Severa analisi di padre Raymond J. de Souza sulle dimissioni odierne del cardinale Donald Wuerl, arcivescovo di Washington. de Souza afferma che le dimissioni del cardinale Wuerl sono un caso di perdita di credibilità

Eccola nella mia traduzione.

Il cardinale Wuerl incontra Papa Francesco nell'ottobre 2017.  (Vatican Media/National Catholic Register)

Il cardinale Wuerl incontra Papa Francesco nell’ottobre 2017. (Vatican Media/National Catholic Register)

Nel corso normale degli eventi, le dimissioni di un vescovo quasi tre anni dopo il suo 75° compleanno sarebbero irrilevanti. Ma questi non sono tempi normali, e la caduta del cardinale Donald Wuerl è davvero notevole.

I due punti bassi dellestate della vergogna per la Chiesa negli Stati Uniti – il rapporto della Gran Giuria della Pennsylvania e le rivelazioni sull’ex cardinale Theodore McCarrick – hanno entrambi messo il cardinale Wuerl su una sedia calda. Il suo periodo come vescovo di Pittsburgh è stato oggetto di esame nel rapporto del Gran Giuria, e ciò che lui sapeva del suo predecessore a Washington, il cardinale McCarrick, ha portato a molte domande scomode.

Ma sarebbe stato possibile immaginare che il cardinale Wuerl sarebbe sopravvissuto a uno o a entrambi. È stata la perdita di fiducia dei suoi sacerdoti che ha portato alle dimissioni odierne.

Quando il cardinale Wuerl si recò a Roma per incontrare papa Francesco in agosto a proposito del suo futuro, il Santo Padre gli disse di tornare a casa e di consultarsi con i suoi sacerdoti. Il cardinale lo ha fatto all’inizio di settembre e subito dopo ha annunciato che avrebbe chiesto a papa Francesco di accettare le sue dimissioni, che aveva presentato in accordo con il diritto canonico per il suo 75° compleanno nel 2015. Ci si aspettava che il cardinale Wuerl sarebbe rimasto in carica fino al suo 80° compleanno nel 2020.

E perché i suoi sacerdoti hanno perso fiducia in lui?

Non è stato il suo periodo a Pittsburgh, dove ha servito come vescovo dal 1988-2006. Mentre la reazione generale al rapporto del Gran Giuria è stata feroce nei confronti del cardinale Wuerl – il suo nome è stato rimosso da una scuola a lui intitolata a Pittsburgh – i sacerdoti di Pittsburgh e Washington avrebbero avuto una visione più sfumata.

Ci sono stati casi, all’inizio del suo periodo a Pittsburgh, che non sono stati trattati come avrebbero dovuto dopo la Carta di Dallas del 2002 (cioè secondo le norme susseguenti agli scandali sessuali, ndr). Ma come vescovo, il cardinale Wuerl era in anticipo sui tempi sulla questione dell’abuso sessuale, e già all’inizio degli anni ’90 aveva messo in atto misure che altri vescovi avrebbero impiegato un altro decennio per attuare.

Infatti, nella sua lettera del 12 ottobre, accettando le dimissioni di Wuerl, Papa Francesco si sforza di lodare la gestione dei casi di abuso da parte del Cardinale Wuerl – una dichiarazione coraggiosa, dato che sarà ricevuta male dopo la relazione della Gran Giuria.

“Possiedi sufficienti elementi per ‘giustificare’ le tue azioni e distinguere tra ciò che significa nascondere crimini o non occuparsi dei problemi, e commettere qualche errore”, ha scritto papa Francesco. “Tuttavia, la tua nobiltà ti ha portato a non scegliere questa via di difesa. Di questo sono orgoglioso e ti ringrazio”.

Questo non è del tutto vero. Quando è stato pubblicato il rapporto della Gran Giuria, il cardinale Wuerl ha aperto un sito web speciale proprio per difendere il suo operato a Pittsburgh. È stato un errore di calcolo così grave dello stato d’animo del pubblico che il cardinale Wuerl ha chiuso il sito web nell’arco di un solo giorno.

Su molte altre questioni – catechesi, educazione cattolica, formazione sacerdotale – il cardinale Wuerl è stato esemplare ed ha più che meritato l’elogio che Papa Francesco gli ha riconosciuto.

È stata la questione McCarrick che lo ha buttato giù. Precisamente, la sua ripetuta insistenza che egli non sapeva del cardinale McCarrick fino a quando l’arcidiocesi di New York ha annunciato a giugno che un’accusa di abuso sessuale di minorenne era stata “provata”.

