Di seguito segnalo all’attenzione e alla riflessione dei lettori di questo blog stralci dell’intervista concessa dall’arcivescovo Guido Pozzo a AdVaticanum, pubblicata su AdVaticanum. Visitate il sito per leggere l”intervista nella sua interezza e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste.
L’arcivescovo Guido Pozzo, arcivescovo titolare di Bagnoregio e sovrintendente all’economia del Coro della Cappella Sistina, nell’intervista esclusiva rilasciata a AdVaticanum parla delle sue responsabilità amministrative a sostegno dello storico coro, dei recenti sviluppi sotto il pontificato di Papa Leone XIV, dell’importanza del canto gregoriano e della polifonia sacra, nonché dei modi concreti per recuperare il patrimonio musicale e liturgico della Chiesa. Offre inoltre alcune riflessioni sul ruolo del latino nella liturgia, sul rapporto di complementarità tra il Novus Ordo e il Vetus Ordo, e su come entrambe le forme del Rito Romano possano contribuire all’unità ecclesiale piuttosto che alla divisione. Rilanciando questa ultima parte dell’intervista, invitiamo al contempo, data la profondità del contenuto delle risposte, a leggerla nella sua interezza.
(…)
AV: La Chiesa celebra oggi la liturgia sia nel Novus Ordo sia nel Vetus Ordo. Secondo lei, come possono queste due espressioni dell’unico Rito Romano contribuire al meglio all’unità della Chiesa, anziché apparire come alternative contrastanti?
+GP: Occorre in primo luogo rimuovere il campo da un grosso equivoco: quello di ritenere opposte o inconciliabili le due forme liturgiche del Rito Romano, che preferirei non denominare con i termini di forma ordinaria e forma straordinaria, ma semplicemente come Novus Ordo, cioè il Rito Romano riformato da S. Paolo VI, e Vetus Ordo, il Rito Romano antico, in uso secondo i libri liturgici del 1962. E’ necessario uscire dalle gabbie ideologiche che contrappongono le due forme del Rito Romano. Certamente il Novus Ordo è la forma comune, universale e abituale della liturgia cattolica. La forma del Rito Romano antico è particolare e speciale, per cui si dà una normativa concreta, che spetta all’autorità ecclesiastica stabilire, sulle condizioni per cui deve essere celebrata.
La riforma liturgica del Vaticano II non dev’essere compresa come rottura con la Liturgia tradizionale, ma dev’essere letta come rinnovamento nella continuità sostanziale. Purtroppo la linea della rottura con la Tradizione da parte di larghi settori della vita della Chiesa ha portato ad una crisi ecclesiale e liturgica tuttora presente. E’ stato lo stesso Papa Benedetto XVI, ancora da Cardinale, a usare gravi espressioni sulla questione liturgica:
“Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della Liturgia – ha usato questa parola: ‘crollo’ della Liturgia – resta da vedere – continua ancora J. Ratzinger – fino a che punto le singole tappe della riforma liturgica del Vaticano II siano stati veri miglioramenti o non piuttosto banalizzazioni, sino a che punto siano state pastoralmente sagge o non, al contrario, sconsiderate”. Ancora una volta quindi la questione cruciale non è il rinnovamento voluto dal Concilio, ma la recezione e la forma di attuazione nella prassi concreta di tale rinnovamento.
Le osservazioni critiche circa le discutibili forme di attuazione non possono rimettere in discussione il Messale pubblicato da S. Paolo VI, poi riedito una terza volta con l’approvazione di S. Giovanni Paolo II, che rimane la forma ordinaria e universale della Liturgia eucaristica. Ma la celebrazione della Santa Messa nel rito antiquior aiuta certamente a riprendere e a evidenziare in misura più pregnante, più marcata certi aspetti, certe verità dottrinali che rischiano di essere oscurate da un certo modo sbagliato o banalizzato di celebrare il rito riformato. Esemplificando: l’aspetto conviviale dell’Eucaristia, cioè l’Eucaristia come banchetto ( già Pio XII l’aveva messo in evidenza nell’Enciclica Mediator Dei, ma certamente il Vaticano II e poi la riforma liturgica hanno sottolineato questo momento, questa dimensione conviviale dell’Eucaristia), viene talmente accentuato a scapito della natura essenzialmente sacrificale dell’Eucaristia, dimenticando quindi che senza il sacrificio non c’è comunione. La comunione nasce dal sacrificio di Cristo, non il contrario. L’aspetto della partecipazione assembleare e sociale che viene indubbiamente sottolineato e reso anche più visibile nella riforma liturgica talvolta è a scapito dell’elemento e della dimensione trascendente e cristocentrica. L’aspetto del sacerdozio comune di tutti i fedeli viene sottolineato a scapito del ruolo insostituibile del sacerdozio ministeriale. E’ chiaro che nei testi, nei Libri liturgici del Novus Ordo non c’è questo sbilanciamento, ma esso si trova soprattutto nel modo di formare la mente del popolo cristiano, e anche dei sacerdoti. Lo sbilanciamento si trova nel modo di comprendere, interpretare, celebrare concretamente il rito da parte di alcuni.
