Siamo meglio di così. Sicuri?

 

 

di Mattia Spanò

 

Erisittone, figlio di re, disprezzava tutto e tutti. Cresciuto all’ombra del vizio, non sacrificava agli dei. Decise un giorno di abbattere il bosco sacro a Demetra per costruirsi una sala dei banchetti. La dea lo maledisse condannandolo ad una fame implacabile, che lo spinse dapprima a divorare tutte le sostanze del regno di suo padre, e infine a pasteggiare con le proprie carni, sbranandosi a morte.

Questa leggenda minore della mitologia greca, originaria della Tessaglia, mi è tornata alla mente osservando con distacco l’idea di politica che ha preso campo in Occidente. Se diamo retta al mito greco, l’origine si trova nell’abbandono del sacro e nella conseguente profanazione dello spazio divino. Se non diamo retta è un problema, perché la contemporaneità è del tutto incapace di partorire miti fondativi – infatti non è più capace di verità.

Negli ultimi due secoli, le potenze occidentali si sono assicurate la supremazia tramite il colonialismo, le guerre mondiali e successivamente pace e prosperità interne ottenute mediante il dislocamento della guerra oltre il proprio spazio culturale. In parole povere, traumatizzati dalla violenza casalinga, siamo andati a far massacri a casa d’altri.

Il plesso euro-americano (pomposamente battezzato “vecchio” e “nuovo mondo” nel pedante oblio di tutto il resto) ormai ci appare come una galassia di città-stato circondate dai barbari (divise anche per faglie tribali endogene: LGBTQ+, afroamericani, islamici, antifa, sì-vax e no-vax, democratici contro populisti e sovranisti, putiniani e pro-Ucraina etc.) proprio come accadde alla piccola Grecia infine conquistata, ma anche ammirata e imitata, da Roma.

Oggi invece non si ammira più nulla: si disprezza, si annichilisce, si invocano lager per no-vax. A pensar male, una certa inclinazione all’ammirazione per i nazistoidi ucraini covava già sotto la cenere del perbenismo.

L’altra novità è che, finite le terre da depredare e macerato nelle mollezze del comfort e dell’inutile indispensabile, l’Occidente tramortisce se stesso: la povertà dilaga anche nelle nostre terre, l’impresa muore, si difendono aborto e sterilità come valori supremi, si fugge come ratti di fronte ad accidenti come la malattia, si mandano altri popoli a morire al posto nostro, si soffoca l’identità pur imperfetta di ognuno sotto cumuli di predicozzi sgangherati, si sottilizza su ogni cosa perdendo di vista la cosa stessa, intossicati dall’ossessione per la particella semantica indivisibile e perfetta, si devasta ciò che resta del senso comune tramite il maglio del politicamente corretto sublimato nella cancel culture, che tracima nel rifiuto selvaggio di tutto ciò che contraddice o resiste ai diktat piovuti dall’alto. L’elenco sarebbe lungo, e penoso.

L’Occidente, come Erisittone maledetto dagli dei, non trovando più nulla da fagocitare divora sé stesso. La densità simbolica di questo fattore emerge ad esempio nella parola carestia, riaffiorata sulla bocca di leader come Biden e Macron, e nella sua dolciastra versione mistificatoria italiota anche sulle labbra di Mario Draghi.

La credevamo confinata al trapassato remoto dei secoli bui, ed eccola pronunciata con sussiego accanto alla raccomandazione di tenere in tasca compresse di iodio nel caso, naturalissimo, scoppi una bomba nucleare nelle vicinanze. Niente panico, però.

La fame e l’olocausto nucleare, signore e signori. L’ignoto impensabile gabellato come condizione naturale dopo decenni passati ad strafogarsi di caramelle gommose nei cinema. E dire che secondo Coldiretti, nel 2019 2,7 milioni di persone in Italia soffrivano già la fame. Ma come sanno tutti, se di qualcosa non si parla, non esiste.

Nemmeno può farci velo la convinzione fideistica che agli appetiti occidentali esista un freno: società umane che propugnano il suicidio come valore, arrivano ad ammettere l’infanticidio temperandolo con la legge, si avvitano in assurdi logici come l’idea di vaccinarsi per proteggere gli altri (qui soccorre la Scienza, il nuovo Moloch cui tributare sacrifici umani) non possono avere alcuna remora di fronte al commercio di carne umana.

