Di seguito segnalo all’attenzione e alla riflessione dei lettori di questo blog l’articolo scritto da Giorgio Agamben e pubblicato su Quodlibet. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella mia traduzione. 

democrazia-e-dittatura

 

È stato un costituzionalista tedesco della fine del XIX secolo, Max von Seydel, a porre la domanda che suona oggi inaggirabile: «che cosa resta del regno, se si toglie il governo»? È venuto infatti il momento di chiedersi se la frattura della macchina politica dell’Occidente abbia raggiunto in questi anni una soglia al di là della quale essa non può più funzionare. Già nel XX secolo il fascismo e il nazismo avevano risposto a loro modo al quesito attraverso l’istaurazione di quello che è stato a ragione definito come uno «stato duale», in cui allo stato legittimo, fondato sulla legge e la costituzione, si affianca uno stato discrezionale solo parzialmente formalizzato e l’unità della macchina politica è quindi soltanto apparente . Lo stato amministrativo in cui sono più o meno consapevolmente scivolate le democrazie parlamentari europee, non è in questo senso dal punto di vista tecnico che una discendenza del modello nazifascista, in cui organi discrezionali estranei ai poteri costituzionali si affiancano a quelli dello stato parlamentare, progressivamente svuotato delle sue funzioni. Ed è certamente singolare che una separazione di regno e governo si sia manifestata oggi anche al vertice della Chiesa romana, in cui un pontefice, trovatosi nell’impossibilità di governare, abbia spontaneamente deposto la cura et administratio generalis, mantenendo però la sua dignitas.

La dimostrazione più estrema della frattura della macchina politica è però l’emergere dello stato di eccezione come paradigma normale di governo che, ormai in atto da decenni, ha raggiunto la sua forma ultimativa negli anni della cosiddetta pandemia. Ciò che, nella prospettiva che qui c’interessa, definisce lo stato di eccezione, è la rottura fra costituzione e governo, legittimità e legalità – e, insieme, la creazione di una zona in cui essi diventano indiscernibili. La sovranità si manifesta qui infatti nella forma di una sospensione della legge e nella conseguente istaurazione di una zona di anomia, nella quale tuttavia il governo afferma di agire legalmente. Pur sospendendo l’ordine giuridico, lo stato di eccezione pretende, infatti, di essere ancora in relazione con esso, di essere, per così dire, legalmente al di fuori della legge. Da un punto di vista tecnico, lo stato di eccezione invera, infatti, uno «stato della legge», in cui da una parte la legge teoricamente vige, ma non ha forza e dall’altra provvedimenti e misure che non hanno valore di legge ne acquistano la forza. Si potrebbe dire che, al limite, la posta in gioco nello stato di eccezione è una forza-di-legge fluttuante senza la legge, una legittimità illegale cui fa riscontro una legalità illegittima, nella quale la distinzione fra norma e decisione perde il suo senso.

Essenziale è comprendere la relazione necessaria che unisce lo stato di eccezione e la macchina politica. Se sovrano è colui che decide dell’eccezione, lo stato di eccezione costituisce da sempre il centro segreto della macchina bipolare. Fra regno e governo, fra legittimità e legalità e fra costituzione e amministrazione non vi può essere alcuna articolazione sostanziale. In quanto segna il punto della loro coincidenza, la cerniera che li congiunge non può appartenere né a un polo né all’altro e non può essere in sé né legittima né legale. Come tale, può essere soltanto oggetto di una decisione sovrana, che li articola puntualmente attraverso la loro sospensione.

Proprio per questo, tuttavia, lo stato di eccezione è necessariamente temporaneo. Una decisione sovrana presa una volta per tutte non è più tale, così come un’articolazione permanente fra i due poli della macchina finirebbe col comprometterne la funzionalità. Uno stato di eccezione normale diventa indecidibile e abolisce pertanto il sovrano, che può definirsi solo attraverso la decisione. Non è certamente un caso che tanto il nazismo che lo stato amministrativo contemporaneo abbiano risolutamente adottato lo stato di eccezione come paradigma normale e non temporaneo del loro governo. Comunque si definisca questa situazione, in ogni caso in essa la macchina politica ha rinunciato al suo funzionamento e i due poli – il regno e il governo – si specchiano l’uno nell’altro senza alcuna articolazione.

È nella soglia fra regno e governo che il problema dell’anarchia può essere correttamente situato. Se la macchina politica funziona attraverso l’articolazione dei due poli regno/governo, ciò che l’eccezione sovrana mostra con chiarezza è che lo spazio fra di essi è in realtà vuoto, è una zona di anomia senza la quale tuttavia la macchina non potrebbe funzionare. Come la norma non contiene la sua applicazione, ma ha bisogno per questo della decisione di un giudice, così il regno non contiene in sé la realtà del governo e la decisione sovrana è ciò che, rendendoli indiscernibili, apre lo spazio della prassi governamentale. Lo stato di eccezione è, pertanto, non soltanto anomico, ma anche anarchico, nel duplice senso che la decisione sovrana non ha fondamento e la prassi che esso inaugura si muove nell’indistinzione fra legalità e illegalità, norma e decisione. E poiché lo stato di eccezione costituisce la cerniera fra i due poli della macchina politica, ciò significa che questa funziona catturando al suo centro l’anarchia.

Si potrà allora definire autenticamente anarchica una potenza capace di liberare l’anarchia che è stata catturata nella macchina. Una tale potenza può esistere solo come arresto e destituzione della macchina, è, cioè, una potenza integralmente destituente e mai costituente. Nelle parole di Benjamin, il suo spazio è lo stato di eccezione «effettivo», contrapposto a quello virtuale su cui si fonda la macchina, che pretende di mantenere l’ordine giuridico nella sua stessa sospensione. Regno e governo esibiscono in esso la loro definitiva sconnessione e non può essere più questione di restaurare la loro legittima articolazione, come vorrebbero i critici benpensanti, né di giocare, secondo una malintesa concezione dell’anarchia, l’amministrazione contro lo stato. Sappiamo ormai da tempo, con lucida consapevolezza e senza alcuna nostalgia, di muoverci ogni volta quotidianamente in questa soglia impervia e rischiosa, dove l’articolazione fra regno e governo, stato e amministrazione, norma e decisione è irrevocabilmente spezzata, anche se lo spettro mortifero della macchina continua a girare a vuoto intorno a noi.

Giorgio Agamben

 


Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente le opinioni del responsabile di questo blog. Sono ben accolti la discussione qualificata e il dibattito amichevole.


 

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