di Sabino Paciolla
Il sito Nuntiatoria fa capo alla tradizione del veterocattolicesimo di rito romano, una realtà religiosa che non è in comunione con la Chiesa Cattolica Romana. Spesso però produce spunti di riflessione degni di nota per noi cattolici. Come l’editoriale che di seguito sintetizzo.
L’editoriale che apre questo numero — dal titolo latino Ad finem suum restituenda, “le cose devono essere riportate al loro fine proprio” — costruisce un filo unico attraverso episodi molto diversi tra loro: liturgia, governo episcopale, diritto civile, vita monastica, medicina, matrimonio. Il criterio di giudizio proposto non è la legittimità formale di un’istituzione, ma la sua fedeltà allo scopo per cui è stata creata. Come si legge nel testo, bisogna sempre chiedersi “a cosa servano” gli uffici e le leggi, perché la validità canonica o procedurale non basta a garantirne il senso.
Il punto di partenza è una lettera privata di Joseph Ratzinger, scritta nel 1976 da Ratisbona al giurista Wolfgang Waldstein, sul destino del Messale tradizionale. Ratzinger proponeva una soluzione moderata: chi accettava i nuovi libri liturgici doveva restare libero di celebrare anche secondo il rito antico, lasciando che fosse il tempo — e la Provvidenza — a mostrare cosa sarebbe durato. Per l’editoriale, quella lettera resta significativa perché mostra come un’autorità possa regolare il culto senza arrogarsi il diritto di spezzare un’eredità secolare.
Questo stesso principio viene applicato alla decisione del vescovo Hugh Gilbert, nella diocesi scozzese di Aberdeen, di ampliare l’accesso alla Messa tradizionale. Contro la tendenza a trattare i fedeli legati al vecchio rito come un problema da sorvegliare, Gilbert avrebbe scelto la via più semplice: dare ai cattolici il culto che chiedevano. L’editoriale legge questa scelta non come un’abdicazione all’autorità, ma come un esercizio più autenticamente pastorale di essa.
Sul piano dottrinale, il testo affronta le controversie legate al Concilio Vaticano II, distinguendo nettamente tra ciò che è dottrina definitiva, giudizio pastorale, politica disciplinare e opinione teologica. La tesi centrale è che un concilio è al servizio della fede, non il contrario: la verità non dipende dalla formulazione scelta in un dato momento, e le ambiguità linguistiche dei testi conciliari — su libertà religiosa, ecumenismo, collegialità, rapporto con le religioni non cristiane — vanno affrontate direttamente, non risolte invocando genericamente la “continuità”.
Il tema più duro riguarda la Cina. L’editoriale si sofferma sul modo in cui vengono consacrati i nuovi vescovi nelle diocesi controllate da Pechino, chiedendosi se il mandato papale venga proclamato pubblicamente o se prevalga il decreto governativo. La distinzione non sarebbe una questione di cerimoniale: indica da dove viene realmente la missione episcopale.
Nell’editoriale si legge:
Nessun vescovo riceve l’autorità apostolica dal Partito Comunista Cinese. Lo Stato può approvare i candidati, controllare l’accesso alle chiese, supervisionare gli organismi religiosi e punire chi rifiuta le sue richieste. Non può conferire cariche ecclesiastiche. Quando un decreto governativo è pubblicamente messo in risalto e il mandato papale è assente o oscurato, la cerimonia rischia di presentare il vescovo come un funzionario tollerato dal Partito piuttosto che come un successore degli Apostoli inviato dalla Chiesa.
E poi:
I cattolici clandestini rimangono esposti. Lo Stato continua a esercitare un controllo coercitivo. La nomina dei vescovi dipende ancora da un apparato politico apertamente ostile a qualsiasi autorità religiosa che non possa supervisionare.