I suoi sacerdoti non gli hanno creduto. Hanno pensato che stesse mentendo in pubblico e che stesse mentendo a loro. Quando l’arcivescovo Carlo Viganò ha scritto che il cardinale Wuerl “mente spudoratamente” nella sua “testimonianza” pubblicata a fine agosto, confermò le conclusioni a cui erano già arrivati molti sacerdoti di Washington.

Ulteriori dettagli della testimonianza dell’arcivescovo Viganò sono stati successivamente confermati dal Vaticano, da ultimo dal cardinale Marc Ouellet, prefetto della Congregazione per i vescovi, che ha riconosciuto che i nunzi di Washington erano stati informati del caso dell’arcivescovo McCarrick e delle restrizioni impostegli.

E’ semplicemente impossibile che il nunzio di Washington, comunicando le restrizioni della Santa Sede riguardo all’Arcivescovo McCarrick per gli abusi sessuali, non avesse detto al Cardinale Wuerl di ciò che si stava facendo al suo predecessore, ancora residente nell’arcidiocesi.

Ma non è necessario concludere che il cardinale Wuerl mentisse sulla sua ignoranza nei confronti del suo predecessore; il fattore importante nelle sue dimissioni ora è che non sia riuscito a convincere i suoi sacerdoti che stava dicendo la verità.

E qui, forse, si trova una pietra miliare significativa nella riforma in corso del clero.

I sacerdoti, infatti, hanno molta esperienza riguardo al fatto che i loro vescovi non dicano tutta la verità. O di quando parlano in un modo, anche se tecnicamente veritiero, che mira più ad oscurare che a rivelare. Oppure, a volte, di quando raccontano menzogne, in maniera pura e semplice.

Una cultura della menzogna clericale può prendere piede al punto che le violazioni dell’Ottavo Comandamento non hanno più il potere di scioccare e sono trattate come routine. E quando la cultura clericale si adatta alle violazioni di routine dell’Ottavo Comandamento, le questioni che violano il Settimo Comandamento – appropriazione indebita, frode, furto – e il Sesto Comandamento – mancanza di castità di ogni tipo, compresi gli abusi sessuali – non rimangono molto indietro.

Può darsi che i sacerdoti di Washington, dopo la Pennsylvania, dopo McCarrick, fossero solo stanchi di una cultura meno che franca.

Il cardinale Wuerl non è stato aiutato dal cardinale Kevin Farrell, ora a Roma, ma in precedenza vicario generale del cardinale McCarrick a Washington per sei anni. Il cardinale Farrell, pur insistendo nell’ottobre 2017 sul fatto che “sapeva tutto” su ciò che accadeva a Washington, si è dichiarato scioccato dal fatto che ci fosse qualcosa di negativo in merito all’arcivescovo McCarrick. Questa negazione è stata ampiamente accolta con incredulità.

Quanto profonda può andare la cultura della menzogna clericale?

Si pensi lo scorso marzo, quando Mons. Dario Viganò, prefetto della Segreteria vaticana per le comunicazioni (attenzione, da non confondere con l’arcivescovo Carlo Maria Viganò, già Nunzio Apostolico negli USA ndr) – il responsabile delle comunicazioni della Santa Sede – ha manipolato una lettera del papa emerito Benedetto XVI per far sembrare che stesse appoggiando una serie di opuscoli sulla teologia di papa Francesco. Benedetto si era rifiutato di farlo, e gli erano state fornite esplicite ragioni per cui non avrebbe appoggiato il progetto. Quando è stato colto nella sua manipolazione, mons. Viganò ha palesemente mentito su ciò che aveva fatto.

La conseguenza? Si dimise come prefetto, ma fu subito insediato in una nuova posizione dirigenziale creata per lui nello stesso dipartimento delle comunicazioni, quella di “assessore” – una sorta di vice del prefetto. Il fatto che il capo delle comunicazioni vaticane non sia stato licenziato del tutto per falsificazioni deliberate e menzogne sul papa emerito è un’indicazione di quanto possa essere radicata una cultura della menzogna clericale.

Le dimissioni del cardinale Wuerl pongono fine a decenni di servizio che sarà danneggiato, almeno per un certo tempo, fino a quando non sarà possibile un apprezzamento più pieno. Ma le dimissioni potrebbero servire anche ad un altro scopo, quello di purificare la cultura del clero da uno dei suoi vizi più gravi, il non dire la verità.

 

Fonte: National Catholic Register

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