Fabio Fazioe e Papa Francesco
Fabio Fazioe e Papa Francesco

 

di Mattia Spanò

 

Una sequenza della chiacchierata fra Fabio Fazio e papa Francesco è passata inosservata. Le notizie erano altre: un commento a Fiducia Supplicans, le accuse di eresia, estenuanti ridondanze su armi e migranti, l’inferno vuoto. Il passaggio in questione l’ho trovato micidiale, degno di un esame a parte. Si tratta, con ogni probabilità, di una domanda concordata. Per certi versi, possiamo considerarla l’architrave del resto degli argomenti affrontati.

È il momento in cui il conduttore chiede al papa di commentare la formula dell’Atto di Dolore “e peccando ho meritato i Tuoi castighi”. Francesco la definisce “un’espressione letteraria, troppo dura”. Afferma di preferire la formula “peccando ho rattristato il Tuo cuore”.

Come mi faceva osservare una persona piuttosto acuta, “il cuore di Dio non si rattrista”. Non si possono attribuire a Dio Padre sentimenti umani come la tristezza, l’ira o la bontà. La scorciatoia insipida, l’espressione letteraria è quella del papa, non certo quella dell’ orazione penitenziale.

Clive Staples Lewis osserva che “Dio non può dirsi buono”. Secondo lo scrittore inglese, nessuno direbbe di un dentista che gli sta cavando un dente che è buono. Dio fa sempre e solo ciò che è necessario all’uomo per la sua salvezza. “Rattristare il cuore di Dio” può suonare  suggestivo per alcuni, ma non significa nulla.

C’è il giudizio umorale del papa: la formula è “troppo dura”. Puro sentimentalismo superficiale, con l’aggravante dell’arbitrarietà.

L’Atto di Dolore parla di “castighi”: i bambini una volta andavano in castigo dietro la lavagna, il carcere per un crimine è un castigo, il purgatorio un altro castigo, mentre l’inferno è una dannazione. Si parla di castighi senza misurarne l’entità, che il cristiano sa – o spera – commisurata alla colpa.

Castigo deriva da castum agere, rendere casto, puro. Il castigo è catarsi, purificazione. È tutt’altro che una cosa “troppo dura”. È piuttosto l’idea che il peccato rattristi il cuore di Dio a rendere il peccato stesso una fiction imperdonabile: la macchia di grasso per motori indelebile sulla camicia buona. Ognuno passeggia indossando il proprio sudiciume esibito per l’eternità. La purezza non esiste.

Un papa così indulgente verso se stesso perde il diritto di segnalare i peccati altrui: né quelli contro la natura – sappiamo che quelli contro natura non lo turbano – né la fabbricazione, la vendita e l’uso delle armi, il pettegolezzo o la mancata accoglienza dei migranti.

Così come lui rattrista il cuore di Dio, anche Pol Pot ha fatto altrettanto uccidendo la metà dei cambogiani. Così fa il bambino che distrugge a calci un formicaio o risponde male alla mamma. O chi abbandona moglie e figli, chi ha abortito.

Tutto è spaventosamente appiattito sulla percezione personale. A questo punto diventa lecita una domanda: Bergoglio predica la misericordia divina o l’inesistenza del peccato?

Un conto è magnificare l’infinita misericordia divina, un altro negare l’esistenza del male, del peccato, della colpa e della pena. Si tratta di due cose che sono l’una negazione dell’altra.

La prima la possiamo ascrivere alla felix culpa di San Paolo (Rm 5, 20, “Laddove ha abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia”), concetto che se da una parte ha un grande valore pedagogico, dall’altra può indurre in pericolose illusioni.

La peggiore è l’idea rahneriana di un Dio che non può imputare all’uomo il peccato perché egli viene al mondo dalla colpa originale, è un concetto anticristico: l’unico vero peccatore è Dio stesso, colpevole di averci creati peccatori. Di conseguenza il sacrificio del Figlio non avviene per la salvezza, ma per espiazione.

Considerando tutte le riflessioni, i gesti e le disposizioni di papa Francesco in materia di peccato e misericordia, si può dire che egli predichi una misericordia molto umana e poco divina: l’indulgenza verso se stessi, l’altra faccia della spietatezza verso gli altri.

Non pochi atteggiamenti e atti di Francesco tradiscono la sua simpatia per i peccatori non pentiti, e straordinaria durezza nei confronti di chi descrive il peccato come allontanamento volontario da Dio. In altre parole, sembrerebbe che per il papa la forma più alta di misericordia sia la negazione del peccato.

In fondo però lo spettacolo più angosciante rimane quello di un pontefice che confonde i propri pensieri claudicanti con la fede che è chiamato a confermare nei fratelli.

 


Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente le opinioni del responsabile di questo blog. I contributi pubblicati su questo blog hanno il solo scopo di alimentare un civile e amichevole confronto volto ad approfondire la realtà.


 

Sostieni il Blog di Sabino Paciolla

 





 

 

Facebook Comments