Consideriamo, ad esempio, il concetto di actuosa participatio (partecipazione attiva) così messo in risalto nella riforma liturgica. Essa non è riducibile ad un’attività esteriore, discorsi, parole, commenti, ad una specie di ‘fai da te’. Essa è anche il silenzio, che esprime una partecipazione reale profonda e personale, perché la liturgia non chiede creatività arbitraria e accattivante, ma esige ripetizioni solenni. Quindi, c’è il rischio effettivo di questo crollo, di questa strumentalizzazione del rito riformato a detrimento dell’integrità della fede e del culto divino.
E per concludere, vorrei attirare l’attenzione su alcune ragioni che stanno alla base, delle difficoltà di una pacifica integrazione nella vita della Chiesa dell’antico rito. Le ragioni di fondo sono sostanzialmente due: alcune sono di ordine pratico e le possiamo anche tralasciare perché non sono certo importanti e gravi. La prima ragione di fondo delle difficoltà è trovata nella mancanza, o presunta mancanza, di obbedienza al Concilio Vaticano II che voleva certamente riformare i Libri liturgici. La seconda ragione è vista nel rischio di una rottura dell’unità ecclesiale a motivo della differenza di queste due forme liturgiche che possono poi implicare anche una divergenza nelle forme di catechesi e di pastorale.
– Quanto alla prima difficoltà, occorre ricordare che il Vaticano II ha certo chiesto una revisione dei Libri liturgici, ma ha fissato anche alcuni criteri fondamentali, ed è alla luce di questi criteri che bisogna valutare la revisione e soprattutto la prassi delle celebrazioni liturgiche nel dopo-Concilio. Altrimenti non si disubbidisce a San Pio V, si disubbidisce al Concilio Vaticano II! I criteri sono formulati nei numeri 34 e 36 della Sacrosanctum Concilium. Il Concilio non ha abrogato i Libri precedenti ma ha chiesto un rinnovamento e una revisione.
– L’altra difficoltà sarebbe l’esistenza di due forme differenti del rito, che rappresenterebbero un ostacolo all’unità della Chiesa, all’unità liturgica e pastorale. Qui occorre distinguere, credo, un aspetto teologico e un aspetto pratico. Dal punto di vista teologico è noto che nella Chiesa sono esistite sempre diverse forme del rito latino e che esse sono cadute in disuso, gran parte di esse, in seguito alla maggiore unificazione delle culture civili, secolari, europee. Comunque, fino al Vaticano II, accanto al rito romano, nel rito latino, vi è il rito ambrosiano, il rito mozarabico, cioè di Toledo, quello di Braga (Portogallo), e le varianti del rito romano: il rito domenicano, quello carmelitano, quello dei certosini. Nessuno si è mai meravigliato di queste differenze. Nessuno ha trovato scandaloso partecipare al rito domenicano che ha qualche variante rispetto al rito romano di San Pio V.
Ciò che si deve evitare, io credo, è giudicare le due forme del Rito Romano sulla base delle loro caratteristiche esteriori. L’opinione pubblica considera essenziale della nuova liturgia: che sia celebrata in lingua vernacola, e non in latino, perché altrimenti, dicono, “non capiamo niente”; che il sacerdote sia rivolto verso i fedeli; che si sia lasciato un certo spazio alla libera creatività del sacerdote celebrante e anche dei fedeli laici che partecipano alla celebrazione, così che possano muoversi attorno all’altare e intervenire con brevi o lunghe riflessioni. Nell’antica liturgia, al contrario, si riteneva essenziale che essa sia in latino, che il celebrante sia rivolto all’altare (coram Deo), che i fedeli partecipino sì, ma in silenzio. Non è che prima i fedeli non partecipassero affatto; essi partecipavano, ma attraverso il silenzio, e non come invece propone e sollecita la riforma di S. Paolo VI attraverso un ruolo più attivo e visibile. Quindi la differenza è tra visibile e invisibile, tra il silenzio e l’attività esterna, fenomenologicamente percepibile: c’è quindi una differenza. Ma la domanda è se si tratta di una differenza essenziale.
