papa, il 92enne Benedetto XVI, che alla fine della scorsa settimana ha sorpreso l’intellighenzia cattolica con una riflessione di 6.000 parole sulla crisi degli abusi sessuali.

Alcune parti del documento erano edificanti, ma la sua ricezione è stata poco edificante. È stato distribuito prima alle agenzia di stampa cattoliche conservatrici, la cui palpabile nostalgia per Benedetto  è stata presto accompagnata da critiche feroci da parte dei partigiani di Francesco, e dallo scherno della stampa laica all’insistenza del papa in pensione che l’epidemia di abusi sessuali era legata alla rivoluzione culturale degli anni Sessanta e Settanta.

La rubrica che stavo scrivendo prima dell’incendio era per lo più un lamento per la ricezione del documento:  Una generale incapacità, cattolica e laica, di riconoscere che sia la posizione dei “conservatori” che quella dei “liberali” sulla crisi degli abusi sessuali sono parzialmente corrette, che gli spiriti della liberazione e del clericalismo hanno contribuito ciascuno per la propria parte, e che il problema degli abusi è drammaticamente peggiorato durante la rivoluzione sessuale (un fatto empirico noioso se si passa del tempo con i dati o la storia), anche se ha avuto radici anche in modelli più tradizionali di sciovinismo clericale, arroganza gerarchica, auto-protezione istituzionale.

Così l’editoriale era una difesa dell’argomentazione di Benedetto, in parte, contro i ghigni secolari e il cecchinaggio liberal-cattolico. Ma poi si è anche d’accordo con alcune critiche alla sua lettera, e preoccupati per i modi in cui un tale intervento contribuisce al senso di una chiesa a pezzi, una chiesa quasi con due papi, ognuno dei quali offre diagnosi parziali alle rispettive fazioni.

È lì che mi trovavo, quello che avevo scritto almeno a metà, prima dell’incendio di Parigi. Ma ora vorrei provare a dire qualcosa di più grande, qualcosa di proporzionato al simbolismo di uno dei più grandi monumenti del cattolicesimo che bruciava nella Settimana Santa, un giorno prima del compleanno di Benedetto stesso, il giorno dopo che i cattolici hanno ascoltato un Vangelo in cui [si parlava del] velo del tempio squarciato dall’alto verso il basso.

Quella cosa più grande è questa: Il problema delle narrazioni cattoliche che non riescono a trovare una sintesi, delle prese di posizioni  “liberali” e “conservatrici” che si alimentano con rabbia l’un l’altra, di papi ed ex papi come simboli afferrati dai partigiani, non è il problema della crisi degli abusi sessuali. È semplicemente il problema del cattolicesimo romano in quest’epoca – un’epoca in cui la chiesa rispecchia la polarizzazione della cultura occidentale, piuttosto che offrire un’alternativa integrata.

La chiesa è sempre dipesa dalla sintesi e dall’integrazione. Ciò è stato parte del suo genio, motivo di tutte le sue inaspettate resurrezioni e rigenerazioni.  Fede e ragione, Atene e Gerusalemme, l’estetico e l’ascetico, il mistico e il filosofico – anche il crocifisso stesso, due linee infinite che convergono e si combinano.

Notre-Dame de Paris è un monumento ad un momento particolarmente trionfante di sintesi cattolica – la cultura dell’alto medioevo, un rinascimento prima del Rinascimento, romano e germanico al tempo stesso, ma entrambi trasformati dal cristianesimo, una nuova civiltà ibrida incarnata nella minacciosa, complicata e splendida cattedrale.

Il cattolicesimo di oggi non costruisce nulla di così bello come Notre-Dame in parte perché non ha da offrire una versione del XXI secolo di quella grande sintesi. Le riforme degli anni ’60, il Concilio Vaticano II e tutto il resto che è venuto dopo, hanno lasciato la Chiesa trasformata parzialmente e senza successo, divisa tra visioni contrastanti di come essere cattolici nella modernità, promesse concorrenti di rinnovamento e riforma, fazioni in competizione convinte di essere i vigili del fuoco all’interno di Notre-Dame, e i loro rivali il fuoco.

Appartengo a una di queste fazioni (o a una fazione all’interno di una fazione; chi può tenerne traccia?); sono un conservatore di qualche tipo, che teme che le cristianità liberali finiscano per assomigliare a una cattedrale post-inferno (del fuoco, ndr), con ancora il maestoso esterno che nasconde la vacuità interna.

Ma dubito anche che tutto ciò che è così semplice come una “vittoria” conservatrice restituisca alla Chiesa il vigore che rimette su la cattedrale e la faccia sentire, agli estranei, come qualcosa simile ad un museo in cui le guide sembrano odiarsi l’un l’altra. Soprattutto se si considera la frequenza con cui il cattolicesimo conservatore è in balia di ortodossi politici più che teologici, e a quanto – soprattutto per come reagisce allo stile destabilizzante di papa Francesco – il suo clima sembra più un bunker privo d’aria che una navata gotica.

Ed è impossibile, come cattolico, scrivere su questo argomento mentre la Cattedrale di Notre-Dame brucia letteralmente nella Settimana Santa e non sentire che tutti coloro che sono impegnati nelle guerre civili del cattolicesimo vengono giudicati, e trovati carenti, e ricevono una straziante lezione su ciò che ci viene effettivamente chiesto.

La cattedrale sarà ricostruita; la croce e l’altare e gran parte dell’interno sono sopravvissuti. Ma tutto ciò che è stato preservato è provvisorio. La vera sfida per i cattolici, in questo periodo di generale spossatezza culturale post-cristiana, è guardare a ciò che hanno fatto i nostri antenati e immaginare cosa significherebbe farlo di nuovo, costruire di nuovo, lasciare qualcosa che potrebbe durare mille anni e avere ancora uomini e donne che cantano il “Salve Regina” fuori dalle sue mura cruciformi, come hanno fatto i parigini stasera mentre Notre-Dame bruciava.

Qual è la sintesi che potrebbe rendere possibile tutto questo? Cosa c’è al di là degli stalli, dello scandalo e della rabbia della nostra strana era dei due-papi?

Andate a chiederlo ai cattolici del 3019 d.C. Spetta a loro saperlo, e a noi, se Dio vuole, scoprirlo.

 

Fonte: New York Times

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