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Cina centenario partito comunista

 

 

di Pierluigi Pavone

 

100 anni di Partito Comunista cinese e qualche legge nel nostrano parlamento…. Forse c’è più di una analogia. C’è forse una comune ideologia di fondo.

L’occidente farà sempre fatica a comprendere davvero il comunismo cinese. Esiste già una prima differenza “sociale” tra ciò che era il comunismo europeo e quello asiatico: il primo è stato un comunismo operaio e industriale. Marx aveva sufficientemente chiarito i caratteri della rivoluzione proletaria, che non sarebbe stata né alla utopia, né al socialismo reazionario pre-capitalistico. Di contro, il comunismo asiatico ha sempre avuto una coscienza contadina, che in Mao è diventata ancora più forte e assoluta. Ma nel caso specificatamente cinese, non basta. E sta qui la difficoltà di noi occidentali. Nel modo più sintetico ed esaustivo, questa peculiarità è stata espressa da Aurelio Lepre: “con l’ingresso della Cina nel comunismo vi era entrata una civiltà, diversa sia da quella occidentale in cui era nato il marxismo, sia da quella russa, dove era fiorito il marxismo-leninismo, l’interpretazione che del marxismo aveva dato Stalin. E vi era entrata con un sentimento nazionalistico che era orgoglio non di nazione, ma di civiltà” (Guerra e Pace nel XX secolo, il Mulino, pp. 288-289).

Coerente con ciò è stato il discorso di Xi Jiping per celebrare il centenario del Partito Comunista, definito – a noi suona quasi imbarazzante – glorioso e giusto. Xi Jiping è uomo di mondo (politico) e sa distinguere meglio di Machiavelli i mezzi dal fine. Il dato, cinicamente ribadito, è un dato di mercato, anche se suona un po’ paradossale da quelle parti: più della metà dei cittadini (che in tutto sono 1 miliardo e 400 milioni) è stata sollevata dalla soglia della povertà assoluta. “Il patto sociale – come riporta G. Santevecchi, nel pezzo sul Corriere della Sera del 2 luglio – accettato dai cinesi implica che i tecnocrati governativi decidano incontrastati e in cambio garantiscano crescita economica continua. Tutto il resto, secondo il segretario generale del PCC, non conta. E nella sua visione, anche il mondo deve pensare solo al mercato”. Xi Jiping è un uomo di mondo (diplomatico e strategico): gli americani per ora scommettono al ribasso sulla effettiva potenza missilistica cinese, nonostante le foto satellitari di più di 100 silos per missili intercontinentali, su cui però non si ha la certezza della reale presenza di ordigni. Ma la questione è complessa: ci sono già state simulazioni teoriche su una eventuale guerra calda USA/Cina (vedi qui). Ma non c’è solo questo: il leader cinese conosce la storia dell’Unione Sovietica. Conosce il contrasto (anche territoriale) alla Cina, da parte di Stalin durante l’applicazione di Yalta (alla fine degli anni quaranta, dopo la guerra mondiale l’Unione Sovietica aveva accettato la supremazia unilaterale degli USA in Giappone, in cambio del recupero asiatico di alcuni territori persi addirittura prima della rivoluzione bolscevica); conosce la corruzione che dilagava nel partito comunista russo; conosce il suicidio politico del nazionalismo interno, quando Chang Kai-shek – confidando oltre ogni limite sul supporto statunitense – rifiutò il compromesso con Mao, garantendo paradossalmente a quest’ultimo la vittoria finale e la proclamazione nel 1949 della Repubblica popolare cinese; conosce i limiti dello stesso maoismo: tra il 1959 e il 1961 l’ideologia comunista realizzava, in Cina, la più estesa e drammatica carestia di ogni tempo e luogo, creata da motivazioni non ambientali o fortuite, ma dalle disposizioni di un governo. E sa perfettamente i meriti di Deng Xiaoping, il quale impose – morto Mao e contro la stessa rivoluzione culturale (che ovviamente era tristemente fallita, con buona pace di tanti intellettuali di sinistra nostrani e dopo centinaia di migliaia di morti) – le 4 grandi modernizzazioni (scienza, industria, economia, esercito). Xi Jiping è un uomo di mondo (ideologico). Si è presentato con la Giacca di Mao: 4 tasche (giustizia, onestà, pudore, educazione) e 5 bottoni (i settori del governo). L’abito e l’habitus del comunista perfettamente inserito nel sistema.

Il problema sussiste per tutti coloro che inseriti non sono e non vogliono esserlo. E questa volta il Partito non lo impone solo ai propri cittadini. Rompersi la testa e versare sangue sono le minacce di Xi. Riferite, questa volta, ad extra (leggi pure USA). Ribadisce che nella storia la Cina, dopo un plurisecolare auto-isolatamento dal mondo, ha subito l’ingerenza straniera. Il dato storico in effetti c’è, se si pensa ai “trattati diseguali” del colonialismo europeo del XIX secolo e alla invasione nipponica tra 1 e 2 Guerra Mondiale. Ora la Cina non ci sta più. E detto così suonerebbe anche condivisibile, a tutela del diritto alla sovranità di un popolo, nella propria nazione, contro soprusi stranieri.

Il punto però è ben altro: anzi i 4 punti da precisare. Prima di tutto le teste rotte e il sangue versato sono anche quelli dei ragazzi di Tienanmen del 1989 (proprio quando il Muro di Berlino veniva meno) o quelli della contemporanea Hong Kong. In secondo luogo, Xi evoca la muraglia umana di un intero popolo, usato quasi a scudo ideologico per la conservazione non dei propri diritti, ma paradossalmente del potere comunista che quei diritti nega continuamente. In terzo luogo, la lezione del comunismo cinese e i toni del suo leader fanno riflettere su come davvero il comunismo cinese – al di là della potenza economica – possa presentarsi al mondo e contro il mondo libero, con una carica ideologica spaventosa. Sarebbe uno scontro non più tra blocchi politico-economici ma tra civiltà. E in questo supera persino le tesi di Huntington. Quest’ultimo riteneva, nei fatti, impossibile la globalizzazione: se per F. Fukuyama (vedi qui) il capitalismo democratico è l’apice universale della evoluzione politica dell’intera umanità, per Huntington il mondo ha e avrà sempre più civiltà e l’uniformità tecnologica o militare o economica o strumentale linguistica (inglese o codici informatici che sia) non comporta affatto l’uniformità ideologica verso un unico modello culturale. La Cina, oggi più del Giappone, rappresenta la verità di queste tesi. Ma la Cina, nel suo essere civiltà, assorbe non solo la tradizione millenaria che le è propria, ma un sistema oppressivo di governo, una ideologia che ha provocato nel mondo centinaia di milioni di morti, fallimenti strutturali e sociali, ingiustizie umane drammatiche e spaventose, come mai.

C’è un ultimo punto su cui riflettere, che forse evoca da vicino Il padrone del Mondo di R.H. Benson: anche in Italia si sta facendo strada questa sorta di democrazia totalitaria, che non agisce come un comune regime, ma usa e anzi dice di tutelare la tolleranza al solo scopo di imporre in realtà il pensiero unico…

Quello slogan sinistramente diffuso “l’odio non è un Diritto”, paradossalmente potrebbe essere evocato – e questa volta con senso di causa – proprio da chi si sta opponendo alla ideologia che democraticamente impone (come una totalitaria Volontà Generale) il pensiero unico sull’uomo e sulla sua natura, sulla plasmazione indeterminata della identità sessuale, sulla liquefazione illimitata della famiglia…

 

 

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