Circola oggi un concetto spurio circa la fratellanza. Si tenta d’inculcare l’idea che gli uomini siano fratelli e sorelle solo sul piano naturale, a prescindere dalla Rivelazione. Mons. Crepaldi, al contrario, restituisce alla fratellanza il suo significato originario, che tiene conto non solo della natura, ma anche della grazia. Vengono in aiuto anche le autorità di sant’Antonio da Padova e di san Francesco d’Assisi.

Articolo di Silvio Brachetta pubblicato sul sito dell’Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân sulla Dottrina Sociale della Chiesa.

 

Mons. Giampaolo Crepaldi vescovo di Trieste
Mons. Giampaolo Crepaldi arcivescovo di Trieste

 

di Silvio Brachetta

 

Recentemente [1], l’arcivescovo Giampaolo Crepaldi ha detto che la «fratellanza» tra le persone, per la Dottrina sociale della Chiesa, «si fonda su due livelli»:

«Il primo è di ordine naturale: siamo fratelli perché siamo tutti uomini, siamo uguali in dignità, calpestiamo lo stesso suolo, viviamo insieme non per motivi di fatto ma per vocazione. Questo piano naturale ci dà anche le regole della nostra fraternità, ossia il diritto naturale e la legge morale naturale, che permettono alla fratellanza ontologica di diventare anche fratellanza morale. Il Decalogo è una legge di fraternità e di fratellanza. Esso, infatti, è valido a tutte le latitudini.

L’altro piano è quello soprannaturale: siamo fratelli perché figli di Dio, figli di un unico Padre. Quello naturale è il piano di una fratellanza civica ed etica, quello sopra-naturale è il piano di una fratellanza religiosa e salvifica».

E aggiunge: «I due piani sono in continuità tra loro, perché la natura rimanda al Creatore e la sopra-natura al Salvatore, che sono lo stesso Dio». Crepaldi fa riferimento al «principio dell’unità del genere umano», per cui tutti gli uomini – a prescindere dalla fede – discendono da una sola coppia di Progenitori e da un unico Dio.

Questa prima distinzione e unione della fratellanza in due livelli è fondante e metafisica, poiché esaurisce tutta la realtà, che è costituita dalle creature materiali, spirituali e da Dio stesso (totalità immanente e trascendente).

Quindi è lecito e corretto chiamare fratello chiunque, ma solo durante l’apostolato – ognuno secondo i propri mezzi e vocazione – per esortare alla penitenza e alla conversione a Gesù Cristo. Se, al contrario, si prescindesse dalla predicazione, il riferimento alla fratellanza sarebbe un tradimento del mandato apostolico dei battezzati, perché contrasterebbe la volontà di Dio, che è la conoscenza del vero e la salvezza di tutti gli uomini (san Paolo). In altre parole, proprio a motivo di quanto dice Crepaldi, è necessario all’uomo transitare dal naturale al soprannaturale, per volontà di Dio.

Non uno, ma ci sono “quattro diversi tipi di nostri fratelli”

Sant’Antonio da Padova torna spesso sul mistero della fraternità nella sua predicazione. Commentando il Discorso della Montagna di Gesù [2], il santo Dottore spiega questo brano evangelico: «Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono» [3].

Non solo – dice Antonio – «ci sono quattro specie di altari» e «quattro specie di offerte», ma anche «quattro diversi tipi di nostri fratelli». E spiega che, alla prima offerta e al primo altare, corrisponde la fratellanza umana verso il prossimo, a cui è necessario chiedere perdono e dare sostegno, specialmente nei poveri.

C’è poi un secondo altare e una seconda offerta: il fratello è Gesù Cristo e, prima dell’offerta, è necessario chiedere perdono del peccato veniale e mortale, per mezzo della confessione. Anche in questo caso, Gesù è fratello in quanto «ha assunto la tua natura» umana, così come il nostro prossimo ha la medesima natura.

Il terzo altare è dentro noi stessi: fratello, allora, è pure il «nostro spirito», con cui bisogna riconciliarsi, prima di presentare l’offerta. Il senso di questa riconciliazione è nell’estirpare il «vizio», in modo che sia rinnovata l’unione di corpo e spirito, divisi dall’abbandono della virtù.