Per qualcuno le due forme liturgiche esprimerebbero due atteggiamenti di fondo differenti di concepire sia la Liturgia sia la Chiesa: Chiesa gerarchica e Chiesa popolo di Dio. Certuni sentenziano: “prima del Concilio la Chiesa era gerarchica e piramidale, adesso invece è comunionale e popolare, tutto il popolo partecipa”. Rispondiamo: certo, ci sono delle accentuazioni e delle sottolineature diverse. Ma la comunione di cui parla il Concilio Vaticano II, la Chiesa come comunione, è una communio hierarchica,! E così anche prima del Vaticano II, non è che il popolo e i fedeli fossero considerati persone di serie inferiore rispetto al sacerdote.
Comunque, il punto di vista che considera essenziale per la liturgia l’aspetto fenomenologico, empirico, non è il punto di vista essenziale. I contrasti che si sono messi in luce in realtà non hanno origine nel Concilio. Ci tengo a sottolinearlo. Nella Sacrosanctum Concilium si dice che il latino deve essere mantenuto, pur dando ampio spazio alla lingua vernacola, ma si dice che il latino deve essere mantenuto. Allora, come si obbedisce veramente al Concilio? Facendo scomparire totalmente il latino?
Allora, alla fine vorrei ribadire che qui non si tratta di ridimensionare i principi e i criteri della Costituzione Conciliare Sacrosanctum Concilium sulla Divina Liturgia, anzi, si tratta proprio di riprendere quei criteri anche per celebrare nella forma ordinaria. Rimarranno certamente degli accenti, delle sottolineature spirituali e teologiche differenti tra le due forme, ma non come due modi opposti di essere cattolici o di celebrare la lode e il sacrificio del Signore, ma piuttosto come un patrimonio comune, pur con delle sottolineature differenti, dell’unica fede.
AV: Molti cattolici oggi apprezzano sia il Novus Ordo sia la forma tridentina della Messa. Dal punto di vista liturgico e musicale, perché direbbe che queste due espressioni dell’unico Rito Romano non si trovano in opposizione fondamentale tra loro, ma possono invece essere considerate arricchimenti complementari del culto della Chiesa?
+GP: Papa Benedetto XVI nel Motu Proprio Summorum Pontificum dichiarava espressamente che l’uso antico della Liturgia Romana è da considerare tesoro prezioso da conservare per tutti i fedeli. Papa Leone XIV in una recente lettera ai Vescovi francesi ha esortato i Presuli a favorire la riconciliazione e l’unità della Chiesa, evitando di marginalizzare e di non includere i fedeli che mostrano una sensibilità e un attaccamento particolare per la forma liturgica del Rito Romano antico, purchè accettino gli orientamenti del Concilio Vaticano II in materia liturgica, e ovviamente non si oppongano o contestino il Novus Ordo. D’altra parte, la denuncia delle insopportabili deviazioni e deformazioni della liturgia nella forma del Novus Ordo, numerose volte svilita da sciatteria, omissioni arbitrarie delle rubriche, manipolazioni, che sono avvenute e purtroppo avvengono ancora, anche per una ingiustificata tolleranza delle autorità ecclesiastiche, non può e non deve condurre ad una rimessa in discussione della Liturgia riformata. Se la Messa di S. Paolo VI viene celebrata con fedeltà, raccoglimento e coscienza del mistero, la distanza spirituale tra il Rito Romano antico e il Rito Riformato appare molto meno accentuata di quanto qualcuno vorrebbe sostenere.
In tale linea si è espresso Papa Leone XIV, parlando tempo fa con la giornalista Elise Ann Allen. Il Santo Padre ha sottolineato che la questione profonda non consiste nella lingua della celebrazione né nella distinzione tra Rito Romano Antico (Vetus Ordo) o Messale rinnovato del Novus Ordo, ma la capacità della liturgia di suscitare nell’anima lo stupore dinnanzi al Dio vivente. Il punto cruciale oggi, a mio avviso, è che la liturgia deve ridiventare un rinnovato incoraggiamento a credere, a vivere una vita a partire dal centro e dal dinamismo della fede, a riscoprire Dio riscoprendo Cristo, e dunque a riscoprire la centralità della fede cristiana, celebrata nel mistero liturgico. E’ nel rapporto con la liturgia che si decide il destino della fede della Chiesa (Benedetto XVI).
AV: Eccellenza, la ringrazio per il suo tempo e per il suo ministero sacerdotale.
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