E infatti, mentre tra il serio e il faceto si discute di hamburger e filetti umani – si butta là con nonchalance, per addomesticare il perbenismo soporoso – la carne umana viene  già commerciata sotto forma di donne-incubatrice e bambini-bambolotto in Ucraina, India e altri paesi poveri, mentre si fanno guerre sante contro il consumo di agnelli a Pasqua – eco scanzonata della soppressione clamorosamente fallita dell’Agnello: se infatti non Lo uccidi, non risorge.

L’Occidente monocolo e narciso, follemente innamorato della propria immagine riflessa che come Polifemo accusa Nessuno di averlo accecato, scomparirà dal proscenio della Storia. Se non oggi per mano dei russi domani per mano cinese, o per via di eventi imponderabili che non possiamo neanche intuire.

Scomparirà espulso dal consesso delle civiltà come Babilonia o Ninive, che abbandonò la propria nequizia obbedendo a un Dio che non conosceva. Siamo molto vicini, pur nell’incalcolabile ordine di grandezza delle epoche, a quel momento.

La causa, come suggerisce il mito greco, è la cacciata del divino e l’erezione dell’uomo a idolo tautologico di sé. Antiche conoscenze non soltanto greche, che si palesano attraverso miti fondativi come quello di Roma (Romolo uccide il fratello che valica il limite posto dal dio Termine allo spazio sacro) sono molto esplicite in merito. Per tacere dei Veda e dell’Antico Testamento. 

A meno di non pensare che tutti gli uomini vissuti prima di noi fossero sciocchi primitivi e nonostante una schiacciante maggioranza di occidentali lo pensi (o meglio: pratichi questa fede), prendere una salubre distanza da siffatto pregiudizio è cosa buona. Non dico di mettersi a studiare i testi sacri, la storia e la mitologia – io stesso non lo faccio – ma guardare con rispetto al passato e dubitare delle magnifiche sorti e progressive presenti, questo sì.

La contraddizione scritta nell’uomo-dio – caposaldo, guarda caso, della dottrina satanista e opposto logico del Dio-fatto-Uomo – è che quando lo coniugo nella società, nella politica, nell’economia, nella cultura, mi si para davanti un problema non da poco. E precisamente: quale uomo è dio.

Il principio di identità e non contraddizione – sempre sia lodato lo Stagirita – sul punto non ammette deroghe: com’è vero che una cosa non può essere e non essere al tempo stesso, un uomo è uguale a un uomo, e se gli uomini sono dei non possono essere uomini, proprio come un carciofo è tale e al tempo stesso non può essere una melanzana. 

Il divino è ciò che sta sopra, che tutto muove e che non muore. Se io sono dio e tutti sono come me, dio muore prima per dissolvenza nell’indistinto, poi corporalmente. Allora l’unico atto coerente, la scappatoia che offrono la ragione e la logica, è l’autofagia. Culturale, economica, politica.

L’odio di sé come forma più alta di amore. L’exit strategy del giocatore di poker che, con pessime carte in mano, butta sul tavolo le ultime fiches bluffando.

Precisamente ciò che sta accadendo all’uomo occidentale, il quale ha confuso sé stesso con la forma più alta di vita intelligente nel cosmo – anche quando invoca gli alieni essi devono venire, o tornare secondo alcuni, a renderci omaggio e farsi sottomettere.

Pensieri bislacchi e campati in aria? Barack Obama, trattando l’argomento alieni, si è lasciato andare ad una singolare profezia bicefala: una bella corsa agli armamenti, e la nascita di nuove religioni. Gli dei degli eserciti: vanno combattuti o adorati? Oppure, come sostengo, sottomessi e costretti ad adorare noi nella Religione dell’Uomo?

Ma perché questi nuovi dei paurosamente umanoidi si manifestino, bisogna che l’uomo vecchio crepi. L’autofagia, la cupio dissolvi, lo spopolamento, la decrescita felice e mille altre formule-feticcio, sono il nuovo orizzonte politico servito a popoli imbambolati, che non conoscendo più nulla ingoiano tutto. Affrancati dal fardello della civiltà, non resta che addentare noi stessi.

Per quanto un ritorno al divino sia umanamente impensabile, forze ingovernabili sono al lavoro per rimettere l’uomo al suo posto. Non siamo mai sfuggiti alla pena per la nostra tracotanza, e così sarà anche stavolta.

Non scomparirà l’uomo e non finirà il mondo. Scomparirà l’uomo occidentale col suo bagaglio di idiozia – o abbandonerà il fardello come fece il re di Ninive con gran dispetto di Giona, e allora sarà comunque morto – e il mondo si dissolverà a piacer suo. Non nostro.

 


 

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