L’ultimo altare è quello delle creature spirituali. Nostro fratello è l’angelo e, in particolare, l’angelo custode. Non bisogna presentare l’offerta – afferma Antonio – se prima non si chiede perdono della disubbidienza alla voce dell’angelo, che il Signore ci ha assegnato a nostra salvezza.

E così, in termini di natura e sopra-natura – come intende Crepaldi –, si può trarre una conclusione. La fratellanza con il nostro prossimo può essere per via naturale, poiché non tutti sono rinati nello Spirito Santo. E, anzi, il nostro prossimo è spesso non cristiano, se si tiene conto della totalità dei popoli. È soprannaturale quando il nostro prossimo è un fratello nella fede. Quella con il Cristo è sia naturale che soprannaturale, a motivo della carne e dell’incarnazione del Verbo, così come la fratellanza con il nostro spirito (che può anche essere definito come il luogo d’incontro tra Creatore e creatura). La fratellanza con l’angelo, invece, è soltanto soprannaturale, poiché l’angelo non s’incarna, essendo puro spirito.

Evidentemente c’è una continuità tra natura e sopra-natura, come sostiene l’arcivescovo: prima di presentare l’offerta sull’altare devono essere soddisfatte tutte le riconciliazioni fraterne, sia nella natura che nella sopra-natura.

Figli di Dio per adozione e fratelli

L’incarnazione del Verbo e l’origine comune di tutte le cose porta san Francesco d’Assisi a trasferire il nome di «fratello» e «sorella» a tutte le creature [4]. Attenzione, però: se questo impeto dell’animo innamorato fosse l’approdo, non ci sarebbe bisogno della Rivelazione per la salvezza, perché molte religioni abbracciano l’amore universale e la visione olistica della vita. È vero che «la pietà del cuore» aveva reso san Francesco «fratello di tutte le altre creature», ma «la carità di Cristo lo rendeva ancor più intensamente fratello di coloro che portano in sé l’immagine del Creatore e sono stati redenti dal sangue del Redentore» [5].

E questa più intensa fratellanza nei confronti dei cristiani lo spronava alla predicazione incessante del Regno dei Cieli agli infedeli o ai peccatori, così che potessero essergli fratelli non solo in natura, ma pure in grazia:

«[San Francesco] Non si riteneva amico di Cristo, se non curava con amore le anime da Lui redente. Niente, diceva, si deve anteporre alla salvezza delle anime, e confermava l’affermazione soprattutto con quest’argomento: che l’Unigenito di Dio, per le anime, si era degnato di salire sulla Croce. Da lì quel suo accanimento nella preghiera; quel correre dovunque a predicare; quell’eccesso nel dare l’esempio» [6].

Tanto più che il secondo comandamento dell’amore – «amerai il prossimo tuo come te stesso» [7] – non è rivolto solo ai fratelli naturali o per grazia, ma indistintamente a tutti gli uomini. L’amore richiesto, cioè, è nei confronti del prossimo (non solo del fratello), laddove la prima opera di carità è quella dell’apostolato, soprattutto in vista della conversione dei pagani. Ridurre, invece, questo comandamento ad una semplice esortazione verso un generico sentimento fraterno è non solo inutile, ma gravemente contrario alla volontà di Dio.

La fratellanza tra le persone ha senso solo in relazione alla paternità di Dio, altrimenti è generico sentimentalismo. E figli di Dio – lo sappiamo bene – si diventa per adozione, non per nascita: «A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio» [8].

 

 

NOTE

 

[1] Giampaolo Crepaldi, Lectio magistralis dal titolo: “Liberare l’economia dalle ideologie: un pressante invito della Dottrina sociale della Chiesa”, III Giornata della Dottrina Sociale della Chiesa, Lonigo, 17/10/2020, n. 6.

[2] Antonio da Padova, Sermone per la Domenica VI dopo Pentecoste, n. 14.

[3] Mt 5, 23-24.

[4] «Considerando che tutte le cose hanno un’origine comune, [san Francesco] si sentiva ricolmo di pietà ancora maggiore e chiamava le creature per quanto piccole col nome di fratello o sorella: sapeva bene che tutte provenivano, come lui, da un unico Principio.», Bonaventura da Bagnoregio, Legenda Maior, n. 1145.

[5] Ibid., n. 1168.

[6] Ivi.

[7] Mc 12, 31.

[8] Gv 1, 12.

 

 

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