Da qui il confronto scomodo con la Fraternità San Pio X: canonicamente irregolare, con consacrazioni episcopali illecite, “Eppure il suo clero professa i Credo cattolici, sostiene il sacerdozio sacramentale, insegna la dottrina tradizionale della Chiesa e rifiuta la sottomissione a un regime ateo”. Secondo l’editoriale, un atteggiamento romano più accomodante verso un episcopato modellato da Pechino che verso i cattolici tradizionalisti rivelerebbe una perdita del senso delle proporzioni tra disordine canonico e tradimento dottrinale.
Sul fronte pastorale interno, la diocesi statunitense di Crookston, in Minnesota, vede sette parrocchie prossime a perdere la Messa domenicale. L’editoriale riconosce le difficoltà oggettive — territori vasti, comunità disperse, pochi sacerdoti — ma le colloca dentro una storia più lunga di catechesi indebolita, “il carattere sacro della liturgia è stato offuscato” e vocazioni trascurate, di cui la chiusura sarebbe l’esito finale più che la causa. Una dinamica simile viene letta nella contrazione dei monasteri femminili in Francia, dove case vengono accorpate o vendute sotto l’etichetta di “riorganizzazione”. Qui il testo nota che le comunità che hanno conservato abito, clausura, disciplina ascetica e liturgia tradizionale hanno spesso attirato più vocazioni, non nonostante il rigore ma grazie alla chiarezza di scopo che quel rigore rende visibile.
“Un monastero può offrire ospitalità, borse di studio, istruzione o opere caritative. Questi sono frutti autentici. Non possono però sostituire il primo dovere della casa, che è la lode di Dio. Quando un monastero inizia a giustificare la propria esistenza principalmente in base a criteri mutuati dalle istituzioni secolari, entra in una competizione in cui non ha alcun motivo particolare per sopravvivere.”, continua Nuntiatoria.
Anche la riorganizzazione della leadership pastorale nel decanato tedesco di Brema-Nord, dove due donne assumono la guida effettiva mentre un sacerdote resta moderatore solo canonico, viene letta come sintomo dello stesso problema: il sacerdozio mantenuto come necessità giuridica, non più come principio organizzativo del governo pastorale.
Il registro cambia negli articoli dedicati al diritto civile. A New York, quattro congregazioni religiose e opere sanitarie cattoliche contestano una legge sul suicidio assistito, temendo di essere costrette a cooperare a procedure che provocano la morte del paziente. “La loro vocazione si fonda sulla convinzione che la debolezza richieda maggiore cura, non una via autorizzata verso la morte.”, scrive Nuntiatoria. L’editoriale sostiene che la medicina abbia un fine proprio — curare, alleviare, accompagnare — che non può essere ridefinito per via legislativa. In Polonia, invece, il veto del presidente Karol Nawrocki a una legge sulla convivenza viene presentato come difesa del significato pubblico del matrimonio: la proposta, dietro un linguaggio moderato, avrebbe richiesto la modifica di 238 leggi, trasferendo di fatto la sostanza giuridica del matrimonio ad altre relazioni.
Il testo chiude tornando al Vangelo della IX Domenica dopo Pentecoste: Cristo piange su Gerusalemme perché il Tempio conserva la forma esteriore del culto senza aver riconosciuto il tempo della sua visita, e poi scaccia i mercanti ricordando che “la mia casa è casa di preghiera”. Da qui la sintesi finale dell’editoriale: liturgia, dottrina, episcopato, sacerdozio, vita monastica, medicina e matrimonio devono essere ricondotti ciascuno al proprio fine specifico. Non si tratta di rifiutare ogni riforma — le istituzioni possono e devono cambiare — ma di verificare se il cambiamento le aiuti ad essere più fedeli a se stesse o ne mascheri semplicemente il declino. I segnali positivi elencati (Aberdeen, la lettera di Ratzinger, le suore newyorchesi, il veto polacco) non costituiscono, per l’editoriale, una restaurazione generale, ma la prova che “la memoria non è del tutto venuta meno”.
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